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Teodoro Cotugno, poesia di una città di provincia

TEODOTO COTUGNO: Copertina del catalogo curato da Tino Gipponi per la mostra alla Banca Centropadana di Lodi

Si è inaugurata alla Bcc Centropadana in corso Roma a Lodi, presenti i vertici dell’Istituto, come pure esponenti dell’arte, della cultura, dell’amministrazione civica e un pubblico numerosissimo delle migliori occasioni, una “vetrina” di opere grafiche di Teodoro Cotugno.
La mostra compendia in 35 calcografie un racconto di luoghi, percorsi, monumenti cittadini, dall’artista affidati a una narrazione di mestiere e sapere, in cui la natura viene messa a fuoco nel dettaglio e connota privilegiandole esplorazioni di luce e incantamenti.
L’omaggio a Lodi e al territorio è stato reso possibile dal riordino intelligente di un consistente numero di lastre incise in anni diversi, che una volta riunite documentano filologicamente le acquisizioni del segno artistico, il passaggio da un registro descrittivo-figurativo a una dimensione interiore, a un cammino orientato sul significato profondo del guardare in cui al “simple divertissement de hasard” è opposto un paesaggio figurale di meditazione e poesia consegnato da stampe originali d’arte.
Una esposizione dunque invitante oltre che persuasiva in cui Cotugno si conferma uomo di silenzi, di tempi sospesi, di sguardi dilatati e segreti, oltre che calcografo dal segno autorevole e definito. La qualità delle acqueforti riunisce in sintesi stile, temperamento, sensazioni e sentimenti. La piazza del Duomo, La Basilica di San Bassiano, Il Torrione di Lodi, Il resto del raccolto, I tre campanili, Lodi dai tetti, Il Torrione, la neve e il silenzio, L’Isola Carolina, Le Baste 1, Le Baste 2, San Rocco, Il vigneto, Cattedrale d’inverno, Vecchia fornace, Autunno, L’Incoronata e la luna, Vigneto di Giò, La cascina scomparsa, Autunno, Tra gli alberi, L’Adda eccetera, studiosamente disposte, hanno “armato” il curatore Tino Gipponi che ha condotto una puntuale, esperta analisi dei procedimenti e dei segni grafici, e una interpretazione delle condizioni di sentimento e poesia che rendono i fogli unici.
Cotugno è artista che non si compiace del mestiere di “riproduzione”, aspira a toccare vertici di espressione. Nei suoi lavori si ritrovano schiettezza di scrittura, spessore di significati, pretesti di poesia; filtrano fremiti di luce presi dalla realtà della natura e con decisione proposti con coinvolgimento. Campagne, passaggi, stagioni, scorci boschivi, archeologie agresti, corsi d’acqua, aspetti rurali, ma soprattutto monumenti civici, ponti, tetti e piazzali, chiese, scorci cittadini ecc. inducono a leggerne, segno dopo segno, i dettagli, fin oltre dentro l’ avvolgente poesia.
Profili urbani, aspetti gentili, visioni campestri e bucoliche sono dall’artista colti con occhi di poeta, attraverso un intimo rapporto con la natura guardata e riguardata, che suggerisce – con le ovvie e dovute distinzioni -, cenni di richiami a Barbisan, Tramontin, Castellani, Cadorin, Trentin, Ceschin, Tregambe…
Come loro, il calcografo lodigiano trasmette sensazioni di luce. La sua arte non annuncia problemi, se non le incognite a cui va incontro l’amata natura. Le sue immagini lasciano l’effetto realistico per incontrare qualcosa che è misterioso (non semplicemente poetico).
Il percorso segnico-formale s’è molto rafforzato, ha acquisito sicurezza ed espressività; i suoi fogli si riconoscono per lo svolgimento dei temi e lo sciogliersi delle forme nell’atmosfera. L’abilità di mano e di occhio giunge a inserire il bianco del foglio nella raffigurazione, fino a raggiungere effetti luminosi in differenti elementi paesaggistici.

In tempi di imperante finzione la mostra rivela un Cotugno dall’ approccio umile e consapevole verso un mestiere e le sue radici che alimentano un’arte che “minore” non è. Tutt’altro!

 

 

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“ON FAI L’OS”: Lettera ai conigli, il lascito poetico di Gino Commissari

aoldani-e-anelli-a-tavazzanoNel quarto e ultimo appuntamento del Piccolo presidio poetico 2016, Amedeo Anelli e Guido Oldani hanno presentato alla biblioteca di Tavazzano Lettera ai conigli. Poesie scelte, volume di polettera-ai-conigli-commissari-2esie dedicato a Luigi Commissari (teologo, poeta, traduttore e collaboratore fin dalla prima ora della rivista di poesia e filosofia Kamen’). Il libro, pubblicato dalla Libreria Ticinum Editore, è curato dallo stesso Anelli e contiene  due saggi di Giancarlo Buzzi e Guido Oldani.

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Di Commissari poeta si è sempre saputo poco e niente. Note conosciute erano solo le sue frequentazioni dell’ambiente reboriano, l’amicizia con Padre Turoldo e l’interesse – questo sì perché dichiarato – per la poesia di pensiero e di contenuto, mentre è sempre rimasta nascosto l’esercizio poetico. Si poteva certo immaginarlo, visti gli ampi interessi per le materie letterarie e come traduttore di testi biblici, da lui restituiti alle tradizioni poetiche ( Cantico dei Cantici, Salmi, ecc.). Ma se sussistevano dubbi sulla sua naturale riluttanza alla scena e a pubblicare, il lascito, di cui hanno parlato Amedeo Anelli e Guido Oldani a “On fa l’os”, all’Autunno culturale tavazzanese ne è una eloquente dimostrazione.
Come poeta Luigi Clettera-ai-conigli-copertinaommissari non si concede alcuna velleità né come linguaggio né come direzione. La sua poesia sta tra il frammento e l’autobiografia. Ha per scelta intensità descrittiva e narrativa, epistolare e diaristica. Come mostra “Lettera ai conigli” è evidente il suo radicamento ai luoghi e alla fede. Commissari non rincorre l’avventura e l’estasi, al contrario sfuma con eleganza e abbondanza nell’etica.
La tecnica è quella del verso libero. Giusta per indugiare in disgressioni e particolari, marcare il ritmo, rendere appena percepibili le variazioni di tono o d’umore. Amedeo Anelli gli riconosce “ finezza psicologica”, “sensibilità”, “dimestichezza coi classici”, la padronanza di “un linguaggio che riapre, nel discorso, il cammino verso la realtà e nel contempo verso la comunità”.
Il tessuto dei fatti, anche quando questi tendono ad annullarsi, rivela un poeta orientato all’ umano, che sa guardare al proprio limite ultimo e alle sue estreme e sa rinnovare per questo l’abbraccio con l’anima. Le sue non sono composizioni nate dal vuoto o da intuizioni mentali o intellettuali o musicali. Escludono persino quel pizzico di visionarietà che ai poeti è sempre permessa. La metafora e le poche allusioni e suggestioni sono tenute sotto controllo. Trovano, invece, slancio i richiami ai luoghi amati e frequentati. ma senza scelte di puro realismo. La realtà è “ascoltata” per coglierne i messaggi. Ed essere poi ridotta al minimo spreco nel gioco poetico fra significante e significato.

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“Le Stanze della Grafica d’Arte” /2 Luigi Bartolini, l’arte sottile di un grande alla BPL

Svuotate le valige delle vacanze e tornati al tran tran quotidiano, anche l’attività espositiva, sostanzialmente ancoraBartolini connessa con il periodo precedente, presenta i primi segnali di ripresa, novità e proposte.
Carte d’Arte, tradizionale appuntamento organizzato dall’Associazione Monsignor Quartieri, dopo venti anni di eccezionali esperienze prende atto che anche il mondo della grafica d’arte spinge per uscire dalla stagnazione. Cambia quindi nome, amplia l’organizzazione, si rinnova negli spazi, offre spunti e suggerimenti di novità che sono già una prima risposta. Lascia l’esperienza a Le Stanze della Grafica d’Arte, che da subito si presenta decisa ad ampliare l’orizzonte degli interessi e delle suggestioni alla conquista di prospettive e di profondità meno tradizionali. Con questo spirito, Patrizia Foglia e Gian Maria Bellocchio hanno curato per il primo ottobre prossimo una mostra omaggio a una delle figure che hanno animato l’incisione italiana fra le due guerre, dedicando a Luigi Bartolini (1892-1963) una delle sezioni (delle “stanze”) con cui è stato ripensato lo spazio espositivo di via Polenghi Lombardo.
Per linguaggio grafico e modo stesso di interpretare l’incisione, Bartolini è oggi considerato tra i grandi della nostra storia incisoria. L’averlo scelto per una mostra è un modo intelligente per ritornare al “linguaggio” fuori dalle retoriche della contemporaneità. Nato nelle Marche , a Capramontana, Bartolini morì a Roma nel maggio del 1963 Trent’anni prima scrisse a Giovanni Scheiwiller: Si potrebbe fare a meno della autobiografia inquantoché la mia opera è autobiografica. Io non ho fatto altro – dipingendo, scrivendo, incidendo – che comandare, a me stesso, della grazia.”
Vissuto in un’epoca ancora sedotta dalla magniloquenza dannunziana e dalle retoriche del regime, Bartolini ebbe vita dura, al di la del conflitto con tutte le avanguardie attive in Italia, fu disertato dalla critica e dal pubblico che allora sembravano conoscere soprattutto l’opera incisa di Morandi, Viviani, Casorati, Delitala. La sua collocazione risultò difficile anche nel secondo dopoguerra, dovette fare i conti con il “dopo”. Le sue opere si sono dunque fatte largo da sole. Possiamo bene immaginare l’impegno di Patrizia Foglia nel recuperare gli esemplari (una ventina) per la mostra, che sono fra le cose belle e interessanti realizzate in incisione dall’artista.
La mostra allo Spazio Bipielle in un certo senso si accosta e aggiunge a quella tenuta tra febbraio e marzo allo Sforzesco di Milano, curata da Giovanna Mori, conservatore della Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli, che presentò una selezione di fogli dell’autore di proprietà dell’Istituto e di incisioni di proprietà privata.
Fra opere compiute, abbozzi, piccole lastrine Bartolini realizzò quasi duemila incisioni. In maggioranza soggetti legati alla natura. Fanno comprendere in che modo egli l’amasse, da perfetto conoscitore del mondo animale e vegetale, attratto dalle cose umili da cogliere sottili alternanze di segni e poesia. Il linguaggio è assolutamente quello dell’incisore di razza.
Incisioni bionde o incisioni nere, com’egli le definiva, per distinguere (nell’unità del linguaggio) le opere condotte con un tratto veloce, rapido e leggero, senza indugiare al contrasto, oppure basate toni di luce e atmosfere, in cui si scopre l’ interesse ai valori di un Goya e di un Rembrandt e recupera tematiche profonde, con rimandi e sospensioni al silenzio e alla solitudine.

L’opera grafica di Luigi Bartolini . Le Stanze della Grafica d’Arte – Spazio Arte Bipielle, via Polenghi Lombardo a cura Associazione Monsignor Quartieri, Mostra collettiva di grafica originale d’arte – Inaugurazione 1 ottobre p.v.

 

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“Le stanze della grafica d’arte” / Viaggio nella grafica italiana

LUIGI BARTOLINI

LUIGI BARTOLINI

Cambia denominazione Carte d’Arte: da quest’anno sarà Le Stanze della Grafica d’Arte. Insieme modifica la tradizionale struttura compendiando nella organizzazione tre sezioni espositive: una dedicata a incisori e litografi attivi nel mondo della stampa d’arte (Carte d’Arte); una seconda (Protagonisti e Maestri), intesa a ricordare artisti di particolare importanza e valore e risonanza; una terza (Attività), a far conoscere istituzioni, stampatori, editori, circoli collegati al mondo della stampa d’arte.
L’ampliamento introdotto dall’Associazione Mons. Quartieri presieduta da Gian Maria Bellocchio è rivolto a dare un quadro dei collegamenti che accompagnano le stampe d’arte dal momento dell’invenzione del soggetto alla fruizione finale. Proprio nella dimensione di un’attenzione più ampia al mondo della grafica originale d’arte è da leggere la scelta dell’associazione che da una ventina d’anni è impegnata sul piano di un consolidato programma espositivo di ricerca e valorizzazione delle testimonianze più eloquenti della cultura grafica nazionale.
L’ “offerta” di quest’anno, curata da Patrizia Foglia, nota studiosa esperta di storia, indirizzi e contributi di una certa originalità, e da Gianmaria Bellocchio, si incentrerà su un “omaggio” a Luigi Bartolini, senza dubbio uno dei più quotati maestri dell’incisione italiana, autore di esemplari unici o rari. L’nconetano, autore di 1400 opere incise, è considerato artista raro e sanguigno che “urtava”, come lui stesso riconobbe,contro tutti e contro tutto”, una delle “eccellenze” del ‘900 italiano vissuta costantemente con grande intensità poetica.
Una seconda sezione sarà riservata a far conoscere Ermes Bajoni di Bagnocavallo, autore di formazione autentica improntata a soggetti umani e a racconti che sfruttano il dato “quotidiano”. Vincitore del XIV Premio Sciascia organizzato dall’’associazione degli Amici di Sciascia con i Musei Civici di Milano, saranno con lui il vicentino Ivo Mosele, curatore dell’archivio del maestro della tradizione veneta Tono Zancanaro, e autore di personaggi immersi nel quotidiano che di volta in volta svelano tracce di svelamento e di nascondimento, il magentino Ernesto Saracchi, autore di racconti per immagini costruite sulla memoria, la piacentina di Carpaneto Roberta Boveri, allieva di Bruno Missieri autrice di trasparenze e luce avvalendosi di tecniche diverse e sperimentali.

Nota pubblicata dal quotidiano IL CITTADINO sabato 3 settembre 2016

TEODORO COTUGNO FLAVIA BELO' il critico PATRIZIA FOGLIA

TEODORO COTUGNO
FLAVIA BELO’
il critico PATRIZIA FOGLIA

Una terza sezione è invece dedicata ai 40 Anni del Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande, diretto da Gabriella Casarico. Quarant’anni possono essere o sembrare molti o pochi, a seconda di come li si viva. Quelli del centro ospite di palazzo Galloni a Milano hanno convertito la vita artistica sul Naviglio. Tra gli artisti di casa nostra che sono transitati si richiamano: Sara Montani, Teodoro Cotugno, Flavia Belò, Paola Maestroni, Luigi Poletti, Vittorio Vailati e Franchina Tresoldi.
Al fine di non perdersi tra le cinquanta e oltre stampe d’arte che saranno alle pareti di via Polenghi, segnaliamo da ora: l’acquaforte-bulino “Verwirrug” di Eva Aulmann, artista straordinaria per carattere e visionarietà; la sequenza in 4 lastre lavorate a puntasecca e a maniera nera “Crepuscolo” di Mario Cattaneo; l’omaggio al “Liocorno” in chiave di atmosfera surreale di Angela Colombo e quello di gusto lirico di Flavia Belò; l’ acqueforte di Teodoro Cotugno che restituisce corposità poetica a un “Sentiero d’inverno; l’“Albero delle stagioni” che conferma le convinzioni grafiche di Umberto Faini. Segnaliamo ancora: le “Scritture arcaiche” di Fernanda Fedi e quelle a “Prova di volo” di Gino Gini; la puntasecca e acquatinta di un Calisto Gritti; l’acquaforte, puntasecca, acquatinta al sale “Rain forest 1” di Silvana Martignoni; “Melograni”, acquaforte acquatinta su tre lastre di Roberto Rampinelli; “Albero prigioniero” di Girolamo Tregambe, esemplare maestro bresciano, scomparso da poco.

Le Stanze della Grafica d’Arte – Spazio Arte Bipielle, via Polenghi Lombardo a cura Associazione Monsignor Quartieri, Mostra collettiva di grafica originale d’arte – Inaugurazione 1 ottobre p.v.

 

 

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PERSONALE DEL FOTOGRAFO MATTIA LANZI AD ACQUANEGRA CREMONESE

Mattia LanziMattia Lanzi, proposto alla rassegna “Un fotografo al mese” non è una rivelazione. Del giovane fotografo, questi giorni in mostra ad Acquanegra, si può dire che mostra impegno, passione e una perizia  nel saper cogliere immagini di vita quotidiana. Col “click”  ha un rapporto simbiotico, che coltiva  dalle prime esperienze sedicenni e che ha consolidato dopo aver frequentato la Raw Academy a Cremona. Un arco di tempo breve, appena quinquennale, che gli assicura tuttavia abilità e disposizione nel strappare alla fugacità dell’attimo frammenti di realtà.
La sua  fotografia ispirata è dal quotidiano, che coglie  con inquadrature di immediato impatto, giocate sui contrasti e al di la del puro intento cronachistico, con un occhio alle suggestioni emotive.
Lanzi sviluppa racconti per immagini. Sono montaggi di momenti reali, ma anche simbolici, mai teatrali, mai esagerati o enfatici, “fermati” nel corso di viaggi e escursioni, in cui riflette la propria concezione visuale. Documentano momenti concreti e attimi che si allontanano. La realtà di Lanzi è fatta di istanti effettivi, consistenti, e di sentimenti e sensazioni. Fanno entrare nell’orizzonte del fotografo e ne fanno cogliere variazioni e mutamenti simbolici. Un campionario si può apprezzare da sabato a Villa Anselmi ad Acquanegra, borgo a pochi chilometri tra Codogno, Maleo e Pizzighettone. La mostra appartiene a un percorso espositivo, pensato e realizzato, fuori da schemi tradizionali da Gilla Stagno assessore alla cultura,  offre un excursus di interesse tecnico, e, senza retorica, di linguaggi poco convenzionali.
In Lanzi la tecnica ha un ruolo contenuto. Il giovane fotografo pare non volersi perdere dietro allo strumento-macchina, né dietro a regole e a procedure; punta alla sperimentazione, alla conoscenza e all’ esperienza. La visione (visi, ritratti, scorci, luoghi, paesaggi naturali) non è indisciplinata né  rilassante, ma meditativa. La narrazione rivela una sensibilità diretta, composita, diciamo “barattata”, ricca di istanti espressivi, linguistici, segnici che spiegano e motivano la capacità di visualizzare l’ immagine anche attraverso particolari.

 

Mattia Lanzi – Comune di Acquanegra – Biblioteca comunale – Un fotografo al mese –Orari dal lunedì al venerdì dalle 9,00 alle 13,00, sabato dalle 9,00 alle 12,00 – fino al 1 settembre.

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Silvia Rastelli, esordio aniconico nel colore

RASTELLI Silvia Scan_Pic0017Una volta lontani dal reale, ciò che resta è la materia, sono i colori, l’essenza che essi creano. Silvia Rastelli (in arte Sira), nativa di Lodi e da tempo residente a San Martino in Strada, si presenta al “Bizzò” di via Cavour dove, sotto il titolo “ Sira e il suo mondo colorato” propone un gruppo di lavori vigorosi dal movimento circolare e ondivago che lasciano intendere il desiderio di condurre una pittura di impatto visivo, discosta dall’oggetto reale, anche se con questo continua a cimentarsi (v. due piccoli formati alle pareti).
Al “Bizzò” la Rastelli riferisce una espressività che pare uscita dal clima performativo dell’arte femminile, di quando il “tema” in pittura non fu più messo in relazione simbolica o identitaria con l’artista o la società, per assumere singolarità indipendente e concorrere al “crescendo visivo” dei codici aniconici nonché al processo di s-definizione in corso nell’arte visuale.
Presunzione improbabile, se non altro per ragioni anagrafiche. Autodidatta, la Rastelli ha scoperto la passione per la pittura solo una quindicina d’anni fa, individuando subito quegli elementi discreti di applicazione per dare sbocco alla creatività. I suoi lavori scaturiscono da elaborazioni semplici da cui sprigionano movimento, gestualità e forme primarie e arcaiche, che possono suggerire indicazioni di “neo”, considerata la fluidità dei segni introdotti nelle immagini.
Il risultato è una stesura di possibili pattners o motivi di arabesco e di ornamentazione. Che va incontro a una fruizione anch’essa sfuggente, dilatandosi e moltiplicandosi nei mille canali offerti dai mixaggi in vigore. Questa partecipazione sembra incoraggi lo scandaglio della sanmartinese di forme visive dirette, ma che nulla hanno di “esplosivo” o di capriccioso o di ancestrale, o di dichiarato.
Le sue “combinazioni”, denotano un registro povero (non sontuoso) nelle mescolanze materiche e nelle tracce cromatiche, e danno forma a una pittura d’adornamento, semplice nel rendimento, che non amplifica nella regione dell’ arcano. Come molta arte femminile aniconica non è confezionata, presenta un aspetto leggero di modalità discontinue e insieme una naturalezza e fertilità di fioritura. Nei nutrimenti la Rastelli può sembrare finanche misteriosa. Non è per disdegno, ma pere risorse interne della propria ricerca.

 LA MOSTRA: SILVIA RESTELLI, personale, Caffetteria Bizzò, via Cavour, Lodi – Negli orari di apertura dell’esercizio – Chiuso il lunedì. fino al 5 agosto.

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8 fotografi del Circolo Ventura documentano le forme di volontariato

 

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Dal 4 giugno, elogio dell’istantanea fotografica e delle attività di volontariato a San Donato Milanese. L’iniziativa è promossa dal circolo fotografico sandonatese F.Ventura aderente al progetto nazionale Fiaf “Tanti per Tutti” ( Viaggio nel volontariato italiano) e vede coinvolti una serie di scatti di Alessandra Antonini (2° foto) , Mara Del Monte, Pietro Del Monte, Roberto Rognoni (3° foto) , Leonarda Viretti (1° foto), autori selezionati per la fase nazionale, e di Paola Tarroni, Luca Tomiello e Flaminio Fani.
La mostra si concentra su un gruppo di appassionati dello strumento ottico, in parte sconosciuti ai più, che ne esplorano forme e risorse tecnico-espressive, ma che soprattutto con le loro stampe fanno convergere l’interesse su aspetti e tematiche di un volontariato protagonista di attività che richiedono sentimento, pensieri, energia, azioni, che spesso vanno al di là degli aspetti di responsabilità e routine.

Turno notturno giovedì

Turno notturno giovedì

Quella del Gruppo “Ventura” è una iniziativa intesa a documentare e avvalorare, attraverso tutte le variazioni possibili, il mondo del sociale attraverso l’ associazionismo e i suoi campi d’ intervento; una rete che è frequentemente chiamata a reagire all’inaspettato, a coprire l’inefficienza e i ritardi degli enti istituzionali, a vivacizzarne le strutture precostituite, a recuperare l’indifferenza di una società civile insensibile alle richieste di un ascolto attento e responsabile.
La mostra che si inaugura il 4 giugno prossimo alle ore 17,30 , è destinata a documentare attraverso le immagini un gruppo di associazioni:  i City Angels e il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta (CISOM), ripresi con sicurezza da Alessandra Antonimi; le complicate relazioni dei Volontari in corsia (AVO) e della Associazione Italiana Cardiopatici (AICCA), rievocate da Mara Del Monte; le attività dei Gruppi di Acquisto Solidali (Equo G.A.S.) e CARITAS della Parrocchia San Donato, affidati alla prontezza di Pietro Del Monte; il Comitato locale della Croce Rossa Italiana (CRI) messo in luce dagli scatti di Roberto Rognoni; infine, l’associazione Cuore Fratello (Cura bambini cardiopatici) di San Donato, apprezzato da istantanee scattate da Leonarda Viretti.
Al di la delle qualità tecnico-operative dei singoli autori e dei rispettivi linguaggi espressivi la mostra fotografica è tenuta insieme da un discorso unitario, inteso a mettere in luce le impronte che il mondo del volontariato locale lascia quotidianamente in molti settori della vita locale.

 

Tanti per Tutti : mostra fotografica collettiva a cura del Circolo Ventura di San Donato Milanese – Cascina Roma, piazza delle Arti, 4 – Inaugurazione 4 giugno, ore 17,30 – Orari di apertura: Lunedì-Sabato 9.30/12.30 –  14.30/19; Domenica 10/12.30 – 16.30/19 Fino al 26 giugno.

 

 

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“Alfabeti”, un meta-racconto di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti a San Donato M.

Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

“Alfabeti”, la mostra di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti Mogol, inaugurata sabato alla Galleria d’Arte Contemporanea Guidi a Cascina Roma a San Donato Milanese (piazza delle Arti, 2) è una esposizione che i cultori dell’arte contemporanea faranno bene a non trascurare. Non perché Rapetti Mogol è “figlio d’arte” e Colin è l’art director del Corriere della Sera che ha progettato La Lettura, ma perché affrontano tematiche di attualità e d’interesse. Nelle opere tengono insieme scrittura e liquidità, brandelli di colore e carta stampata, foto e scrittura figurata, grafia e pittura, sistematicità e poesia per gli occhi. Danno significato alto alla fusione di forma e contenuto. Parlano di sedimentazione del vedere, del tempo, della memoria. Il loro alfabeto è d’avanguardia. Di un’altra avanguardia. Fino a poco tempo fa ignorata da una modernità troppo frettolosa e distratta.
Colin e Rapetti sviluppano un discorso rigorosamente culturale sui rischi dei “linguaggi troppo brevi e troppo veloci”. Ma nelle sale ci si rende conto anche di come parola e immagine possono crescere insieme, per metafora o per gioco, indipendentemente dal significato. Gli alfabeti dei due artisti non sono l’abbiccì con cui a scuola si insegnava a leggere con ordine e profitto. Estensivamente, l’abbecedario vuole far cogliere il senso e il significato del linguaggio e dell’espressione e la “velocità” con cui si alternano.

Alfredo Rapetti Mogol

Alfredo Rapetti Mogol

Rapetti lo fa attraverso una campionatura di tele e fogli saturi di scritture e di inchiostro trasparente e corsivo, con sovrapposizioni e tecniche diverse. Colin – voce originale e autonoma nel panorama artistico italiano -, mostrando uno “spirito d’archeologo”, prelevando segni, parole e immagini per dare razionalità produttiva alla interpretazione. Il concetto di “composizione” ha una posto centrale nel suo operato.
Già con la mostra di venti anni fa all’Arengario (Presente storico) documentò momenti di tragedia e momenti leggeri, spostando la lente d’ingrandimento sulla “memoria storica”, bussola per districarsi su dove dirigersi. Sessantenne, il podernonese ha una spiccata attenzione per le immagini fotografiche che pulisce, smonta, unisce, evidenzia, stratifica. Una decina d’anni fa propose la “rivisitazione” di una serie di quadri celebri per denunciare la “menzogna” dell’arte. Attraverso la metafora picassiana. Oggi racconta il punto in cui siamo: “persi” a causa della “assuefazione del guardare”. In

Un lavoro di Gianluigi Colin

Un lavoro di Gianluigi Colin

costante relazione con il pubblico Colin sembra concentrato a certificare la memoria individuale e la memoria collettiva attraverso la narrazione del potere, la leggerezza del calcio, i manifesti dei politici, i fatti di costume e la moda (ciclo Liturgie). Nel ciclo Mitografie sono invece le icone e gli eventi del presente ad essere selezionati in quell’oceano che i mezzi di comunicazione di massa esibiscono senza interruzioni ogni giorno.
MOGOL !Rapetti Mogol sperimenta molteplici direzioni: segni, tracce graffiti, coniugati con visualizzazioni mentali e psicologiche possono persino dar forma a una poetica “conciliare”. Il segno – come impronta traccia scrittura -, ha evidenza preponderante, mentre le “stesure” (calligrafie, grafismi e colori) derivano da acetati, inchiostri, legni, carte, tele, cemento. Il carattere è a volte sperimentale, altre volte può essere quello  di un immaginista del secolo scorso. Dal punto di vista visivo le opere scoprono la mobilità delle parole e i mutamenti dei caratteri; mostrano valenze misteriose, poetiche, segniche intriganti. Stanno al crocevia del linguaggio scritto e di quello dipinto, in cui mescolano per motivi didattici sia scritture, sia segni ideografici, sia gesti che segni sillabici. Creano pagine assai vicine alle attività della poesia visiva. Di alcune operazioni è forse inutile cercare il senso. Rapelli si affida più alle “forme delle parole” e al segno per rendere affascinante la rappresentazione personale.

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PIETRO TERZINI / SULLE TRACCE DI DAVID HOCKEY E KEHINDE WILEY

2013-172014-15Pietro Terzini, psicoterapeuta lodigiano, impegnato a tirar fuori “compresenze” non solo ai pazienti ma a pittura poesia e musica, ha in corso all’Angelo una rassegna di paesaggi lodigiani e isolani, portrait che danno spazio al volto, momenti agonistici, nature floreali in versione 2014-13salotto, immagini memoriali, accompagnati da una serie di liriche e in sottofondo dagli arrangiamenti di Renato Cipolla.
La mostra, resa possibile da Comune di Lodi e Bcc Laudense è una colata di immagini nella forma cordiale e familiare di cui Terzini è capace, una trama che non è mai concettosa e cifrata e che segna un 2013-30VLUU L110, M110 / Samsung L110, M110prevalere del carattere narrativo: essenziale, pulita, senza eccessi; priva di elucubrazioni, comunicativa per scelta anche dei luoghi di ispirazione (l’Adda, i cascinali della sua piana, le stagioni dei campi, la dialettica tra i ritmi della natura).
Naturalmente, figurale, senza parti non chiare, in cui veleggia solo l’ombra del canto; eloquente, limpida, forse liberatoria. Che è un modo assai giusto di certificare la tradizione. Cosa che riesce anche alle tante immagini femminili, etniche e di bambini alla ricerca di una nuova terra ospitale, che sintetizzando un percorso vicino alle esperienze recenti di un David Hockey, inglese di Bradford, nello Yorkshire, del quale Terzini esclude le trasgressioni e le impudicizie. E, nei ritratti al gusto di “colpire al cuore” dei black people di Kehinde Wiley, newyorchese, cresciuto da madre nigeriana single, senza però i suoi barocchismi e rococò.
Tra tradizione e presente, i lavori di Terzini sono senza eccessi di materia, di gesti, di romanticismi. Si affidano a una figuratività composta e lineare che recupera emozione dal reale, resa con purezza penetrante, quasi con ingenuità, da distendersi in armonie “musicali”. Come mostrano “Pepe Mujica” (politico uruguaiano ed ex presidente della repubblica), “La panchina”, “Maria e Pietro”, “Bambini nell’erba”, “Bambina con copricapo”, “Bambina che sorride” e la serie di ragazze nere. birmane, indiane, ma anche quei lavori nei quali il pittore ritrova contatto con l’attualità: “In onda”, “Il giorno della memoria”, “La salita” (di papa Francesco).
Nel segno “pop”, una pittura la sua che consente rintracciamenti formali contemporanei e che trabocca di sottili annotazioni: non fantasmi, tensioni, ma distillati di “messaggi” collocati in verdi trasognanti, in rossi pieni e vitali, in blu marini, in terre bruciate…
Terzini da definizione netta alle immagini, realizza con essenzialità, esibisce prudenza, non gioca con gli effetti, non nasconde enigmi. Dietro alle solarità c’è la ricercata quiete dell’anima.

“Legami e Passioni “ – Immagini parole e suoni all’ex Chiesa dell’Angelo – Personale di Pietro Terzini ex-chiesa dell’Angelo, via Fanfulla Lodi – Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19 – Fino al 5 giugno

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“Volti noti e meno noti sulle note delle notti italiane”: Roberto Menardo all’Enorafo di Lodi

MENARDO R Scan_Pic0018Roberto Menardo è tornato a riproporsi all’Enorafo di Ivan Mascherpa & Martino Arcelli (galleria Piazza Vittoria, 47, Lodi) con una serie di immagini b/n dai condensati descrittivi in cui valorizza aspetti specifici del linguaggio fotografico, confermando la personale inclinazione a “fermare” e valorizzare “condensati” che eliminano la distanza del fruitore dal soggetto, recuperando in chiave di linguaggio immagini a cui non è estraneo un modo diverso di raccontare e un soffio di poesia. Iniziative come quella dell’Enorafo favoriscono la conoscenza in città di autori “di contenuto”, attenti a forme espressive che anche se non innovative (o sperimentali), sono comunque di “sostanza”. Nel caso di Menardo l’essenza è nei passaggi di ombre e luci e nella attenzione al momento da “fermare”, nel distaccare l’immagine dai modi tradizionali, e nel ricomporre da angolazioni soggettive sintesi di rappresentazione e invenzione. “Volti noti e meno noti sulle note delle notti italiane”, è una selezione di immagini di musicisti in concerto, colti con esercizio di varianti, di equivalenze tra realtà e fantasmi, in tutta la flagranza dell’attimo fuggente. Esponente del gruppo Progetto Immagine e redattore di Ludesan Life, Menardo non riassume ovvio le proprie vicende di fotografo nelle istantanee che all’Enorafo documentano le performance musicali di Pat Methery, Francesco De Gregari (2), James Taylor (2), Loran Bregovinc, Neil Young, Peter Hooka, Gilberto Gil, Dabid Crosby, Karin andn the Ugly. I suoi interessi si muovono dalla fotografia creativa e fantastica a quella sportiva, dai reportage di viaggi ai ritratti, dalle scene di civiltà di massa a quelle immagMENARDO DE GREGORIinarie ecc. In questa esposizione egli riafferma un certo gusto parossistico per chiari e scuri, forma e assieme e nella interpretazione di atmosfere e di “colori”, disossando le scene dei concerti a cui assiste. Ai riscontri di uso tecnico egli fa seguire modi non genericamente “espressivi”, in una sorta di originale miscela di aulico e informale. La mostra è insomma un po’ tutta da considerare: lo sfondo, il movimento, il corpo, il campo, l’ambiente, i momenti, gli interpreti. Menardo esalta nella struttura delle immagini la luce come elemento grafico, creativo e di doppiezza narrativa, a cui consegna risonanze musicali.

Foto di Roberto Menardo ENORAFO, di Mascherpa e Arcelli, galleria Piazza della Vittoria n.47, Lodi – info. tel.0371.67601, enorafo@gmail.com .

 

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