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Marchitelli, Polonioli / “Piccole storie di biodiversità”

0002_lycaena_dispar_20140201_1983652139Piccole storie di biodiversità di Antonio Marchitelli e Marco Polonioli, che Fabrizio Comizzoli ha “rivestito” per le Edizioni Gruppo Gerundo di un editing contenutistico e grafico di prim’ordine che vede ora la luce per i tipi della Arti Grafiche Sollecitudo è un libro di fotografie accurate, che accompagnano con scrupolo un saggio frutto di preparazione e di creatività, da corrispondere a sfere d’interessi vari e diversi.
La pubblicazione esibisce una capacità di visualizzare e interpretare luoghi, ambienti, scorci, piante, fiori e uccelli del territorio che va al di la delle pure ipotesi informative per fornire fermenti culturali e al tempo stesso intensificare l’idea di fotografia come linguaggio, da dare una mano a sentirsi parte di un mondo naturale non preso a prestito o imitato, tantomeno imposto.
Sia nella parte “letteraria” che in quella fotografica il libro offre una rappresentazione molto vasta. Come un grande edificio musicale è costruito con intelligenza e disciplina, convincente nella narrazione dell’ambiente, essenziale nel cogliere un patrimonio immenso in cui la varietà di significati ad esso attribuiti da ecologi, entomologi, filosofi, politici, naturalisti, gente comune, rischia persino di far dimenticare i confini tracciati dall’ambiente. Marchitelli, autore della parte descrittiva, riporta, attraverso una stesura precisa, di definizioni rigide, dentro a quei “confini”, rendendo un tessuto espositivo fatto di sensazioni profonde, dove l’emozione scientifica, quella naturale e quella artistica si fondono nell’attenzione alle piccole cose, cogliendo interrelazioni, modellazioni fisiologiche, evolutive, comportamentali. Un contributo prezioso, didattico, perciò di valore, che fa sperare che l’intelligenza umana possa mutare e spostarsi su un nuovo corso.
Il progetto grafico del banino Comizzoli, pure lui fotografo naturalista, lo convalida “impaginatore” estroso e inventivo, dotato di tecnica e chiarezza grafica, capace di procurare impressioni non monotone e di durata.
Il risultato è un libro ricco di immagini fotografiche scattate con arte da Marchitelli e Polonioli, due pilastri del Gruppo photonaturalista Il Gerundo. L’attenzione e l’interesse che l’immenso edificio cattura è una attenzione “distesa”, che aiuta a cogliere nel calmo movimento l’ammirazione di tutto quanto esiste in natura.
In Piccole storie di biodiversità si può distinguere tra il duo Marchitelli- Polonioli, fotografi che praticano un linguaggio non sperimentale e che fa uso di una fotografia diretta e il duo Marchitelli-Polonioli ‘poeti’, termine improprio ma il solo che possa dare l’idea di un suo sentimento della natura, di un suo pathos della conoscenza e del mistero della vita; si può riconoscere tra il Marchitelli e il Polonioli compilatori di una sorta di “schedario” ispirato alla fertilità degli equilibri tra società umana, paesaggio e quadro generale della biodiversità in natura col suo substrato vegetale e animale, dal quale traggono alimento gli uomini ma anche altre creature, gli uccelli, gli insetti, l’ eterna e sacra e armoniosa aviflora, e il Marchitelli e il Polonioli che nei relativi linguaggi fotografici mettono atmosfere di tanti particolari che danno ricchezza di contenuto alle rispettive immagini.
Corredando la rispettiva pratica con sistematicità, l’uno e l’altro conferiscono alle immagini una forma di “filosofia”, anche se, pare ovvio, le rispettive personali ricerche nascono entrambe dall’ individuare all’interno di una impresa cumulativa di soggetti straordinari che ampliano la conoscenza e stimolano idee. Osservatori diligenti, l’uno e l’altro colgono con bravura ed esperienza aspetti di un mondo “non turistico”, serbatoio di altre immagini, di paesaggi minacciati nella loro integrità e tuttavia pieni di poesia, dove l’uomo cerca nella natura una atmosfera di equilibrio e di rispetto senza prevaricazione.

 

Lodi, dicembre 2016

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ALBERTO MARTINENGHI, la fotografia come mezzo di espressione

 

ALBERTO M ARTINENGHI

ALBERTO M ARTINENGHI

Alberto Martinenghi, è sulla breccia da alcune decine d’anni. Molti lo conoscono per l’interesse dedicato alla fotografia naturalista, con la quale ha realizzato un paio di volumi di fotografie. La concentrazione degli scatti fa cogliere l’ ordinata varietà della natura (fauna e flora), e lo specialista dell’immagine che conferma (se ce ne fosse ancora bisogno) come la fotografia può essere (è) uno straordinario strumento di conoscenza e di comunicazione.Martinenghi fotografo si è praticamente costruito da sé, da quando giovanissimo gli misero in mano una “viennese”, una Voigtlander, e lui iniziò a “cliccare” fino a padroneggiarne la tecnica; e, più tardi, imparò a servirsene e insieme a difendersi. Grazie a “Calicantus” che lo ha promosso con“Note invernali”, i lodigiani hanno preso confidenza con una serie di sue articolazioni iconiche.. Ma nel suo portfolio illustrativo e promozionale sono diversi comunque i temi affrontati. Riguardano i cubi del Data Center pavese di Eni Green, le istantanee di un concerto di Cocciante (Il gobbo di Nostre Dame), un reportage dall’Umbria e uno sui paesaggi fluviali, un concorso di body painting, una serie di ritratti di amici artisti: Secchi, Ferri, Razzini, Manca, Quadraroli eccetera. Questo autunno Martinenghi ha in programma una mostra con Franco Razzini alla Biblioteca Laudense: “London Town”: per Razzini sarà il replay della mostra di successo di una ventina di anni fa, per Martinenghi un esame e l’occasione di una verifica, un modo per lasciarsi alle spalle la fotografia naturalista e farsi riconoscere con il proprio marchio personale su altre immagini di altri soggetti.
Diciamolo: fotografare, oggi, è una cosa seria. L’evoluzione tecnica ha portato il prodotto a un livello che fino a ieri non si sarebbe potuto immaginare. La scatoletta coi suoi magici brevetti di automazione e digitalizzazione, imprigionata nello slogan egoista della civiltà dei consumi toglie dignità estetica all’intelligenza, esalta alla pigrizia intellettuale e all’apatia della ricerca. Per recuperare la dignità della creazione di cui essa è tramite alla pari di altri mezzi espressivi, richiede all’utilizzatore scelte culturali, di approfondimento, di lasciarsi prendere dall’ansia silenziosa della creazione.

ALBERTO MARTINENGHI: "Serenata", 2014

ALBERTO MARTINENGHI: “Serenata”, 2014

Nel curriculum di Martinenghi non c’è niente di inconsueto, niente di particolare, niente di improvvisato nelle operazioni. C’è forse qualche eccesso di pignoleria tecnica, nell’uso ottimale ch’egli fa degli strumenti.
Le esuberanze nella cura tecnica a volte ingabbiano la fantasia, non liberano l’immagine mentale ma quella presa in prestito dalla natura. Permettono fotografie ineccepibili, di qualità anche elevata che fermano lo sguardo su oggetti di per sé belli. Ma una bella immagine della cosa bella non distingue il “linguaggio” di un fotografo. Non occorre che l’oggetto sia bello perché sia bella una buona fotografia. Il possesso delle sole potenzialità espressive del mezzo (comune a molti bravi fotografi naturalisti) aggioga a ricercare immagini che anche se diverse sembrano poi tutte uguali. Che conservano l’evento nel tempo ma non partecipano ai processi evolutivi del linguaggio e del gusto, della poesia e della creatività estetica.
Dopo avere riservato interesse e passione agli abitanti della natura e alla natura stessa, Martinenghi ha sentito che era giusto spostare l’attenzione su tematiche diverse e quindi adottare un linguaggio diverso. Sostanzialmente, praticare una fotografia meno condizionata.
London Town con cui egli si metterà in mostra questo autunno alla Laudense dirà se vi è riuscito o vi sta riuscendo. E in quale misura Se la scelta di combinare la qualità della sua Canon con il senso della forma e dello stato d’animo, lo ha risolutamente spostato verso l’espressione. Da averlo tenuto lontano dall’ imponenza: il castello, i teatri, il ponte sul Tamigi, i palazzi vittoriani. Ma anche dagli effetti di Piccadilly, dalle nevrosi di “The Plaza”, dal turismo di Portobello, dal folcklore di Carnaby Street… permettendogli di liberare uno sforzo originale di comprensione della realtà. Spia di un diverso atteggiamento estetico rispetto alle scelte passate.

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