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ALBERICO MORENA XILOGRAFO, LA PERIZIA TECNICA E L’INTERPRETAZIONE FANTASTICA

L'artista umbro Alberico Morena e Aldo Caserini a Pienza nel 2000 (Foto Franco Razzini)

L’artista umbro Alberico Morena e Aldo Caserini a Pienza nel 2000 (Foto Franco Razzini)

Pittore, principalmente xilografo, 88 compiuti, città di nascita Gubbio, studi a Urbino alla Scuola del Libro, vive e lavora (ancora) in piazza San Lorenzo a Spoleto in provincia di Perugia. Già questo suggerisce che Alberico Morena è uno legato alla sua terra. Anche quando la dolce Umbria non si vede sta sullo sfondo dei suoi fogli ricchi di stralunate fantasie d’ispirazione enigmatica, in cui si mischiano stupefazione e malinconia, letteratura e fantasia, scene di vita tradotte in spettacolo, dolce e spesso amaro insieme.
Dire di Alberico Morena xilografo, artefice di una produzione molteplice, ricca della presenza di “omettini” fissati nel legno con segno raro, minuzioso e raffinato, stampata su sottilissimi fogli di velina, è facile e difficile al tempo stesso. Un po’ perché si affaccia subito il nome di Brueghel data la capacità dell’egubin-spoletino di mettere in scena masse, senza disperdere l’umanità dei singoli individui, anzi cogliendola arricchita negli atti, gesti e arie degli “omini” che animano le festa, il lavoro, il riposo, le fantasie. Ma la sua perizia tecnica, secondo gli esperti, può richiamare a volte anche Van Eych o un Van der Goes. E rivelare, almeno inizialmente, prima d’essere stato direttore all’Istituto d’Arte di Spoleto, l’ attenzione a certi maestri umbri.
L’ esordio grafico di Morena risale almeno a una sessantina di anni fa e prodotto centinaia e centinaia di silografie. Ma il maestro è restio ad

A.Morena: "La distanza dalla luna 1 (Omaggio a Calvino), 1965, silografia in b.n., mm.400x 267, stampata su carta velina, Raccolta Bertarelli Milano

A.Morena: “La distanza dalla luna 1 (Omaggio a Calvino), 1965, silografia in b.n., mm.400x 267, stampata su carta velina, Raccolta Bertarelli Milano

apparire. E’ un artista che preferisce star lontano dai media, dalle riviste specializzate, da Internet, dai social network, dalle gallerie e dalla mondanità. Per ricordare una sua mostra che ha fatto notizia bisogna andare indietro di un quarto di secolo, quando fu “omaggiato” dal Festival dei Due Mondi.
Quello che raffigura è un mondo di “coralità”, di insiemi di uomini che si incontrare alla festa patronale, nel lavorare la terra, nei cantieri, ad ascoltare il comizio dell’oratore, a vedere architetture, a godersi le scampagnate, i momenti d’ozio estivi, le tavolate. Nel salire e scendere le scale (“Omaggio a Calvino, La distanza dalla luna 1”, Raccolta Bertarelli, Milano), “una interpretazione personale del labirinto inteso come schema antropologico dell’esistenza, come separatore dell’individuo dal mondo a causa di una volontà superiore non spiegabile” . Le sue descrizioni sono condotte con arte sottile e rara ironia, a volte con linguaggio sognante e naive, trasformando tutto in un palcoscenico dove tutto è sottoposto a indagine, commentato, tradotto in racconto e parabola, ed ogni comportamento individuale è visto nella trama sociale, ripensato e trascritto in chiave di “destino comune”.
Morena compone le sue visioni incantate e seducenti, senza contrasti, contraddicendo se vogliamo le spiegazioni strettamente “tecniche” che identificano l’immagine xilografica nella contrapposizione netta tra bianchi e neri, nella abolizione pressoché totale o anche parziale o ridotta dei valori chiaroscurali. Realizza le sue “veline” intagliando il legno con una punta finissima; “tesse” variate trame di segni bianchi utilizzando un particolare tipo di bulino (da alcuni chiamato velo, da altri pettine o anche rigato) a punte multiple, con il quale si incidono numerose linee parallele ravvicinate e si acquista una morbidezza chiaroscurale. Crea giocose visioni che spesso mettono in evidenza i valori effimeri di tante azioni comuni.
Nel suo profilo storico critico dell’incisione italiana del XX secolo, Paolo Bellini lo ha collocato tra gli artisti fantastico-visionari o fantastico-surreali (Bruno Caruso, Giacomo Soffiantino e altri) che hanno cercato o cercano soluzioni in chiave di “giochi di fantasia”.
Nei legni di Morena convergono umori, emozioni, sentimenti, poesia. Autentico maestro del segno è prima di tutto un osservatore straordinario dei comportamenti individuali e collettivi che traduce in una sorta di viaggio esistenziale, arricchendolo di annotazioni bonarie, a volte canzonatorie a volte beffarde, sempre originali e incantatrici.

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LE CERAMICHE DI TONY DALLARA A CASA IDEA

Acerbi_Dallara 2L’inaugurazione il  1 dicembre  all’ex-chiesetta
del Viandante sulla via Emilia a Tavazzano (Lo)

 
 Tony Dallara con Giuseppe Acerbi
(patron della Casa delle Idee) incontra il pubblico lodigiano in occasione
della mostra tenutasi con successo
l’anno scorso.

 

 Dopo il successo dello scorso anno allo Spazio Espositivo di Casa Idea all’ex chiesetta del Viandante di Tavazzano, Tony Dallara torna a riproporsi ai lodigiani (e non solo ai lodigiani), non come pittore bensì come ceramografo. La ceramica è sempre stato uno dei procedimenti e dei materiali fondamentali che attraggono e catturato l’attenzione degli artisti più attenti alla realizzazione fisica di idee, intenti, progetti, poetiche.
Se sia stato influenzato da Ivan Cuvato che  ad Albisola gli consegnò un trofeo di ceramica o da Lucio Fontana, suo amico, o dal diretto contatto intuitivo che feconda, come sosteneva Dino Formaggio, i  materiali e il comportamento umano insieme, non sappiamo, e d’altra parte ha scarsa rilevanza saperlo. Quel che importa è che  le indagini sulle tecniche ceramografiche hanno fornito a Dallara stimoli per realizzare, con esiti a dir poco catturanti e soddisfacenti, traduzioni della propria pittura in ceramica, verificando, come numerosi suoi amici della Brera degli Anni ‘70, come ai procedimenti adottati corrispondesse anche una diversità e superiorità di risultati.

"Con straordinaria fantasia l’artista, veste le sue creazioni di cangianti riflessi che percorrono l’intero spettro cromatico: incontri “extraterrestri” vissuti nelle sconfinate galassie della sua mente" (Andrea Acerbi)

“Con straordinaria fantasia l’artista, veste le sue creazioni di cangianti riflessi che percorrono l’intero spettro cromatico: incontri “extraterrestri” vissuti nelle sconfinate galassie della sua mente” (Andrea Acerbi)

La serie di piatti  – che i fratelli Acerbi propongono (insieme  una serie di quadri) ai collezionisti lodigiani rappresentano una sapiente esplorazione delle possibilità offerte dal materiale (terra-colore-cottura-tecniche d’intervento), al di là di un sapere di regole manualistiche, ai  fini delle potenzialità espressive, che Dallara ( pseudonimo di Antonio Lardera) ha ampiamente sfruttato  come artista.
Il ruolo da lui avuto nel mondo musicale, ha fatto a lungo dimenticare i suoi interessi per le arti visive, da sempre coltivati. Interessi che troveranno sviluppo solo negli anni Sessanta-Settanta, una volta ritiratosi dal mondo della musica.
I perché della propria scelta artistica, l’artista li ha spiegati molto bene, intervenendo l’aprile dello scorso anno alla Casa delle Idee. “Fare arte – disse – è una delle manifestazioni dell’intelligenza dell’uomo. La luna o un qualsiasi corpo celeste eccita la mia fantasia; liberatomi dalla retorica, mi perdo nel tempo…”
Nei manufatti in ceramica Dallara trova momenti di gustosa sintesi. Li concepisce come una somma di elementi fisici: colore, suono, movimento, spazio, inseriti in un’unità integrale e materiale. In queste sintesi c’è la tecnica, ma anche la dimensione dell’esistenza. Sono messe insieme come in pittura segmenti informali generati da forme e viceversa. L’artista gioca con abilità e sicurezza tra l’abbandono alla stesura e il contrasto offerto da importanti richiami cosmici che funzionano da seduzione. Pratica la tecnica pittorica sulla materia, senza però insistere troppo sul risultato formale. Nelle associazioni mette insieme suggestioni, sogni, emozioni e un sicuro richiamo alla qualità. C’è una scelta ragionata dei materiali e la razionalità richiesto dalle applicazioni.
La materia prima, il primordio, la terra è scelta  perché pronta a ricevere un segno, un gesto, un simbolo; strumenta motivi congeniali alla sua imaginerie; perché riattualizza le potenzialità magiche di desideri rituali e propiziatori già messi in pittura.
La mostra si annuncia pertanto come una personale di qualità in cui la ceramica  incontrata e penetrata di simpatia da Dallara fa intendere il suo diverso modo di intenzionare la materia all’interno della propria tecnica artistica.

 

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ANGELO PALAZZINI, NEI CASSETTI DELLA MENTE

JPG 1 palazzini

 Alla Ten Gallery ART di Milano si inaugura martedì la mostra Nei cassetti della mente di Angelo Palazzini. Tre giorni dopo l’artista sarà presente con una serie di altre opere recenti, alla V edizione di AAM (Arte Accessibile Milano),  la kermesse internazionale che  anche quest’anno si tiene al palazzo del Sole-24 Ore, in via Monterosa. Alla Ten Gallery Art, galleria nota per il suo carattere internazionale, cool, trendy – ha sedi anche a Londra e Zurigo ed ha appena concluso a Milano una esposizione di  Stephen Chambers –  Palazzini espone ventuno nuove tele.
Chi guarda alla prima i dipinti dell’artista con quel suo gusto per la impaginazione e la sua particolare fisionomia orientata al fantastico – tra la fabula, l’ irrisione, la  caricatura, la satira –  vede bene che non si tratta di un pittore che ricalca in qualche modo il successo di certo manierismo emiliano o piacentino. Nei contesti ampi e decorativi con cui rappresenta, ad esempio, un grande bastimento chiamato Milano dai giganteschi fumaioli scardinati, simbolo di una città immobile, oppure un palazzo veneziano sovrastato dalla moglie del doge che monta un cavallo e muove in chissà quale direzione dal momento che il mare si è prosciugato, il fruitore coglie bene il senso di una tendenzialità teatrale presente nella attuale fase della sua pittura. Dove il contesto ampio e decorativo sembra scelto apposta per accogliere qualcosa di più che semplici immagini stravaganti in finte architetture. Nel complesso degli elementi  c’è un “raccontare” intelligente, non solo quel che l’artista “ha dentro”, ma quel che ha nella testa, quel che può essere prodotto solo attraverso una penetrante analisi.
Certo, per alcuni caratteri icastici la sua è un’arte che sembra starci bene in compagnia di quella visionaria di scuola piacentina, dalla fisionomia metafisico-surreale, ma che mantiene una sua distinzione di varietà inquietanti e misteriose. Le sue sono rappresentazioni quasi monumentali, per poter accogliere in esse non solo caratteri decorativi ma varietà di significati, allegorie, simboli e traslazioni. E’ come se il racconto, partito da lontano, una volta liberatosi da tante ingombranti presenze domestiche, abbia trovato una sua formula espressiva dove il ricordo dell’innocenza e del gioco non sono più gli elementi della costruzione. Nelle tele più recenti personaggi, situazioni, fantasie e realtà, sono sottoposti allo scandaglio inflessibile del pensiero. Dell’attenzione e del ragionamento. Ne escono racconti di una apparente descrizione beffarda o lievemente canzonatoria. Sarcastica, in realtà severa. Nella loro esposizione e relazione le immagini non corrispondono al  semplice divertimento intellettuale dell’artista, ma sono studiate nella loro verità psicologica e contestuale. A parte una certa staticità delle architetture, Palazzini si avvicina a una pittura “teatrale”, più studiata che illustrativa, che diverte per le soluzioni fantasiose, ma nello stesso tempo chiede scandaglio. Può apparire come un campionario di caratteri che divertono. In realtà dietro a ruoli canonici, riflette il gioco delle parti. In questi ultimi lavori l’artista sa mantenersi su un piano di sintesi, che però nulla toglie alla ricchezza figurativa della scena e alla saldezza strutturale dell’impaginazione. A dimostrazione ch’egli tende a risolvere l’immagine su un piano di inattaccabile dignità pittorica, con accenti di umore lirici che a volte – a volte ! – possono far pensare a un disincantato Gallerati. O forse a qualcun altro, della sponda destra del Po.

Nei cassetti della mente – Angelo Palazzini alla Ten Gallery Art Milano  via Giovanni De Grassi, 17 MI ; AAM Arte Accessibile Milano, Palazzo Sole-24ore, via Monterosa 91 –  Inaugurazioni Ten Gallery 9 aprile, AAM 12 aprile

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GIUSEPPE ORSINI, fughe nello spazio

 

Berlino-Potsdamer PLatz (Renzo Piano)

Berlino-Potsdamer PLatz (Renzo Piano)

Con una trentina di stampe, tutte di immagini architettoniche, rubate a Piano, Tange, Gehry, Libesking, Spreckelsen, Hans, Benisshand, Pelli Clarck Pelli – celebri architetti che hanno fatto uscire a partire dagli anni Ottanta l’edificio da certi stereotipi figurali di entità lineare -, e reinventate nello spazio, Giuseppe Orsini si è presentato sabato al pubblico della Biblioteca Laudense. Si tratta di strutture che mettono in relazione fotografia, computer e architettura, nel reciproco interesse coltivato per l’immagine e l’apparire.
Orsini è, sostanzialmente, un manipolatore di rappresentazioni.  Nei suoi lavori recenti combina spesso elementi di realtà e di fantasia. Nelle ultime personificazioni si è immaginato grattacieli (genericamente espansioni in senso verticale) trasformandoli in edifici e costruzioni non sempre linearmente concepiti,  risultanti da un gioco compositivo e prospettico che ne hanno modificato il disegno e la visione reale. L’appoggio del  colore segue a sua volta standard in uso per certi fumetti a strisce. In sintesi, l’autore mette in sincronia la superficie architettonica con una visione pubblicitaria ed epidermica di messaggi luminosi. Come sta succedendo a Milano, San Donato Milanese, Berlino, Hannover,  Valencia, Bilbao. Nei risultati esibisce una architettura trasformata in uno strumento di sfruttamento non solo spaziale, ma poco informativo e molto fantastico e pubblicitario, agevolato dalla prestazione del computer che assiste la mobilità e la manovrabilità delle forme e dei messaggi in superficie.
L’avvio è lo scatto originale sottoposto a rimaneggiamento al computer con ardita fantasia, e affidato all’intervento della “postproduzione fotografica” di Tommaso Miredi, che ha saputo introdurre atmosfere cariche di suggestione, e dare sviluppo a momenti intuitivi e di pura “visibilità”.
Ne sono scaturite architetture diverse. Che veicolano un messaggio che non riguarda l’uso, la funzione, l’abitare, il vivere o il lavorare, ma l’esteriorità della struttura.
Orsini non fa tuttavia  un discorso di architettura. Non sostiene  tesi a sostegno dell’evento architettonico nel senso performativo. Neppure centra il rapporto  tra architettura e società, tra architettura e urbanistica. L’occhio creativo è tutto sulla funzione dell’immagine. L’effetto ricercato dalla “post produzione fotografica” di Miredi rivolto a coinvolgere il fruitore, suscitando emozioni, pensieri, reazioni.

Fughe nello spazio – Elaboraz.fotografiche di Giuseppe Orsini – Biblioteca Laudense, corso Umberto I, 63, Lodi –  Presentazione in catalogo di Beppe Cremaschi –  Orari apertura: mar.giov. ven. dalle 13,39 alle 18,30; merc. Sabato dalle 8,30 alle 17,30. Fino al 23 marzo.

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