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“SEQUENZE”, De Bernardi alla Biblioteca di Casalpusterlengo

Dal 7 al 14 ottobre 2017

FRANCO DE BERNARDI

Dal 7 al 14 ottobre p.v., l’artista codognese Franco De Bernardi torna ad inserire le poche esposizioni casalesi nella menzionalità di quelle che valgono o hanno un qualche interesse territorialmente.Lo farà attraverso un gruppo lavori di medie e grandi dimensioni e di libri d’artista realizzati su vetro, da procurare una robusta griglia tecnica fattuale e dare unità ai caratteri della ricerca della propria pittura post-concettuale.
In un quadro territoriale fatto da situazioni stilistiche boccheggianti ossequi al retrò figurativo, o nel migliore dei casi, ad avanguardie d’altri tempi da costituire il vettore di una ritualistica di clonazione, De Bernardi è dei pochi a non stare dietro alla logica dei “tempi brevi” e delle “etichette”, esplicitando con coerente azione interesse alle soluzioni pratico-operative e alle forme di frontalità autoriflessiva.
Per l’esibizione, l’artista ha prediletto un gruppo di lavori di decisiva suggestione visiva, da procurano un “insieme” delle esperienze che l’hanno visto protagonista all’insegna di una ricerca marcata di forte peculiarità.
Le esibizioni, onestamente, si dovrebbero giudicare solo dopo averle determinate nel loro completezza; quella dell’artista codognese, considerando anche il suo percorso di pittore, si prestano a una facile appropriazione di dati d’interesse.
Le opere alla Biblioteca oltre far ritrovare la personalità dell’artista, si annunciano interessanti dal punto di vista della individuazione tecnica e delle procedure e dei materiali (tempere, colle, carte) adottati. In sintesi degli elementi che danno alla sua ricerca un carattere connotato di densità simbolica ed efficacia. In un certo senso anche liberatoria, sottratta a sovrastrutture, parvenze (cosmologiche) e a diavolerie decorative varie.
Nei manufatti si ritrovano riflesse facoltà immaginative consegnate da una maestria operativa manuale guidata dalla mente, in cui è possibile prendere una certa ambiguità ora figurale ora astratta, lasciando al fruitore di infittire sensazioni o manipolazioni e letture, compresi incerti richiami “turneriani”. Ciò, sebbene il pittore non attinga a fonti letterarie, e preferisca fare i conti con la pittura, con gli agenti dinamici dell’atto e del gesto e la concretezza dei materiali, conferendo concretezza all’azione.
I cartacei ch’egli esporrà a Casale sotto il titolo di “Sequenze” – catene, avvicendamenti, progressioni ? – , ovviamente da verificare -, accomunano nel sostrato manuale e tecnico tempera, carta lucida bianca e di colle -, richiami onirici e memoriali insieme a consapevolezza e sensibilità esistenziale.

 

 

Sequenze – Personale di Franco De Bernardi – Biblioteca comunale di Casalpusterlengo. Inaugurazione 7 ottobre ore 17 – Dal 7 ottobre al 14 – Orari di apertura della Biblioteca civica.

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Studio C Immagine (Pc): Franco De Bernardi, nuove condizioni, nuove soluzioni.

Uno dei lavori di FRANCO DE BERNARDI

Uno dei lavori di FRANCO DE BERNARDI

Allo “Studio C Immagine” di Piacenza, Luciano Carini, uno dei curatori aggiunti dell’ultima Biennale d’Arte di Venezia, annuncia da sabato 8 ottobre fino al 20 dello stesso mese una rassegna di “proposte” che assolveranno anche a individuare artisti innovativi per la 57° Biennale di Venezia. Al di là delle finalità annunciate dal critico e gallerista, l’iniziativa piacentina autorizza a ribadire l’importanza delle mostre quali elemento non secondario di politica culturale: assolvere a obiettivi di trasmissione e diffusione di informazione artistica. Tra le proposte che Studio C presenterà figura il lodigiano Franco De Bernardi, artista di Codogno, reduce da una mostra personale a Ponte Di Legno a cura dell’assessorato alla Cultura di quel Comune.
Allo spazio piacentino di via Campisco 39, De Bernardi ha destinato tre opere di sicura consapevolezza e forte suggestione visiva e lirica, pensate come insieme e materialmente iscritte nel corpo stratificato delle sue esperienze più recenti.
Oltre alla riscoperta della personalità dell’artista lodigiano, i lavori individuati documentano senza sorprese dal punto di vista delle tecniche adottate, delle procedure, delle sperimentazioni e dei materiali. Suggeriscono un intento connotativo di densità simbolica, straordinariamente efficace. Danno corpo, in un certo senso, a una sorte di enorme fantasma della natura cosmica che avanza a grandi passi, senza avere nulla né si esorcistico né di figurativamente decorativo e definitivo.
La produzione riflette effetti delle facoltà immaginative fantastiche dell’artista che affida la fase operativa a iter funzionali e materiali, con risultati che rifrangono e specchiano una dimensione ritualistica cosmogonica e cosmologica, lasciando al fruitore un frondoso infittirsi di sensazioni, formate l’una all’altra, che traducono sentimenti turneriani. A differenza del pittore inglese, il cosmo magico del lodigiano non racchiude però figure, soggetti, segni e icone che attraggano e risucchino lo spettatore. De Bernardi non attinge a fonti letterarie, preferisce fare con i limiti della pittura, con gli agenti dinamici che creano nell’azione e nella concretezza, desiderio, ripercussione, intreccio, idee, metafora, paradosso. I suoi lavori accomunano sostrato manuale e materiale, onirico, memoriale, consapevolezza critica e partecipativa e sensibilità lirica ed esistenziale.

“Artisti di rilievo nazionale. Proposte per un nuovo collezionismo”, a c. Luciano Carini – Galleria “Studio C Immagine”, via campesio, 39 Piacenza – dall’8 al 20 ottobre
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FRANCO DE BERNARDI, VARIAZIONI SUL TEMA…

DSC01151Si è inaugurata sabato allo spazio di via Milano a Ponte di Legno, con una prolusione del critico Amedeo Anelli, la personale dell’artista informale Franco De Bernardi. A far cornice con gli esponenti della municipalità un gruppo di poeti e artisti locali e un nutrito pubblico, che ha manifestato interesse agli elementi (o principi) cardine con cui l’artista opera, esposti con viva oratoria e agile analisi dal direttore di Kamen’.
 “Carte e libri d’artista”- questo il titolo della mostra – raccoglie poco più di una ventina tra tempere, collages, gessetti policromi, carte catramate, libri d’artista, è una esposizione sobria, senza eccessi, che regala variabili creative da costituire un test del modus operandi dell’artista. La “condotta tecnica” del De Bernardi sottrae la forma ad ogni richiamo dell’imitazione; è rivolta a rendere percepibile non un effetto da riproduzione ma un effetto sensibile ed emozionale da implicare una visione della vita del sentimento. Lo stesso ricorso che fa a carte patinate, carte incatramate, pigmenti, tempere, collages, pastellati, è indicativo di una rottura linguistica e concettuale rispetto alle sistematicità della tradizione. L’artista opera sui procedimenti e sui materiali, le soluzioni scaturiscono da una miscela variabile di processo, caso e progetto. E’ una tecnica che trascende dall’imitazione, che raggiunge, per così dire, effetti pittorici nell’astrazione. Con esiti di libertà espressiva segnata da una crescente autonomia individuale, fuori da qualsiasi ortodossia delle procedure e dei materiali. In diverse occasioni i risultati formali raggiunti si sono definiti in modi differenti e disuguali : trasformazione sensoria, energia magmatica, simbiosi materico-metafisica. Il “montaggio” della nuova presentazione sembra meno illusionistico. Richiama considerazione più sugli aspetti che esaltano, come essenza del fare artistico, la tecnica, a identificarsi non con l’oggetto ma con l’esperienza. Mettendo a frutto una manualità specializzata e istruita l’artista assume la materialità e la fisicità del processo creativo includendovi attribuzioni “di pensiero” (Anelli). Alle pareti sono opere non inquietanti, frutto di un costante esercizio della mente e della mano. Simboleggiano una esperienza soggettiva avviata da un trentennio e più ; comunicano idee, sensibilità, emozioni, esiti di individualità e intensità d’espressione. Offrono un significativo concentrato di effetti e di suggestioni visive.

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A Casalpusterlengo: maestri e allievi in ascensore

TADINI Fiaba imagesJRIT34GMLo spazio “Cesaris” inaugura venerdì prossimo a Casalpusterlengo “Prismi”, collettiva curata da Amedeo Anelli all’interno di un ciclo espositivo-didattico rivolto a facilitare l’incontro dei giovani studenti e loro docenti con le “arti visive” contemporanee. Nell’intento del curatore, la mostra intende far leggere, nel tracciato che sarà disegnato, non un punto di incontro strettamente pittorico, ma la presenza di elementi di “dialogo fra generazioni di artisti”. Dodici i partecipanti, in cui si ritroveranno personalità complesse, ma anche lineari, fantasiose ma anche controllate da offrire un esempio di capacità e di sintesi creativa.
Le novità dell’allestimento saranno rappresentate dal piacentino Veniero, artista vivace, in attività da oltre quattro decenni, che vanta opere in importanti collezioni quali la Ricci Oddi a Piacenza, il Castello di San Pietro in Cerro e in importanti raccolte locali di istituti di credito. Qualche decennio fa Veniero cercò consensi anche a Codogno, dove all’ex-Soave nell’85 si presentò con una mostra personale. Oggi il pittore preferisce esporre “in casa”, attraverso collettive in cui si è misurato con altri a Piacenza, Rivergaro, Castell’ Arquato, Pontenure, Travo, anche se un decisivo riscontro di critica e pubblico l’ha ottenuto con un’antologica a Palazzo Farnese. Abbandonate suggestioni delle avanguardie anni Cinquanta, oggi egli pratica tinte forti, dense e granulose, che mettono in evidenza suggestioni e richiami lirici.
All’interesse per il suo operare i visitatori potranno sommare quello per Elisabetta Casella, anche lei piacentina, nota per un percorso immaginativo fatto di segni e punti, normalmente circolari, con cui dà forza a opere che hanno il pregio di mettere in movimento idee, suggestioni e compatibilità ad incastro. La Casella è artista di varietà notevole, priva di avventure clamorose, ma toste, con varianti che nel rigore del prodotto artistico non si lasciano cadere nell’artificio.DORAZIO untitled
Analogamente si può dire del romano Gianfranco De Palos, pittore e scultore residente a Sesto San Giovanni, già presentato all’IIT Cesaris all’interno dei “Pentagrammatici”, un artista che potrà richiamare l’attenzione sulle varianti del proprio linguaggio, con una pittura che spinge a indagare impronte, memorie e mimesi in un ampio orizzonte in cui si rinvengono insiemi strutturali e modalità percettive di piacevolezza fruitiva.
Su altro fronte Gino Gini e Fernanda Fedi, due artisti che si esprimono “narrativamente” e si sono più volte fatti apprezzare grazie al particolare carattere delle loro opere, fatte di lettere, frasi, “scritti” e simboli e di figure pittoriche, da creare “osmosi e ambivalenze equivalenza e sinestesia” tra segni iconici e immagini figurali. I due – distintamente – realizzano modelli raffinati di tracciati e di scrittura visiva, costruendo, la Fedi, lavori che si differenziano dalla poesia visiva, e, Gini dalla pittura basata su frasi scritte solo quali surrogati di elementi oggettuali
In esposizione saranno anche tre lodigiani di origini codognesi: Franco De Bernardi, Andrea Cesari e Cinzia Uccelli. Il primo, De Bernardi, confermerà, pare ovvio prevederlo, quanto ha mostrato recentemente a “Casa Idea” a Tavazzano e all’ex-Soave a Codogno oltre che in occasioni delle precedenti uscite a Casale e Crema: una pittura fatta di rigore, energia, un interagire di azione e materia, la matrice di sapiente artigianalità, peculiare nella resa di sensazioni e plasticità che rendono la sua pittura particolarmente preziosa e inconfondibile. Una presenza degna di attenzione risulterà anche quella di Andrea Cesari artista in cui con la sintassi e l’osmosi tra le diverse categorie iconologiche è in grado dare vita a nuovi veicoli segnici e morfemi di condiscendenze e disponibilità concettuali ma anche ornamentali. Elementi innovativi si ritroveranno in Cinzia Uccelli, architetto esperto in progettazioni e restauri operante in Piacenza, avviatasi all’arte dopo aver frequentato il Liceo Piazza a Lodi. L’Uccelli ha realizzato il recupero del monumento ai caduti di Fombio e si dedica anche nell’arte a una definizione di spazi, come si è visto a Marudo e al castello di Fombio dove ha offerto esempi di semplificazione costruttivista di qualità oggettuale.
Idee, forme, sentimenti e percorsi contrastanti si ritroveranno alla fine nelle opere dell’”alchimista” Edgardo Abbozzo, del “geometrico” Dorazio, del “neo-figurativo” (anni Sessanta) Tadini, del “pentagrammatico” Tantardini, già presentato a Casale e scomparso da una ventina anni

Nelle foto lavori di Emili Tadini e di Piero Dorazio

Prismi: dialogo fra generazioni. Collettiva al. “Cesaris” di Casalpusterlengo, in via Cadorna, – Apertura: venerdì 11 marzo. Orari apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17, 30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.Fino al 22 aprile

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50 RICOGNITOTORI DEL PRESENTE-PASSATO – Un’arte sospesa tra il “non più” e il “non ancora”

Mangiare libri50 artisti hanno concluso domenica all’ex Chiesa dell’Angelo “Mangiare libri… per nutrire il pianeta”, una delle tante mostre che vuole essere in presa diretta con Expo, la Giornata del Libro, il Festival dei comportamenti e – per via di quel “nutrimento della mente” – di Naturarte; una collettiva che ha posto il proprio orizzonte sotto tante bandierine protettive, rischiando di trovarsi riservati posti di seconda fila o marginali. Quanto al “che cosa” queste collettive intendono esaminare non può essere tutto chiaro o tutto soddisfacente. Al loro interno s’incontrano coi buoni prodotti altri non del tutto soddisfacenti. Dove fosse da trovare la cifra caratteristica di “Mangiar libri… per nutrire i pianeti” ( messa in piedi da Mario Quadraroli, Ruggero Maggi e Ambrogio Ferrari) se nei motivi delle delocazioni o in quelli “poveri” e minimali dei libri d’artista (impareggiabile come sempre Franco De Bernardi, Mangione, Bernazzani, Quadraroli, Tresoldi…), oppure in quelli iconici, consacrati dalla tradizione, o in quelli che ancora riflettono lo “spauracchio” della qualità, della fatica, dell’originalità linguistica, lo lasciano discernere ai protagonisti di questi connotati e a coloro che si sono lanciati in questa impresa un po’ revivalista e un po’ accanita nel ribaltare le leggi del paradosso, o semplicemente fissare il transito. La mostra – se si sta sulle opere che avevano la forza intrinseca dei significati o che tessevano il loro destino con fantasia creativa – è andata in ogni caso bene. Nel cammino dei nostri eroi ci pare doveroso (osando) non spulciare su qualche protagonismo locale meritevole di non vedere contate le righe a lui dedicate. Sgomberiamo perciò il campo dalle presenze lodigiane, dagli ex tali e dai cugini: Elena Amoriello, Luca Armigero, Franco De Bernardi, Marcello Chiarenza, Tonino Negri, Carlo Adelio Galimberti, Loredana De Lorenzi, Daniela Gorla, Nico Galmozzi, Marilena Panelli, Eleonora Ghilardi, Domenico Mangione, Marco Uggé, Ornella Bernazzani, Franchina Tresoldi, Carlo Fracchi, Ambrogio Ferrari, Mario Quadraroli, Angelo Savaré, Giampiero Brunelli, Beppe Cremaschi, Gregorio Dimita. Mario Diegoli, Alessandra Rovelli, Rossana Pellicani. Tutti selezionati per qualche titolo o merito e diversi per intendere il prestito come un elemento essenziale; tutti impegnati, o quasi, a recuperare caratteri sensibili-sensuosi del fare (direbbe Renato Barilli). Con lo spazio è avaro, resta solo la citazione degli altri in locandina, composta da una fitta rete di protagoniste al femminile ( Maria Lai, Micaela Tornaghi, Marina Bertagnin, Elena Parati, Chiara Ornaghi, Nora Ciottoli, Gabriella Grazzani, P.Angela Bilotta, M. Celeste Bossi, Donatella Baruzzi, Elena Bartolini, Gabriella Bodin, Ida Rosa Scotti, Luisa Fontalba, Laura Zilocchi, Monika Wolf, Damiana De Gaudenzi, Antje Stelim), e senza essere soffocati dal confronto di Ruggero Maggi, Mario Massari, Marcello Diotallevi, Luciano Dossena, Roberto Munari, Mario Giavino, Angelo Reccagni, P.Luigi Meda). Dal contenitore di differenze consacrate alla consolazione ci prendiamo l’azzardo di segnalare un nome solo, quello di Diana Danelli per i connotati e l’uso diretto di applicazioni di mezzi extraartistici offerti dallo sviluppo tecnologico (video, luce, diffusori, computer, fotografia, recording, emittenti alternative). Non perché sia risultata in assoluto la migliore dei presenti, ma perché diversa per procedure, materiali, strumenti. Con fissaggio su pellicole sottoposte a lettori ottici che consentono di andare a sintonizzarsi su ambiti diversi, smaterializzati, o viceversa, tuffarsi nella materialità opaca. Il ricorso a mezzi di specie fotoelettronica, fotoelettrica, lenticolare e altri permette svolgimenti e moti devianti, sovrapposti, levogiri, mantenendo nel contesto una organizzata oscillazione di termini oppositivi opposizione-recupero, accompagnati-seguiti da richiami all’ordine. Con misurata condotta la Danelli rivisita pagine di esperienze che hanno costituito una “officina” dei giovani visual, coglie modalità di letture diverse del reale, in una sorta di interscambio di “descrizioni sistemiche”, da rendere le realtà facilmente assimilabili e omologabili. Dunque, codificare e decodificare. Il risultato è un effetto attrattivo. Il problema non sembra quello di essere “originale” una volta di più, ma di spingersi un palmo avanti sulla via della applicazione verso un grande viaggio. Che non si sa (non sappiamo) dove muove: se verso l’avventurosa ricerca o il ritorno all’espressione.

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ANDREA CESARI, RIGOROSAMENTE CRITICO

UN’ARTE CHE PROVOCA ASSOCIAZIONI DI IDEE MULTIPLE

 

ANDREA CESARI: "Assemblati"

ANDREA CESARI: “Assemblati”

Andrea Cesari, classe 1950, codognese di nascita, oggi piacentino di residenza dove ha un proprio studio di graphic-designer in via Sant’Antonino 34, appartiene al nucleo di quegli artisti laudensi (Ugo Maffi, Franco De Bernardi, Luigi Bianchini, Paolo Marzagalli, Gabriella Podini, Maria Chicco, Fabio Scatoli, Giuliano Mauri, Mauro Staccioli, Vittorio Corsini, Paolo Tatavitto) che prima (e meglio) di altri hanno legato il proprio nome ad esperienze artistiche degli anni Settanta-Ottanta del XX secolo, contribuendo alla loro esplorazione e diffusione. In particolare, Cesari ha saputo indicare, attraverso scelte di linguaggio e di materiali una aderenza particolare alle esperienze dell’arte contemporanea, contribuendo alla rivalutazione del segno, della materia, della composizione, delle procedure tecniche e della percezione, proponendo sul territorio, dopo una prima fase dedicata al soggetto realistico, un genere di arte basato principalmente sulla esecuzione, sull’impiego di elementi materici naturali, senza tuttavia abbandonare la stesura e il “disegno”, la forma e il cromatismo. In altre parole dedicandosi all’uso di segni a volte astratti, a volte mossi da un “significato” concettuale, altre volte da interessi “applicati” (pensiamo alle stoffe, ai tessuti monocromatici e policromi) di riferimento industriale sia di carattere naturalistico che di carattere simbolico, col ricorso a foglie, semi, aghi, legni, sugheri eccetera.
A parte le prime esposizioni (figurativa la personale di esordio, esattamente quarant’anni fa a Bergamo, alla galleria “Il Capricorno”), dalla presenza al “Gelso” di Giovanni Bellinzoni (presentato da Amedeo Anelli), fino alle ultime esibizioni (Gong, Syrinx III, Semina Verbi, Orizzonti d’arte, Notte Blu, Ciò che unisce, Per cinque+1 ecc.) è possibile ritrovare e distinguere nella sua produzione filoni diversi, esperienze di arte progettuale, concettuale, oggettuale, minimale, concreta, materica, spaziale. Insomma, tutto quanto può essere classificato oggi come arte “attuale” o “attualista”, in cui si ritrovano e combinano il contingente e l’investigativo. Scelte che in Cesari trovano omogeneità di sviluppo e carattere nella mutevolezza del proprio linguaggio. E’ evidente che all’ artista non è mai piaciuta la ripetitività, ha sempre impostato la sua ricerca sul “nuovo” e su una sua interpretazione attendibile, senza preoccuparsi troppo delle parentele, vere o presunte. “Oggi – dichiara lui stesso – opere che sembrano diverse hanno in realtà molto in comune. In architettura o nell’arredo urbano, i progetti che prendono in considerazione lo spazio tridimensionale o bidimensionale dell’ambiente conciliano l’uso e la modulazione del colore con l’architettura, la materia e lo spazio”.

Nella foto: Amedeo Anelli,  il gallerista Giovanni Bellinzoni e Andrea CesaRI

Nella foto: Amedeo Anelli, il gallerista Giovanni Bellinzoni e Andrea CesaRI

Stoffe, carte, plastiche, foglie, semi, legni e altro materiale danno spessore al suo “fare” arte, ai modi costruttivisti e concretisti, senza che essa slitti nel campo di situazioni ambigue. Inserzioni, modulazioni, intersecazioni, insieme al segno e al colore trovano rispondenza in una razionalità, in architetture, in texture e anche in richiami allusivi e magici, mai freddi o spenti e altrettanto mai convulsi (espressionistici). La forma (variabilmente geometrica) è sempre una presenza problematica o come intenzionalità d’un divenire, di un nuovo diverso percorso.
Quella di Cesari è un’arte che provoca sempre associazione di idee multiple, di sensazioni visuali ora fuggitive ora pregnanti, di emozioni ora coscienti ora incoscienti. L’artista chiaramente lavora sulla percezione visiva di segno, materiale, composizione, colore; sulle modificazioni spaziali, sul rimando reciproco e dialettico degli elementi che reclamano sempre una buona partecipazione. A proposito delle “parentele” vale scomodare quel che diceva di sé un minimalista americano, Sol LeWitt: “La mia arte non è di invenzione. Sono influenzato da tutte le forme dell’arte che ammiro, assimilate dal mio processo mentale”. Ecco come originano e concentrano i richiami sottilmente mentali dell’arte di Andrea Cesari.

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PAOLO MARZAGALLI A DIECI ANNI DALLA MORTE

PAOLO MARZAGALLI: "Interno con figure", olio su tela, 90x100

PAOLO MARZAGALLI: “Interno con figure”, olio su tela, 90×100

Domenica 1 giugno al Castello di Fombio all’interno di “DecreTento” (fiera della decrescita, dell’artigianato e dall’autoproduzione) si aprirà la mostra “Gong II. Percorsi dell’Arte Contemporanea” a cura di Amedeo Anelli.
In esposizione saranno lavori di Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Fernanda Fedi, Gianmario Ferrari, Mario Ferrario, Gino Gini, Paolo Marzagalli (nel decennale della morte), Pierluigi Montico, Pino Secchi, Giulio Sommariva, Gianfranco Tomassini, Riccardo Valla, tutti o quasi tutti artisti ben noti ai lodigiani. Le opere presentate aiuteranno a rinverdire l’attenzione sugli autori, a risvegliare curiosità attorno alle loro singolari produzioni, a dividere l’ attenzione per categorie e classificazioni: quelli che pongono interesse ai fatti quotidiani; quelli che muovono (o si sono mossi) da una concezione della vita: quelli che rimandano per figurazione agli sviluppi della pittura, propongono immagini di fluidità e cercano l’espressione nella autonomia dei linguaggi

Paolo Marzagalli ((foto F.Razzini)

Paolo Marzagalli ((foto F.Razzini)

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La scelta di Anelli offrirà una posizione comunque d’insieme. Servirà al visitatore per scoprire come attraverso evoluzioni, approfondimenti, ribaltamenti, un nucleo di artisti locali – in particolare Cesari, Montico, De Bernardi, Ferrario, Marzagalli – sia arrivato ad accompagnare l’adozione di mezzi diversi per costruire nuove immagini.
Significativo poi l’omaggio che “Gong II” renderà a Paolo Marzagalli a dieci anni dalla scomparsa. Marzagalli è stato (con Maffi, gli scultori Staccioli, Corsini, Mauri, Paolo Costa e ad Angelo Frosio), l’artista che ha introdotto nel lodigiano (grazie anche all’appoggio del gallerista Giovanni Bellinzoni) un diverso modo di guardare e intendere l’arte; di distinguere il presente dal passato, la bellezza attuale rispetto a quella passata, studiando soluzioni originali e insolite che hanno legato il suo discorso pittorico alla condizione umana. Attraverso rappresentazioni di sottile tensione, collocate in una orditura originale, l’artista ha contribuito a far passare in città la distinzione tra modernità e attualità. Marzagalli è stato uno dei pochi che hanno gettato semine d’ avanguardie, che altrove risultavano mature ed erano colte mentre da noi erano coltivazione sconosciuta.

 

          Aldo Caserini

 

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FRANCO DE BERNARDI, ALCHIMISTA DELLA LUCE

Franco De Bernardi al lavoro nel suo studio-laboratorio d'arte

Franco De Bernardi al lavoro nel suo studio-laboratorio d’arte

Nella confusione attuale dei linguaggi – segno distintivo di quella Babele che s’è instaurata nel nostro tempi -, è senz’altro da segnalare la mostra di un pittore lodigiano che ridà senso e valore al linguaggio della pittura –  come veicolo, viaggio, realtà della mente, organico nutrimento di tecniche e  ricerca, da poter essere considerato artista d’avanguardia e insieme un custode della tradizione.

La prevista antologica di Franco De Bernardi all’ex-Ospedale Soave è una mostra che all’artista lodigiano si doveva, per vincere le troppe dimenticanze volontarie che per lungo tempo lo hanno circondato (nella sua città e nel territorio), da avere reso sconosciuti importanti cicli della sua trama d’artista.
Artista difficile e di pensiero, De Bernardi  è senz’altro una delle figure di maggior interesse espresse dalla pittura laudense dell’ultimo mezzo secolo; una delle poche personalità artistiche dotate di senso preciso. Non etichettato dal successo (di mercato), ma riconoscibile dal metodo e dal complesso sistematico della sua ricerca; mai da autore di modellatura o di contorno, da doverlo confondere coi tanti d’indole innocua e innocente che si dedicano ai processi di adattamento, sulla spinta del gusto e delle mode.
De Bernardi è sempre stato un “pittore di pittura”, come disse di lui Amedeo Anelli, il critico che lo segue senza interruzione; un pittore impegnato, con sfumature e scale di sensibilità diverse a secon da dei cicli pittorici, a sviluppare “una poetica d’immaginazione materiale, degli elementi, in una rinnovata visione dell’uomo e della natura, fuori di romantiche contrapposizioni con il mondo della cultura e della storia”.
Autore di una complessità nutrita di  tecnica, non di teorie  pseudoconcettuali, d’esempio per impegno e densità di ricerca, mai scambiata col piacere, De Bernardi  fonda la propria espressività nella certezza della conoscenza e del fare. A modo suo un alchimista, senza tentazioni “esoteriche”, dotato della capacità di tramutare la materia in un’altra secondo la natura della cosa stessa, e di andare a volte al di là del visibile, di cogliere l’essenza delle cose e consentire un’arte legata all’altezza e alla profondità del sentire.
I risultati sono frutto di una manualità, anche faticosa, di un costante esercizio della mente e della mano; in cui si trovano riecheggiamento sensazioni, rarefazioni e atmosfere, intrinseci significati di semantica della materia. Il processus latens. De Bernardi pratica l’esercizio pittorico su tavole, carta, vetro; si avvale di colori ad acqua, tempere, gessetti, colle, mordenti; applica schemi diversi, collages, decollages, mescolanze, tamponature, elementi naturali. Sono i i supporti privilegiati nel suo lungo viaggio. Quelli che hanno contribuito a valorizzare la sua esperienza artistica e che rendono partecipi delle oscure regioni del chiaro/scuro e della luce vivificante.
Giocando con la luce egli rivela sapienza d’alchimista, forse trasmessagli dall’amico Abbozzo. Come il perugino, infatti, allunga e accorcia la luce, la diminuisce e la moltiplica, la gonfia e la riduce, secondo la propria attitudine e sensibilità. Fino a farle conquistare significato.  A volte anche  di apparenza fuggevole, a volte celebrando l’essenza che cerca: la metafisica, la teologia, il misticismo, la cosmologia o anche solo la psicologia, dove il piano di realtà e di esistenza giace nell’immaginazione dell’uomo.
Gli anni Novanta sono gli anni decisivi, quelli del grande salto: dai cicli “Itinerari”, “Pragma” , “Estremo” , “Etereo”,  che praticamente hanno distinto il passaggio dalla “percezione ed immaginazione” allo psichismo spontaneo e l’ approdo a una materialità come struttura. “In cui il chiaroscuro modula il ritmo e lo spazio, lo sbalza”, come dice Anelli. L’intrico delle posizioni ha tuttavia accenti diversificati a seconda della plasmazione della materia, del ritrovamento e recupero segnico, delle affioranti corrusioni timbriche, dell’affermarsi di metamorfosi naturali. L’uso delle tempere su vetro, lavorate sulle due parti con effetti plastici decisivi consolidano una espressività fatta di invenzione e misura; di essenzialismo e di distacco da ogni artificiosità. In cui la pittura non è più solo “colore e forma, ma coinvolge l’intera visione in un allargamento verso aspetti inediti della nostra partecipazione percettiva e di immaginazione del mondo”.

Corpi ed elementi Antologia di Franco De Bernardi (1963-2013) – Ex-Ospedale Soave di Codogno  – A cura di Amedeo Anelli

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LA MAGIA DI EDGARDO ABBOZZO RICORDATA A TAVAZZANO DA “CASA IDEA”

Il pittore perugino Edgardo Abbozzo e il critico Amedeo Anelli

Il pittore perugino Edgardo Abbozzo e il critico Amedeo Anelli

Sulle mutanti rotte del contemporaneo Edgardo Abbozzo, è stato un  artista che  riusciva sempre a far parlare di sé, a centrarsi nel dibattito culturale più vivo; a costringere attraverso modi e motivi davanti a uno specchio.
Di lui si è parlato recentemente all’ex-chiesetta del Viandante a Tavazzano con Villavesco in occasione del superbo concerto tenuto dal jazzista Piero Bassini e dal suo Trio, organizzato da Casa Idea, la Maison dei Fratelli Acerbi, nota in tutta Italia per l’attività nel campo dell’arredamento, dell’antiquariato e del design.
A tratteggiarne la figura è stato ancora una volta Amedeo Anelli, suo amico e collaboratore, direttore della rivista Kamen’, la rivista internazi9onale che ha pubblicato in diverse occasioni suoi scritti.
Le novità di Abbozzo  partivano da una esigenza di entroterra culturale: dall’attenzione ch’egli sapeva riservare agli sviluppi formali; dalla capacità ch’egli aveva nel trovare piani nuovi di consistenza attraverso immagini lucide e improvvise in cui fissava varianti emotive e di pensiero, il particolare e lo scrutinarsi, che gli era tipico.
Il perugino è stato un disinteressato consigliere di Giovanni Bellinzoni nella difficile attività del Gelso, dove ha  ripetutamente esposto fino al 1990. Un anno prima della chiusura della galleria di via Marsala a Lodi aveva esposto con Baj, Del Pezzo, Dorazio, Mastroianni, Schifano, Rotella, Fernanda Fedi e Gino Gini Quella di Abbozzo e Bellinzoni è stata un’amicizia intensa. Il gallerista lodigiano aveva inaugurato il Gelso 2 con una mostra di suoi acquerelli fluorescenti,  riproponendolo nel 1992 all’interno di due iniziative importanti: “Gli scaffali del Gelso:le opere e i tempi” e “Arser. Arte e Marketing”. Sensibilissimo agli aspetti educativi dell’arte, Abbozzo aveva esposto anche all’istituto Cesaris di Casalpusterlengo.
Si dedicava alla pittura, alla scultura, alla ceramica, alla grafica e al gioiello d’arte. Grazie alla sua sensibilità critica, sempre premurosa e sempre molto discreta alcuni pittori lodigiani (Franco De Bernardi, Francesco Borsotti e Paolo Marzagalli) sono stati introdotti nei circuiti dell’arte umbra.
E’ stato anche un prezioso collaboratore della rivista Kamen’ su cui sono apparsi diversi suoi contributi (aforismi, frammenti, massime e pensieri). La sua è stata una vita di ostinata ricerca artistica, vissuta da protagonista con una attività espositiva nazionale e internazionale che ha sempre raccolto unanimità di consensi critici.
Aiutano senz’altro a ricordarne il livello singolare della sua produzione la  partecipazione al Museo d’Arte Moderna di Tokyo (1970), alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma (1986) a Stoccarda (1992), alla Waòkins Gallery di Washington (1997). Sue opere sono esposte da anni nei musei di Buenos Aires, Caltagirone, Castelli di Teramo, Deruta, Faenza, Ferrara, Gubbio, Lerici, Monaco di Baviera, Kyoto, Perugia, Spoleto,  ecc.
Se Vittorio Fagone gli riconosceva il gusto dell’ironia e la capacità del silenzio, Tomassoni lo distingueva per il segno magico e illusorio che depositava sulla carta.  
Ricordandolo in occasione della serata a Casa Idea Amedeo Anelli ne ha sottolineato la forza di mediazione allegorica.
Abbozzo ha ritmato l’attività creativa con quella non meno ardua e fondamentale della direzione artistica: ha  diretto l’Istituto d’arte di Deruta e l’Istituto Statale d’Arte di Firenze,  l’Accademia di Belle Arti di Carrara, di cui è stato anche docente di scultura fino al 1980. E’ stato infine membro del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione e direttore dell’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia.

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NEL SEGNO DI EDGARDO ABBOZZO LA MOSTRA PER IL 50° DEL CESARIS

CESARISAll’interno del XII ciclo organizzato dal “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli,  è visitabile al salone d’ingresso dell’istituto di Casalpusterlengo l’esposizione “Per i 50 anni del Cesaris”, curata e allestita dallo stesso Anelli  per il mezzo secolo dell’Istituto.
ono in mostra, fino al 6 febbraio del prossimo anno, lavori di Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Giovanni Blandino, Francesco Borsotti, Adamo Calabrese, Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Fernanda Fedi, Gianmario Ferrari, Gino Gini, Alfredo Mazzotta, Vito Melotto, Pierluigi Montico, Giulio Sommariva, Pino Secchi, Antonio Tonelli, Gianfranco Tomassini, Riccardo Valla. La selezione è costituita dal nucleo fondamentale degli  artisti locali e nazionali che nell’arco delle dodici edizioni hanno contribuito a dare completezza alla formazione dei giovani studenti dell’istituto. Una esperienza che ha garantito ottimi risultati e la cui “formula pedagogica” costituisce un importante precedente e modello culturale oltre che un vanto per la città di Casale e per l’Istituto Cesaris, ed è anche punto di riferimento per la trasmissione di conoscenze dell’arte contemporanea, del gusto e della sensibilità estetica. I “cicli” del Cesaris costituiscono un tentativo di far uscire la conoscenza dell’arte dalle “ristrettezze e costrizioni” territoriali, attraverso una esperienza che da sviluppo a una scuola vera, seriamente formativa, non solo nelle acquisizioni tecniche esemplari per correttezza e funzionalità, ma capace di abituare l’occhio dei giovani alla ricerca dell’arte, arricchendo la loro sensibilità di armoniche misure ed equilibri.
Tra gli espositori di sicuro interesse Edgardo Abbozzo, meritevole oltre che per la varietà e complessità della produzione artistica, per avere tenuto il testimone dell’insegnamento nella sua Perugia per tanti anni, rilanciando attraverso la propria arte la sfida a una cultura e a una società divenute forse troppo massificate, omologate e nell’uniformità.
Con lui è un consistente gruppo di autori lodigiani: Francesco Borsotti, Franco De Bernardi, Gianmario Ferrari, Andrea Cesari, Giacomo Bassi, Giulio Sommariva, Pierluigi Montico. Tutti artisti che portano avanti una elaborata strutturazione e un’arte di sensibilità evocativa (Borsotti, Cesari), in alcuni casi di prorompente vitalità espressiva (Bassi), in altri di casualità giocata nella definizione degli accadimenti (Montico), in altri ancora riflessa nel magma lucente della materia (De Bernardi), o in cui il canone scandisce il ritmo del pensiero (Sommariva), oppure il vissuto della materia sembra ripercorrere tracciati della memoria (Ferrari).
Tre gli artisti che si applicano alle applicazioni della fotografia artistica, come impaginazione, partitura, energia di elementi o di rigore metafisico o strutturale. Sono: il lodigiano Pino Secchi, autodidatta, dedito alle nuove tecniche digitali, autore di immagini che trasmettono la poesia del tempo e dei luoghi; il perugino Gianfranco Tomassini, docente di fotografia, artista di aurea compostezza, dallo sguardo sensibile alla luce, alla figura, al lavoro di riflessione e alla elaborazione concettuale; il parmense Riccardo Valla, residente a Casale, autore attento alla vibrazione dinamica del segno e della luce, al fluire incessante di forme ed energie, che recuperano alla forma uno stato di primordiale vitalità.
Dei restanti, Fernanda Fedi e Gino Gini, sono noti come autori di consolidato prestigio, autori di libri d’artista e adepti della poesia visiva, oltre che per la consolidata presenza alle iniziative lodigiane. Attorno a loro si raccolgono, con le rispettive cifre stilistiche e originalità espressive  le figure di Giovanni Blandino,  Adamo Calabrese, Gianfranco De Palos, Alfredo Mazzotta, Vito Melotto e Antonio Tonelli.

“Per i 50 anni del Cesaris”. – Salone d’ingresso dell’Istituto Cesaris di Casalpusterlengo – Mostra collettiva a cura di Amedeo Anelli –  Fino al 6 febbraio 2014.  Nei giorni di apertura dell’Istituto scolastico.

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