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Giacomo Mazzeri: un percorso nella pittura di paesaggio

GIACOMO MAZZARI

L’architetto piacentino Giacomo Mazzeri propone al “Calicantus bistrot” (hall dell’Ospedale Maggiore di Lodi), unitamente a una serie di terrecotte modellate dalla padovana Oriana Sartore, un gruppo di oli recenti e meno recenti. Mazzeri si dedica con passione alla pittura dagli anni Settanta, anni in cui, se la memoria non ci tradisce, deve aver presentato di suo anche nel codognese.
Le connotazioni di ambienti, paesaggi e cose dipinte da questo settantacinquenne pittore di Aguzzano residente a Rivergaro, offrono un serpeggio mite e silenzioso di luoghi e natura, una narrativa dietro cui non si cela particolari concetti di linguaggio o di affinità, e neppure di semplice adornamento figurativo. Vi si può cogliere semmai una capacità di osservazione che riflette esigenze di spazio e luce da rispecchiare l’idea dell’artista di dare respiro ad una rappresentazione veritiera senza ostacoli o rigidità di sorta.
La sua è dunque una pittura che dei luoghi e delle cose propone una rappresentazione di gusto prestabilito, attenta, fatta di atmosfere affettuose. Che non conosce le scorribande esistenti oggi in pittura, e si esprime con un figurativo di tipo rafforzato posizionato sul colore. Un tempo si sarebbe detto “pittura borghese” o “ pittura da salotto”. Oggi, liberata dalle cripticità delle poetiche, l’esito finale sembra proiettarsi nell’oggettiva consistenza della forma, del color e della luce, a una sorta di consapevole singolarità fatta da atmosfere che lasciano al visitatore “l’ultima parola”. Senza nascondere una potente descrizione di volontà di rappresentare natura cose e paesaggi sottoponendoli alla condizione formale di ogni conoscenza, il tempo e lo spazio, senza alterazioni, senza doppi sensi sensoriali o altro, e senza rinunciare a quegli effetti che nella rappresentazione dei soggetti contribuisce a renderli reali.
Pittura, dunque, che non ricorre a stranezze stilistiche e squilibrate, di lettura piacevole e confortante, che rispetta condizioni preliminari, “non infettata dal senso” che gli farebbero perdere quella “innocenza” e che la schietta lezione schopenhariana riassumerebbe con la preposizione : “il mondo è la mia rappresentazione”.
In ogni caso pittura genuina, naturale, che si riconosce nel percorso particolare del paesaggio e delle cose che dall’Ottocento agli anni trenta del Novecento ha imposto il suo registro figurativo popolare in terra padana; oli che grazie al senso del colore cui si affidano non intricano particolarmente, ma neppure, con poche eccezioni, annoiano, grazie a un senso agreste che muove l’attenzione sul quadrante di altre misurazioni.

Giacomo Mazzeri – Opere – Calicantus Bistrot, hall Ospedale Maggiore Liodi, Fino al 10 luglio

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Teodoro Cotugno e Agostino Zaliani: 100 incisioni allo Studio Bolzani a Milano

zaliani-e-cotugnoLa scelta dello Studio Bolzani, storica galleria milanese (ora in Galleria Strasburgo 3, in piazza San Babila) di presentare insieme 100 incisioni di Teodoro Cotugno e di Agostino Zaliani , due acquafortisti di tecnica diamantina, non può che definirsi una scelta coraggiosa, sia dal punto propositivo che da quello artistico. I tempi, si sa, sono quello che sono. Si scrivono pagine e pagine artisticamente “antagoniste”, dove per virtù paradossale, “vale tutto” e a prevalere, da tempo, è il compiacimento (o autocompiacimento o narcisismo) d’infrangere le “regole” della koiné, del far bene, a regola d’arte. Un anticonformismo che nelle arti visive è dilagato a dismisura sotto l’etichetta della “ricerca”, ma che in effetti è solo una pratica di maniera, destinata a stomaci forti, in cui l’ostentazione ossessiva dell’ originalità raccoglie consensi spesso imbarazzanti.
Cotugno e Zaliani (spentosi a Milano nel dicembre 2014) sono acquafortisti di formazione diversa, dotati di grande consapevolezza dei mezzi tecnici, da esprimere con chiarezza sensazioni prevalentemente ricevute dal paesaggio, dalla natura e dai luoghi. In tanti anni di attività, nella loro produzione calcografica si coglie non solo la realtà insieme al vero, ma anche il sentimento, che altrimenti il risultato rischierebbe di essere scarsamente eloquente. Nelle immagini la loro poesia non è sbrigativa, ideologica o letteraria: più di slancio quella dell’ex-geometra dell’aem di Milano, assiduo frequentatore di modelli espressivi canonizzati, ma insieme artista e poeta autentico, ha immerso le proprie sapienze e osservazioni in figurazioni folgoranti, in forme ricche che sottendono allusioni e spessori, forze ed energie che trascendono. Zaliani attirò l’attenzione, tra i primi, del critico lodigiano Tino Gipponi e si fece conoscere dai lodigiani attraverso “Carte d’Arte”, rivelando in ogni immagine il coraggio del proprio linguaggio, delle proprie padronanze tecniche fatte di esattezze e sentimento e l’azzardo della poesia naturalista. Varia, limpida e solare la produzione di Cotugno, in cui non c’è la ripetizione di un rito segnico, ma attenzione a ciò che si vede e si coglie, ai segni dell’esperienza e dell’emozione interiore, ma anche a ciò che non si vede, ai moti appena percettibili, alle spinte inconsce in cui l’immagine di volta in volta acquisisce lontananze e profondità, connessioni e distinzioni. A spiare le sue predilezioni figurative si scoprono sempre risultati ulteriori: la varietà sapiente del segno, il miglioramento di quel che già esse possedevano, la capacità di renderle varie e sincere. Ogni suo lavoro è pensato, elaborato, composto, riempito di energia. Dietro al velo di poesia si intuisce com’egli ormai segua una filosofia propria, in grado di trasferire nelle composizioni tranquillità, serenità, una certa disciplina e una fattura intessuta di mistero, che le sottraggono alla chiacchiera e alla letteratura. Le sue stampe convincono non tanto per la scelta dei soggetti o per i motivi, quanto per la fattura, la capacità di suscitare sensazioni nella sensibilità del fruitore.
La mostra delle opere dei due maestri lombardi allo studio Bolzani è un’occasione per dimenticare, sia pure per un attivo solo, i bulimilici schemi offerti da tanta arte d’intrattenimento attualista e ritrovare un’arte che apre alla poesia e alla riflessione, risultato di una ricerca dura sul linguaggio attraverso la concentrazione e il dialogo e una elaborazione affermatasi nell’arco di quattro e più decenni.

Teodoro Cotugno, Agostino Zaliani – Studio d’arte Bolzani – Cento incisioni in mostra Galleria Strasburgo, 3 Milano Inaugurazione giovedì 9 febbraio fino al 25 febbraio – orari: 9,30-12,30, 14,30-19, domenica e lunedì chiuso – info: studiobolzani@libero.it – tel 02.760.14221

 

 

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Daniela Marcheschi: Antologia di poeti contemporanei /Tradizione e innovazione

Antologia di PoetiNel mare magnum della scrittura in versi, raramente le antologie aiutano il lettore a leggere la poesia, a sgarbugliarsi tra i bagliori di sintassi e di ritmi, di sentimenti e di eventi, a non farsi trascinare da consumismi spiccioli e derive modaiole.
Non tutti i curatori sostengono sempre l’indagine, fan la tara al populistico poetese; spesso, anzi, prendono dalla “sottoboschività”. “Inclusività” ed “esclusività” sono sempre un passaggio opinabile, difficile ed estremo.
Noto critico esperto di strumenti linguistici, Daniela Marcheschi, muove invece, com’è sua convinzione e abitudine, controcorrente. Nella collana “Argani” dell’editore Mursia fornisce una raccolta di 21 poeti italiani giudicati “variamente rappresentativi”, vagliati validi da “molteplici posizioni”, fornendo di tutti un profilo critico fondamentale per comprenderne genesi ed evoluzione dei linguaggi.
Oltre fornire una selezione di testi interessanti, la Marcheschi mette in mano dei lettori e dei critici strumenti perfezionati.
Non sfugge come un contributo importante è dato dalla presenza di un nucleo di voci conosciute sul nostro territorio, grazie agli interventi di Kamen’, che ne ha messo in luce l’indipendenza immaginativa e la varietà intonativa, e a una serie di incontri con gli autori (Poesia al Castello di Melegnano, “On fai l’os” degli Amici del Nebiolo di Tavazzano, Piccolo Museo della Poesia di Piacenza, La Casa della Poesia di Milano): Maurizio Cucchi, Giampiero Neri, Franco Loi, poeta dialettale intriso di forme cittadine, Guido Oldani, Amedeo Anelli, Daniela Marcheschi, Margherita Rimi, Lino Angiuli, Elio Pecora.
L’antologia raccoglie 13 poeti e 8 poetesse identificati dalla Marcheschi secondo specificità e non una sincronia cristallizzata, unendo ai testi creativi una preziosa galleria di profilo bio-bibliografico e critico che fornisce una rete di qualità e tensione elevata e da giusto risalto alle generazioni entrate sulla scena contemporanea nella seconda metà degli anni Cinquanta, senza trascurare autori che il gusto del pubblico residuo della poesia considera canonici. Tutti gli autori sono oggetto di attenzione critica diffusa, con un numero congruo di pubblicazioni, alcuni defunti, come la potentina Assunta Finiguerra, poetessa di percezione ampliata che il “militante” Franco Loi volle nei Nuovi Poeti Italiani e il dialettale Fernando Bandini, vicentino, poeta “della lingua archeologica” e dalla metafora straordinariamente efficace.
Senz’altro da segnalare a parte il gruppo di poetesse “anni quaranta”, una categoria interpretativa che non rimanda a nuclei immediatamente riconoscibili o differenziabili e opta per una varietà di forme e di generi espressivi, con ottimi standard d’invenzione e di scrittura: la pistoiese, autrice di teatro Maura Del Serra, evocativa di presenze che spaziano dall’ellenismo alla contemporaneità; la romana Anna Casella Lucani, nota oltre che per i suoi testi per le collaborazioni con l’incisore Beuchat e le numerose plachette realizzate con il Pulcino Elefante di Alberto Casiraghy; l’aretina Cristina Annino, che trasferitasi un paio di anni fa a Milano, ha pubblicato di recente da Donzelli Anatomia in fuga; il premio Viareggio Jolanda Insana, romana, scoperta da Giovanni Raboni, scrittrice e traduttrice che pubblica spesso da Garzanti; Margherita Rimi, palermitana, neuropsichiatra infantile della quale hanno scritto Kamen’, Amedeo Anelli (Nomi di persona) e Daniela Marcheschi (Era farsi. Autoantologia); Bianca Maria Frabotta, romana, già ordinaria di letteratura italiana contemporanea alla Sapienza, critico, saggista, poetessa discreta con tre raccolte pubblicate da Donzelli.
Non solo orientate su di sé, offrono un rapidissimo interessante affresco della poesia femminile italiana del nostro tempo.

 

Il libro: Daniela Marcheschi: Antologia di poeti contemporanei-Tradizioni e innovazione in Italia – Mursia – Coll. Argani – 2016, € 22,00

 

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