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Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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A Piacenza: “25 ore di poesia” davanti al Duomo.

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L’iniziativa promossa
dal “Piccolo Museo della Poesia”
Tra i poeti:  Oldani, Boccardi,
Anelli, Marcheschi, Abbozzo.
Tra i dicitori: Ottobelli, Lisetti e Vaghi

 

Ci saranno Guido Oldani, Sandro Boccardi, Amedeo Anelli, Daniela Marcheschi, Margherita Rimi, Edgardo Abbozzo e altri nomi della rivista “Kamen’”, Isabella Ottobelli, Enrica Vaghi, Gianluigi Lisetti di “On fa l’os” tra i poeti e i fini dicitori che in piazza Duomo a Piacenza, dalle 21 di sabato 15 ottobre alle 22 della domenica, contribuiranno (leggendo proprie composizioni o di altri) alla “25 ore di letture di poesie ininterrotte. Omaggio alla poesia italiana dal ‘900 ad oggi”, ideata da Massimo Silvotti e organizzata dal “Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure di Piacenza”.
Alla fine saranno oltre 100 i poeti letti e interpretati, in gran parte del secolo passato, con l’aggiunta di un gruppo di contemporanei che leggeranno se stessi. La kermesse è rivolta a scongiurare la chiusura del Piccolo Museo della Poesia di Piacenza, unico museo della poesia attualmente esistente in Europa. L’istituzione, privata, non ha scopi di lucro e la sua preziosa collezione è prevalentemente centrata sulla poesia italiana. L’obiettivo della “25 Ore” è farne conoscere l’importanza, oltre naturalmente le difficoltà che incontra, nonché promuovere l’attenzione sulla la grande poesia italiana, intersecando le diverse poetiche contemporanee, che spesso non si conoscono o non si parlano.
Al “Piccolo Museo della Poesia” si accompagna la Galleria d’Arte – Spazialismo poetico, presenza operante nell’arte e nella poesia coeva che interloquisce con le intelligenze della nostra contemporaneità, mettendo in comunicazione memoria e rivolgimento.
Della “rappresentativa” di Kamen’ leggeranno personalmente le proprie opere in piazza Duomo Sandro Boccardi, Guido Oldani e Amedeo Anelli, mentre nel ruolo di dicitori si esibiranno Isabella Ottobelli nella lettura dei versi di Elio Pecora, Enrica Vaghi in quelli della lucchese Daniela Marcheschi e Gianluigi Lisetti proporrà i ritmi di Edgardo Abbozzo. L’attore Luca Bassi Andreasi interpreterà a sua volta i versi di Margherita Rimi, poeta e neuropsichiatra infantile recentemente pubblicata dai Quaderni di Kamen’ editi dalla Ticinum e presentata da Anelli agli “Amici del Nebiolo” di Tavazzano.
Ai poeti di oggi agiranno da controcanto le esibizioni dedicate a grandi maestri del passato e del passato recente, Marinetti, Soffici, Rebora, Marin, Ungaretti, Turoldo, Luzi, Caproni, Sereni, Noventa, Montale, Gatto, Sinisgalli. Roversi, Pavese, Bigongiari, Orelli, Bertolucci, Pasolini, Cristina Campo, Pagnanelli, Saba, Gozzano, Cardarelli, Sbarbaro eccetera.

Aldo Caserini

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CASALPUSTERLENGO, una mostra per tenere d’occhio il futuro

Artisti di tre generazioni a confronto

 

Uccelli Veniero Babbo Natale

Nei decenni trascorsi le mostre collettive si rifacevano all’esigenza di un costante aggiornamento dei filoni espressivi, oggi, data la trasformazione delle arti visive e il veloce succedersi delle esperienze individuali, le esposizioni collettive promettono esiti più problematici e naturalmente opinabili.
Prismi, generazioni a confronto, ordinata da Amedeo Anelli al Cesaris di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo dedicato alle arti visive, sembra tenersi lontana dagli inconvenienti denunciati da tante iniziative messe in piedi sotto il segno della contemporaneità.
De Bernadi Cesari CAll’insegna del generazionale – ombrello peraltro non privo anch’esso di rischi -, la rassegna dello spazio Cadorna circoscrive le esperienze al terreno delle “atmosfere”, prescindendo dalla comparatività delle “posizioni” espresse, nel senso che le “tendenze” in luce o sono state superate o conoscono la fase del così detto ricambio, mentre gli “emergenti” non sono più portatori di novità e rivelazioni ma riflettono un comportamento di tipo magmatico e globalistico. L’interessante mostra all’IIS Cesaris è anche importante perché fornisce informazione che aiutano a stimolare l’interesse del fruitore su singole produzioni create dai protagonisti in un “dato momento”. L’ottimo risultato non è quindi l’estrinsecazione di un “modo-di-essere-e-di-vedere-il mondo”, come si diceva una volta, e neppure un ritorno alla così detta “buona pittura”, o a qualche carica demistificatoria o provocatoria con i linguaggi della visualità venivano spiegati, ma più propriamente, è quanto all’interno di alcune generazioni, è stato prodotto, sia pure in modo non sempre sistematico, con grande libertà nell’attraversare le esperienze del fare.
Sottratta all’imbarazzo delle “classificazioni” pur mantenendo una robusta griglia interpretativa, la mostra ha una allestimentosua attrattiva nello spessore delle opere presentate e che rivelano anche come qualche esperienza in chiave “post” sia ancora possibile là dove la ricerca individuale ritrova momenti esistentivi e contenuti rivendicati dal principio d’un’arte come arte. Le opere esposte in modo piacevole, invitano senz’altro a soffermarsi su quelle particolari di Dorazio, interessate a fenomeni percettivi; di Abbozzo, sensibile maestro di alchimia; di Vinicio Tartarini, che impacchettano segni mentali, consci e inconsci; di Emilio Tadini, originali e caratterizzato da una visione fantastica e polemica.
Un valido esempio è fornito da tre lodigiani: deambulano tra poetica del gesto e segnali interiori i procedimenti di Franco De Bernardi; ai minuti frammenti di grafica e al discorso del colore sono dedicate le scelte di Andrea Cesari mentre quelle di Cinzia Uccelli sperimentano percezioni nella spazialità.
Associata all’arcaico è la pittura di Fernanda Fedi e alla “rilettura” lo è quella di Gino Gini; del piacentino Veniero sono decorative composizioni affidate al colore; all’essenza delle forme nella materia sono dedicati i lavori di Elisabetta Casella; di interesse eclettico quelle del sestese De Palos.

 

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Cambia editore la rivista Kamen’

elisabetta_balduzziQuella dell’editore, che, soprattutto quando piccolo o micro, è spesso anche stampatore e distributore, è figura poco esplorata e conosciuta dai consumatori ultimi della carta stampata. Di lui e del suo ruolo si parla solo negli ambienti dove c’è odore d’inchiostro. Eppure la sua è una figura professionale e culturale di primo interesse, al vertice di una catena di passaggi “produttivi” complessi. Si pensi solo al suo ruolo quando ci si trova a profilare i rapporti tra la galassia Gutenberg e i “poteri”, o a dover distinguere i quadri dell’editoria all’interno della storia della cultura separati da quelli puramente aziendali ed economici.
Si scrive perché si crede di saperlo fare, per impiegare il tempo, per divertire, per consumare inchiostro o toner, che fa la stessa cosa. Si edita per scelta imprenditoriale, per trasmettere conoscenza, interesse, simpatia, incoraggiamento. A volte le cose camminano bene insieme, a volte no. Per riuscirci sono necessarie altre cose. Si scrive, si stampa, si legge per tante ragioni diverse. Comune dovrebbe essere la cultura in senso lato, ma sappiamo che non è sempre così, che i compiti di una casa editrice e di uno scrittore sono diversi e diversi sono i modelli ai quali si attengono. Anche il lettore: ha da imparare a leggere il “prodotto”, ad allenare il proprio senso critico.
Scrivere può essere un “mestiere”, idem pubblicare un libro, stampare una rivista, un giornale (Valentino Bompiani ci ha scritto sopra una memoria e altre se ne potrebbero prendere in rassegna), solo le argomentazioni che esplorano presentano angolature diverse. Dall’editore può arrivare qualche suggerimento allo scrittore per scrivere in maniera efficace, da catturare e convincere il futuro lettore; dallo scrittore può partire qualche raccomandazione all’editore affinché confezioni un “prodotto” piacevole e curato da aiutare l’ immergersi nella lettura. L’editoria è un crogiuolo dove si fondono diversi saperi: modulati da un lato industrialmente, dall’altro con l’esercizio intellettuale e del linguaggio.
Cambiare editore (se non sussistono ragioni fondate come nel caso di Kamen’), è come cambiare bussola di navigazione. Tutto questo per significare l’importanza della scelta del semestrale di poesia e filosofia diretto da Amedeo Anelli di collaborare con la libraia vogherese Elisabetta Balduzzi, imprenditrice salvatasi dalla crisi con determinazione stampando libri eccellenti, di nicchia, dove stanno insieme qualità, grafica e amore, cercando “solidità economica nell’unione di due mestieri”, quelli appunto di libraia e di editore.
Da qualche tempo la Balduzzi, da oltre una ventina d’anni in attività, ha allargato lo sguardo della sua intrapresa a una collana collegata a Kamen’ di cui ha pubblicato “La civiltà dei bambini” di Margherita Rimi, “Aforismi e pensieri” di Edgardo Abbozzo, “Creare la parola, creare il mondo” di Luisa Marinho Antures, una selezione di autori e di testi proposta da Anelli con cui la Ticinum Edizioni punta a proiettarsi su un mercato più vasto. Una scelta coraggiosa, imprenditorialmente temeraria, culturalmente romantica che impegna la casa di via Giorgio Bidone a Voghera su una sorta di “binari paralleli”. A rivolgersi, come dice la titolare “sia al pubblico di casa  sia a quello di tutta la penisola”. Una operazione dalla quale anche la rivista lodigiana si propone “ritorni”: d’immagine attraverso una grafica e una stampa che garantisca elementi di finitezza e modernità da andare incontro alle esigenze dei numerosi lettori, sia una ritrovata ambizione di docere ed delectare (insegnare e piacere) che una distribuzione efficiente ed adeguata, corrispondente alla importanza raggiunta. Una reciprocità che valorizza  un modo di fare cultura senza l’aiuto di fondi pubblici.

 

Aldo Caserini

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EDGARDO ABBOZZO, L’AFORISMA COME MEZZO DI ESPRESSIONE ETICO-CONCETTUALE

AQBBOZZO ANELLI Scan_Pic0184In centodieci paginette fresche di stampa e di piacevole lettura (Ticinum Editore, Voghera, marzo 2015), Amedeo Anelli ha raccolto e fornito lettura delle famiglie di aforismi con cui il perugino Edgardo Abbozzo (1937-2004) si è fatto conoscere su Kamen’ con una sapiente e brillante scrittura. Noto per l’interesse al rapporto arte-alchimia e come artista visivo (ha esposto diverse volte a Lodi ed è stato consulente del “Gelso” di Giovanni Bellinzoni), Abbozzo trova in questo volume riconoscimento come aforista, padrone di un perfetto meccanismo espressivo, che non s’affida tanto ai giochi di parole, ma alla sostanza di un pensiero fatto di soggettività e universalità.
In altre parole, la sua voce di pittore, scultore e ceramista trova estensione nella filosofia dell’arte e, attraverso l’aforisma letterario, coltiva con ricchezza le riflessioni attorno alle cose, al Tempo, all’io, Lla tradizione, lla natura, Lla bellezza estetica…
Nelle annotazioni con cui Anelli introduce Aforismi e Pensieri, sono colti i fondamentali di un pensatore “fenomenico”, nutrito “di gnosticismo e platonismo, antico e moderno”, pur tenendo sempre conto “del sistema complessivo della cultura”.
Nella tecnica dell’ aforismo (parente stretto delle massime, delle sentenze e dei motti) lo scrittore impone scelte con cui condensa cognizioni e esperienze senza troppo concedersi troppo ai giochi del genere letterario. “Contro la Superficialità/la profondità!/Contro la profondità/la vertigine”, così il primo aforismo in raccolta, affidato all’uso delle maiuscole. C’è già nella sua forma espressiva la scelta di quella che diventerà la sua essenzialità perentoria. Con cui seduce, delinea concetti, leggi, contraddizioni e incompatibilità. La scrittura chiara e pungente, non punta a divertire. Drizza la riflessione sulle cose, piccole e grandi della vita, sulle relazioni tra arte e poesia, su filosofia e scienza, su inganno e alchimia, su presente e futuro ecc. Il contenuto contribuisce alla forma breve. Rapporto non sempre facile, se la struttura appartiene alla meditazione e da qualcosa di personale punta ad assurgere a valore generale.
Nelle brevi e sentenziose stesure del perugino, Anelli individua gemme preziose: la “qualità dell’andare a capo”, la “ sottile amministrazione del minuscolo e del maiuscolo”, l’ “alterità” e l’ “alternanza” in compendiose mappature, la “qualità dello scarto” e “dell’ eloquio”, ecc.. In Abbozzo le “costruzioni” hanno pregnanza di significati, sfumature, interpretazioni. Non sono un calembour (alla Flaiano, Ceronetti, S. Jerzy Lec, Longanesi, Arbasino, Cioran, per intenderci).
Gli aforismi del perugino hanno carattere di autonomia letteraria, moltiplicano la riflessione. A stretto contatto con la vita e con l’esperienza artistica, portano alla meditazione e alla teoretica grazie anche alla loro sistematicità e organicità. Non per questo concedono ad Abbozzo qualità di filosofo. Certamente sì quelle di voce pensante e originale. che se aveva qualcosa da dire lo diceva in modo tonico ed eccitante, curando le corrispondenze interne, foniche, sintattiche, figurali. Raffreddandole con la brevità, intrappolandole con la mobilità delle parole. Con orizzonti problematici e di pensiero. Da vero alchemico, che aveva conquistato l’ interesse di Arturo Schwarz ed era stato XLII Biennale di Venezia. Una vera alchimia. “Tutto è possibile/perdersi e ritrovarsi/il Compensato ha più strati”.

 

Il Libro: Edgardo Abbozzo. Aforismi e Pensieri, a c. di Amedeo Anelli, Libreria Ticinum Editore, Voghera, 2015, pagg. 112, € 12,oo

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CINQUE PITTORI RICORDANO PAOLO MARZAGALLI ED EDGARDO ABBOZZOZZO

 

Particolare della mostra omaggio a Carlo Marzagalli ed Edgardo Abbozzo a Casalpusterlengo

Particolare della mostra omaggio a Carlo Marzagalli ed Edgardo Abbozzo a Casalpusterlengo

All’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, con inaugurazione il 3 dicembre, si terrà a Casalpusterlengo una mostra in ricordo di Edgardo Abbozzo e Paolo Marzagalli nel decennale della morte. La mostra fa parte del progetto “Per i 50 anni del Cesaris e permette di approfondire oltre ad aspetti della produzione di Paolo Marzagalli e del maestro perugino Edgardo Abbozzo, quella di cinque loro amici: Andrea Cesari, Franco De Bernardi, Paolo Marzagalli, Domenico Mangione, Pino Secchi, Riccardo Valla.
Paolo Marzagalli è nato a Lodi nel 1927 e qui è mancato nel 2004 . Si deve a Giovanni Bellinzoni nel 1977 l’organizzazione della sua prima personale al “Gelso”. Tale sostegno in numerose collettive e altre personali (1981,1985) non è mai cessato nei restanti anni, ricambiato con un’intensa partecipazione alle attività del Circolo Culturale che si contraddistinse per un’intensa attività di animazione ed incontro con l’ambiente artistico internazionale. Negli anni Ottanta Marzagalli partecipò al Premio Puecher di Casalpusterlengo e fu premiato nel 1982 al Premio Fabriano. L’anno successivo Il Museo civico di Lodi gli dedicò una mostra e negli anni successivi il pittore partecipò agli scambi con la città di Costanza. Sempre a cura di Aurelio Natali è da segnalare la sua mostra a Roma nell’86 alla sede della Popolare di Milano. Fra le iniziative più recenti si ricordano la personale all’ex Chiesa dell’Angelo a Lodi nel 1997, quella all’ I.I.S. “Cesaris” Casalpusterlengo 2003/2004 e la partecipazione alla mostra Realtà e Realismi del Lodigiano 1970-2001 a cura di Raffaele De Grada.

Un'opera di Polo Marzagalli in mostra al Cesaris

Un’opera di Polo Marzagalli in mostra al Cesaris

Di Edgardo Abbozzo si è detto molte volte. Nato a Perugia il 25 febbraio 1937 è stato fra gli artisti europei ad occuparsi del rapporto arte-alchimia, partecipando nel 1986 alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (XLII) nella sezione curata da Arturo Schwarz. Amico del gallerista Giovanni Bellinzoni, Abbozzo ha tenuto personali e preso parte a collettive nei maggiori centri d’Europa, d’America e del Giappone.
L’ omaggio a queste due figure che hanno contribuito ad indicare negli anni Settanta-Ottanta al territorio una via d’uscita alla diffusa pratica artistica di maniera, promette anche un aggiornamento sull’opera di cinque artisti tra i più interessanti del lodigiano per poetica e qualità del contributo.

 

 

 

 

 

 

 

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GIOVANNI BELLINZONI GALLERISTA (1929-1992)

IL VIZIO DELL’ARTE

“Il Gelso” 1970-1990
“Il Nuovo Gelso” 1991-1992

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

FOTO DI GRUPPO alla Galleria IL Gelso. Paolo Marzagalli, Giovanni Bellinzoni, Pippo Sponoccia, Enrico Bai, Dadamaino,,Amedeo Anelli e Guido Oldani

Il Gelso non è stata una delle tante gallerie, una dei tanti contenitori vuoti sorti prima e dopo in città. Merito del suo fondatore, di quel Giovanni Bellinzoni che ha subito fatto della sua autonomia e del suo “profilo” critico, il motore per ricavare esperienza estetica ancor prima che organizzativa e dal diretto rapporto con artisti e critici suoi consulenti e amici l’occasione per sollecitare stupori e nuovi interessi. Realizzando in via Marsala a Lodi il punto per un racconto corale al quale partecipavano artisti di tutta Italia.
E’ senz’altro apprezzabile che nel 2002 si sia tornati parlare di questo gallerista d’avanguardia, conduttore dello spazio di via Marsala a Lodi (prima al n.50, poi al n.31), sede di mostre indimenticabili e, soprattutto, centro di irradiazione culturale, di dibattiti e incontri di livello nazionale e internazionale.
Personalmente siamo testimoni del suo dolore, quando si vide costretto a chiudere i battenti. Allora sperò creando il “Nuovo Gelso” di poter riannodare il rapporto dei lodigiani con l’arte visiva. Nel dicembre del 1991, inaugurò lo spazio in piazzale Barzaghi con Edgardo Abbozzo, con il quale aveva solidale amicizia. Subito dopo, con “Scaffali”, propose Abbozzo, Baj, Brindisi, Cantatore, Castellani, Dorazio, Nespolo, Spinoccia, Tamburi, Turcato. Poi, a maggio, una collettiva di Abbozzo, Calderara, Ceroli, Consagra, La Pietra, Mastroianni, Tadini, Vedova, ecc. Ma i lodigiani ormai guardavano ad altro. Una constatazione che ne accelerò il declino fisico, fino alla morte avvenuta il 21 dicembre 1992.
Come gallerista Bellinzoni portò a Lodi nomi significativi dell’arte italiana del tempo. Bastano pochi nomi: Umberto Mastroianni, Ibrahim Kodra, Lucia Pescador, Pippo Spinoccia, Rino Sernaglia, Lucio Fontana, Alik Cavaliere, Dadamaino, Eugenio MOntale, Emilio Scanavino, Agostino Bonalumi, Umberto Mariani, Paolo Baratella, Enrico Baj Fernando De Filippi, Piero Dorazio, Dadamaino, Fernanda Fedi, Bruno Munari, Emilio Tadini, Mario Schifano, Antonio Fomez, Edgardo Abbozzo, Ugo Nespolo. Nomi assolutamente inimmaginabili oggi

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

IL GELSO. Paolo Marzagalli, Amedeo Anelli, Giovanni Bellinzoni e Andrea Cesari in galleria

Nel ventennale della morte si poteva pensare a qualcosa di diverso rispetto alla prima iniziativa.. A ricostruirne non solo la pratica curatoriale, ma il percorso, a studiare i confini del Gelso sulla scena dell’arte milanese, ad approfondire le condizioni della sua “visibilità” e del suo successo oltre che strettamente espositivo come luogo di transito e di metamorfosi di ricche stagioni.
Avrebbe restituito una immagine più completa di questo promotore coraggioso, con il fiuto dell’anticipatore. Basti pensare alla sua attenzione per la fotografia, proposta attraverso le opere di Luigi Ghirri, Aldo Tagliaferro, Stefano Valabrega, Migliori, Fabrizio Garghetti, Pino Secchi). Oltre che i meriti di esser stato uno straordinario sostenitore di artisti locali (Mauro Staccioli, Giuliano Mauri, Maria Chicco, Gabriella Podini, Fabio Scatoli, Andrea Cesari, Vittorio Corsini, Mino Eboli, Paolo Costa, Paolo Marzagalli, Mario Quadraroli, Franchina Tresoldi, Luigi Poletti ecc.).
Nelle vesti di curatore, Giovanni Bellinzoni è stato un personaggio necessariamente eclettico – a un tempo animatore, pusher e fratello degli artisti, un creatore di comunità, uno che faceva che le cose accadessero, suggerendo idee, letture, interpretazioni. Sempre disposto a misurarsi con i diversi linguaggi dell’arte e con le più diverse interpretazioni. Le mostre a cui ha dato forma, sono tracce inconfondibili. Interpretano una pratica “creativa”, che non si limitava ad “attaccare” quadri alle pareti. Di ogni artista era attento al vissuto, con tutti condivideva l’esigenza di mettere in scena le tracce delle loro mitologie individuali. In tanti anni di intensa attività ha avuto il merito di provare e riproporre la natura propositiva dell’esposizione, non una vetrina “di lusso”, ma di un esibito discorso sull’arte e. quindi, sul mondo. Non è mai stato un “commerciante” di opere d’arte, ma un cantiere di idee, tra i cui compiti c’era anche quello di scuotere il gusto e i rituali di una città di provincia ridefinendone il ruolo rispetto alla vicina Milano..

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EDGARDO ABBOZZO (1937-2004) E IL LODIGIANO

Lo studio dell'alchimista. Foto di Attilio Quintili

Lo studio dell’alchimista. Foto di Attilio Quintili

Dinnanzi alla “avventurosa” vicenda di una amicizia intensa e pubblica come quella dell’artista umbro di fama internazionale Edgardo Abbozzo e del gallerista lodigiano Giovanni Bellinzoni non si può non soffermarsi sui significati che essa ha avuto nella proiezione della cultura visiva di una città allora piuttosto provinciale nella scelta dei propri interessi ed estranea all’ intrecciarsi dei mutamenti dell’arte. Negli ultimi anni del “Il Gelso”, lo scultore, pittore, grafico ceramista di Perugia è stato l’ascoltato consigliere del gallerista lodigiano. Alcune iniziative e artisti hanno trovato visibilità in via Marsala a Lodi proprio grazie alle sue indicazioni. Giovanni Bellinzoni usava preferibilmente definirle “insegnamenti”, intendendo con ciò dare alle proprie scelte di gallerista l’impronta suggestiva del magistero dell’allora direttore dell’Accademia di Belle Arti Vannucci di Perugia e membro del Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, già direttore degli Istituti d’Arte di Deruta e di Firenze e docente di scultura alle Belle Arti di Carrara e di Perugia. Erano quelli, gli anni della svolta, della rottura e delle innovazioni fuori dalla tradizione, delle performance, del comportamento, dei materiali, Sotto l’aspetto della ricerca, Abbozzo, l’ Etrusco, come affettuosamente lo chiamava Bellinzoni, era un cervello delle avanguardie artistiche del centro Italia, senza essere uno di quell’esercito che con manifesti politici e carri allegorici rincorreva le mode dettate dal mercato, i temi e le tecniche suggerite dalla società dei consumi, ma un artista che nell’ arte tecnicamente avanzata cercava di far convergere e convivere elementi disparati in una logica appropriata alla tradizione e da guardare al futuro. Faceva circolare nelle sue opere i temi suggestivi della luce e dell’ombra, della temporalità e della percezione e dell’intuizione, cautelando nelle forme l’armonizzazione degli elementi. Ndel suo laboratorio didattico, come lo definiva, insieme agli sforzi della ricerca accompagnava quelli per il rilancio dei saperi artigianali, sollecitava anche un nuovo professionismo presso gli artisti. Da qui la grande importanza che dava all’educazione estetica e al ruolo della scuola. Era un maestro di dialogo, di uno scambio che non è mai stato né informativo né didascalico, esperto nel gioco delle prospettive. Nella formazione degli allievi rompeva con certi schemi d’accademia, coltivando rapporti speciali, non da “maestro” ma da collaboratore. Nella seconda metà degli anni ’80 l’amicizia col direttore di Kamen’ che svolgeva un fertile lavoro di consulenza per Bellinzoni, facilitò l’incontro tra i due, che si stabilì subito in confidenza e affiatamento anche sul terreno degli orientamenti espositivi. Abbozzo mirava a saldare l’attività dell’amico su percorsi creativi meno “illusionistici” (parole sue); l’altro, puntava a sovvertire in città le tradizionali funzioni dell’arte, da strumento di decoro degli uffici e dei salotti della borghesia a mezzo del dibattito culturale. Rincresce che proprio questo profilo non risulti esaminato e posto in luce nel volume sulla mostra commemorativa dell’attività del gallerista. Tra le carte e i referti non sarebbe stato malagevole rintracciarne il filo conduttore. Ricordare è importante, ricordare bene lo è ancor di più, soprattutto se i fatti sono chiamati a distinguere nelle biografie. Quali, appunto, le qualità dei rapporti di due appassionati cultori dell’arte che coltivarono la suggestione di rompere col “vuoto” (parole del gallerista) di una tradizione conformista radicata nei luoghi comuni. Quanto importante sia stato il lsodalizio si riceve dal fatto che nel decimo anniversario della morte del gallerista, mentre il “montaggio” istituzionale era tutto intento a promuovere le agende dell’ufficialità ufficiali, da Deruta Abbozzo non esitò a mandare a Kamen’ un gruppo di aforismi, di massime e pensieri pubblicandoli con dedica all’amico. Di Abbozzo, nel lodigiano, si è scritto molto, che è quasi difficile riprendere il filo di una tessitura tanto ricca, affidata in qualche caso a quella logica “cosmologica”, nutrita di “platonismo antico e moderno” (Anelli), che ha accompagnato la poetica ultima dell’artista. Il quale, preferiva parlare di “vocazione oscura” quanto “irresistibile”, di una necessità culturale. Di fronte alle sue opere ricordiamo ancora l’interrogativo di uno scultore che ci sollecitava a renderlo esplicito attraverso “Forme ‘70” ( un foglio da noi diretto e sostenuto da Bellinzoni): come neutralizzare l’azione di teorie e azioni di un’arte sottratta alla configurazione definita secondo le regole delle avanguardie degli anni ’50 ? Coniata da riferimenti non ideologici? Come reagire a una posizione che attribuiva al momento artistico d’essere “uno zoo”. Nello spirito la sua arte Abbozzo ha anticipato le ricerche “tecnologicamente avanzate” con cui oggi gli esperti teorizzano una diversa elaborazione attenta al portato dei media, di altre tecnologie elettroniche, chimiche, magnetiche, industriali applicate eccetera. Chi ha interesse a ricostruire la storia recente non ha difficoltà a riconoscere all’esperienza del maestro umbro una ricchezza di perfezionamenti e connessioni, di apparati e elementi incardinati nell’uso. La lingua comune dell’arte ha sempre usato ossimori, figure retoriche che negli accostamenti servono a tenere insieme due contrari. La complessità della natura non sempre può essere ridotta a unità. Abbozzo ha cercato l’unità, la coincidenza tra luce e ombra. Per il resto l’arte da lui elaborata (dopo l’abbandono a partire dagli anni Ottanta dei riferimenti precedenti) ha resi innocui quei rimandi retorici. Troppo diversa e lontana, da modificare la stessa esperienza del mondo. Ha ridotto la luce a segno, la luce a cosa, la luce a traccia. Ha evocato “l’oscura chiarità”. Come Corneille. Il suo è un universo nuovo, che diventa gioco della comunicazione, effetto della suggestione, svalutazione della parola. Va oltre a confini che fino a ieri erano dalle stesse avanguardie ritenuti invalicabili. Persino nella “rottura” c’era in lui precisione concettuale rara, cura del linguaggio, scelta personale efficace nella analisi estetica e nella ricapitolazione teorica. Insomma, Abbozzo è Abbozzo, quel che si è visto diverse volte al Gelso, a Semina Verbi, all’Istituto Cesaris di Casale, recentemente ricordato da CasaIdea a Tavazzano; è quello degli Aforismi di Kamen’, vere e proprie dichiarazioni di poetica e di teoricità, di tradizione anche metafisica; è quello delle cronache del Cittadino, di Formesettanta, soprattutto è quello delle analisi di Vittorio Fagone che gli riconosceva il gusto dell’ironia e la capacità del silenzio, di Italo Tomassoni che gli attribuiva un segno magico e illusorio, di un Amedeo Anelli che vi coglieva forza di mediazione allegorica. Un autore difficile? Probabilmente. Di sicuro un artista piacevole all’occhio, che intrigava ma non sempre era facile cogliere nei risvolti e nelle allegorie. Era un artista che a un certo punto del suo percorso, ha fatto del problema della complessità e della semplicità un problema di ribaltamenti: di determinazione iconica, segnica, di luce e di materia. Senza dimenticare la qualità. Muovendosi, anzi, contro l’ accettazione acritica diffusa che l’aveva sostituita. Proverbiale è il senso della sua intera esperienza, il suo innamoramento per la tecnologia che ha fatto dire a qualcuno che usava il laser come il “nuovo pennello”; e che al termine della nuova epifania, ha riorientato la ricerca alla interiorizzazione, mostrando quasi stupore nel guardarsi dentro. Sulle mutevoli e mutanti rotte del contemporaneo riusciva sempre a far parlare di sé, a centrarsi nel dibattito culturale più vivo, a costringere attraverso modi e motivi davanti a uno specchio. Ha praticato un’arte filosofale, in parte costruita sulla cosiddetta “magia della saggezza”. Le sue novità quasi sempre partivano dall’esigenza di un entroterra culturale, dall’attenzione riservata agli sviluppi formali, dalla capacità di trovare piani nuovi di consistenza attraverso immagini lucide e improvvise in cui fissare varianti emotive e di pensiero, il particolare e lo scrutinarsi. Quello conosciuto dai lodigiani è stato un artista sperimentatore. Che sapeva destreggiarsi con competenze sofisticate, inventare strumenti e soluzioni nuove, rivolgere attenzione ai mutamenti e perfezionamenti. Proverbiale anche la sua didattica. Ha ammaliato i giovani studenti del Cesaris con la parola. Costringendoli, senza copione, a stare sulla ricchezza dei concetti. L’ironia era parte della sua natura di pensatore. “L’incomunicabile? E’ la comunicazione”. Amava le proprie convinzioni da discuterle con chicchessia, senza rinunciare agli ideali che le avevano create. I suoi aforismi su Kamen’ godono di un successo sorprendente. La loro brevitas è il segno del saper essere in sintonia con il tempo. Sono sottolineature, citazioni, mischiano filosofia, speculazione, provocazione, paradosso, poesia, ironia, costituiscono un campo immensamente aperto, uno spazio che si dilaga, sono strumenti di “collimazione” con il mondo. Gli stessi delle sue strutture in ferro. Nelle numerose presentazioni nelle sedi lodigiane c’è un termine associato alla sua straordinaria versatilità artistica, l’alchimia. Abbozzo, alchimista lo era per la naturale attitudine alla ricerca, alla manipolazione dei materiali più diversi. Probabilmente per scelta e per implicito sviluppo ha richiamato l’antico sistema filosofico-esoterico facendolo convergere nella propria poetica.
Nei lavori ha utilizzato vari materiali: metallo, legno, plastiche, bronzo, filo di ferro, specchi, marmo, terra; ha modellato, tagliato, tornito, cotto, fuso, stampato, sabbiato, ossidato, cromato; ha utilizzato fonti di luce per problemi di fissaggio, di luminosità o di necessità espressiva. Ha conosciuto effetti e fenomeni dovuti a magnetismo, interferenze, fosforescenze, rifrazioni; casi, fatti, elementi legati alla pluralità delle esperienze. Tra tecniche d’artigianato e tecnologia avanzata, tra materiali e materia, la sua arte si è collocata tra l’ ethos – l’inizio, l’apparire, la disposizione – ela burla. Si, la burla, il divertimento. La sua è stata una pratica esercitata non in rapporto al solo piacere estetico (e quindi sottoposta al giudizio critico), ma guidata dalla consapevolezza e dalla distinzione: nessun piacere artistico è in grado di rendere comprensibile perché l’artista può strappare al marmo o alla ceramica “altri effetti” che il bronzo o il colore. Materia e materiali raccolgono in Abbozzo complessi elementi tecnici che vanno oltre alla strumentalità d’uso. L’artista li ha evidenziati attraverso il costruire e l’agire tecnico, superando l’equivoco della disputa metafisica, cercando relazioni (tra filosofia e scienza, arte e poesia). In questo si è approssimato alla fenomenologia di Dino Formaggio. Ovviamente è solo una ipotesi o un nostro azzardare. Al di là degli aspetti teoretici, a scavalco del decennio tra l’80 e il ‘90 Abbozzo ha contribuito a dare impronta al Gelso nella sua fase finale, esponendovi fino al 1990. Nel mese di maggio lo ricordiamo presente con Baj, Del Pezzo, Dorazio, Mastroianni, Schifano, Rotella; in dicembre coi lodigiani Andrea Cesari, Paolo Tatavitto, Franco De Bernardi, Vittorio Corsini, Paolo Marzagalli, Paolo Costa ecc. In occasione di Gelso 2 proporre una personale di acquerelli fluorescenti, e contribuìrei a due iniziative: “Gli scaffali del Gelso:le opere e i tempi” e “Arser. Arte e Marketing”. In sintesi, un “vissuto” (anche interiore) di metodi operativi e materiali dell’opera che, in una dialettica strettissima fra intenti teorici, prassi esecutiva e prassi formali hanno in lui spostato il concetto di intervento modificativo tecnico-formale in quello di conoscenza, penetrazione, meditazione, operatività e materiali attinti anche dall’immaginario alchemico.

L’attuale scritto appare sul n.45 della rivista Kamen’, nella sezione che raccoglie brevi saggi, ricordi e dediche su Edgardo Abbozzo nel decimo anniversario della morte.

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KAMEN’ 45 : OMAGGIO A TRE “DISALLINEATI”

 

Il filosofo  Dino Formaggio

Il filosofo
Dino Formaggio

Si annuncia ricco e stuzzicante il prossimo numero di Kamen’, il 45, in fase di lavorazione-stampa dall’editore piacentino “Vicolo del Pavone”. La rivista diretta da Amedeo Anelli dedica tre sue sezioni monografiche a rinverdire l’immagine e la riflessione attorno a tre disallineati della cultura italiana: Dino Formaggio, nel centenario della nascita; Edgardo Abbozzo, nel decimo anniversario della morte; Giuseppe Pontiggia, nell’ottantesimo della venuta al mondo. Tre intelligenze diverse che hanno avuto in comune la lontananza dall’uniformità standardizzata delle eccentricità, l’attenzione nel riaffermare il dovere dell’estetica, della letteratura e della poesia, dell’arte e delle idee a legare la riflessione teorica a quella del fare, a riscoprire e far riscoprire la dignità del “mestiere”, il piacere dell’ l’intelligenza e di quanto si muove attorno all’ispirazione, lontano dal fracasso effimero delle stravaganze. Formaggio, del quale vengono pubblicati due saggi, su Michelangelo eBotticelli, sulle forme della loro arte convertite “in un mondo di alta umanità, e questo in quella”, fu soprattutto studioso della analisi circostanziata della tecnica artistica nei suoi concreti piani di realizzazione. Militante della critica e dissertatore di figure artistiche, fu attento ai rischi di un’arte risolta in puro e semplice tecnicismo e a mettere in evidenza lo svolgersi dei rapporti che legano la vita e le forme al tessuto storico del tempo.

Di Giuseppe Pontiggia, scrittore di forte intensità la rivista riscopre e pubblica due escursioni su Leonardo Sinisgalli, uno dei poeti più significativi del Novecento italiano. Due testi che dimostrano, contro le stolidità, le filosofie e le drammatizzazioni provinciali di certa critica, l’ assoluto del “saper leggere”. Sinisgalli è stato un poeta ricco di significato, purtroppo come altri oggi dimenticato, citato a fatica nelle antologie, comprese quelle che si propongono come storia della produzione poetica più disputata. Pontiggia fu tra i suoi primi conoscitori (con Contini e De Robertis) e scrisse per lui, nei primi anni Settanta, una penetrante introduzione a L’ellissePoesie 1932.1972. I testi di Pontiggia, riattualizzati da Kamen’ (L’ultimo Sinisgalli, Prefazione ad Infinitesimi) analizzano di Sinisgalli la scrittura epigrammatica, accostabile a certa lirica ellenista, lontana dal gusto per le immagini e dagli scarti analogici di origine ermetica delle prime posizioni. Sono accompagnati da un saggio di Daniela Marcheschi (Giuseppe Pontiggia e la poesia), che mette in luce il lavoro rigoroso dello scrittore di Erba, la tensione stilistica, il linguaggio ricco di potenzialità espressive, la concentrazione sull’arte poetica; un testo che è ricco di nuove riflessioni, in aggiunta alle tante che da oltre una trentina d’anni la studiosa lucchese gli dedica.

Ad Edgardo Abbozzo, artista e letterato, ma anche uomo delle istituzioni scolastiche, Kamen’ ha riservato parecchie attenzioni, contrastando il continuo monotono teatro della dimenticanza “ufficiale”. Nel numero in preparazione oltre a due saggi di Amedeo Anelli (Molteplicità una. Edgardo Abbozzo e La materia come senso), la rivista pubblica un gruppo di contributi: di Adriano Primo Baldi (Presidente Associazione Diffusione Arte e Cultura di Modena e collaboratore di Philippe Daverio), Staffan Nihlèn (scultore), Guido Oldani ( poeta), Gianfranco Tommasini (fotografo) che forniscono una fragrante testimonianza dell’artista perugino, una rete sotterranea di sentimenti, di contatti e di ricordi che rivelano particolari del suo pensiero, dell’ estetica e degli orientamenti. La sezione, a cura di Anelli è completata da un resoconto su Abbozzo e il lodigiano  e da alcuni scritti dello stesso Abbozzo Sulla comunicazione e Sul mito e un suo ricordo di Giovanni Bellinzoni, gallerista in Lodi.

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NELLA STANZA DELL’ALCHIMISTA CON AMEDEO ANELLI

Lo studio dell'alchimista. Foto di Attilio Quintili

Lo studio dell’alchimista. Foto di Attilio Quintili

Antonio Quintini ha realizzato per la Freemocco a.p.s. “Un guerriero in filigrana”, un libro curato da Antonella Pesola con interventi di Amedeo Anelli e Andrea Baffoni che danno succo, insieme alle foto di Gianfranco Tomassini, Attilio Quintili e Paolo Emilio Sfriso, alla Stanza dell’alchimista.
La pubblicazione non è un catalogo e nemmeno un profilo. Non si riconosce in quei diffusi esercizi di critici, pubblicitari e mercanti che  cercano il coinvolgimento irriflessivo del pubblico, appiattendo l’attenzione su una dimensione contingente ed effimera.
Per le sue tipologie “Un guerriero in filigrana” è più prossimo al libro d’artista; di quelli, per intenderci, che rendono felici i collezionisti di rarità. In più gli interventi svolgono azione di valutazione e contestualizzazione culturale. Con avvertita coscienza dell’ orizzonte storico, muove l’attenzione del lettore all’approfondimento. Tiene insieme il momento creativo, le coordinate espressive (di libro d’artista appunto) e l’esercizio intellettuale e critico.
Traduce la “qualità”: operazione, tiratura, creatività, confezione;  convince con una articolazione grafica variata: la ricchezza dei caratteri, l’usoo della fotografie, gli aspetti di eleganza compositiva. La copertina in cartone ondulato ha incollata una stampa che riavvolge un disegno originale in trasparenza; i  fogli sono su carta da legno pesante,  i caratteri linotype, la  legatura è di filacce naturali. Non mancano poi richiami di designer e foto che servono a comprendere il senso complessivo della realizzazione.
Qualità tecniche e materiali a parte, il lavoro corrisponde a un livello di incidenza culturale: ha funzione di analisi e valorizzazione dei particolari distintivi dell’arte di Abbozzo e del suo habitat operativo, che ha facilitato la trasfigurazione dei valori dell’illuminazione intellettiva e la fissazione dello spirito.Abbozzo Anelli
La figura di Abbozzo ne esce valorizzata. Senza cedimenti alle regole della “promozione”. A dieci anni dalla morte (luglio 2004) l’artista perugino non ne abbisogna proprio. Abbozzo è stato un ceramista insigne, un pittore eccezionale e moderatamente innovatore, uno scultore di valore globale. Uno scrittore e un pensatore, come ben conoscono i lettori di Kamen’. Il libro curato da Pesaola è ricco di apporti e contenuti. Sarebbero piaciuto allo stesso Abbozzo, dal momento che punta molto sulle sue eccezionali “incandescenze psichiche”. Caratteristiche che furono assecondate e protette, sul finire degli anni ’80, dall’incontro con Amedeo Anelli (intellettuale, poeta, critico d’arte, direttore di Kamen’) e Franco Federici (psichiatra, teorico della Percezione all’Accademia di Perugia) che contribuirono all’ampliamento della poetica dell’artista e all’affermarsi della sua un’arte, largamente legata all’essere, alla percezione e alla intuizione.

Il Libro: Edgardo Abbozzo –Un.guerriero.in.filigrana –Freemocco.a.p.s. –a c. di Antonella Pesaola – Con testi di Amedeo Anelli e Andrea Baffoni e foto di Gianfranco Tomassini, Paolo Emilio SWfriso – sip

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