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Daniela Marcheschi (Kamen’) sulle lezioni di Vittorio Sermonti “non utilizzate”

La lucchese Daniela Marcheschi, colonna portante della rivista Kamen , studiosa e critico, docente di letteratura e antropologia delle arti, saggista di fama internazionale, autrice di numerosissimi saggi di tematiche letterarie, non ce l’ha fatta a non dire la sua per come sono (o non sono) utilizzate le celebrazioni dantesche: Per chi vuole conoscere cosa ne pensa, proponiamo uno stralcio del suo intervento apparso su facebook.

Giuseppe Antonio Borgese si lamentava, e molto nel 1921, di come Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio fossero stati male utilizzati nelle celebrazioni dantesche, di cui denunciava la pochezza; e si augurava che, nel 2021, gli Italiani potessero fare molto meglio. Invece abbiamo avuto finora, in genere, spettacoli, e alcuni purtroppo modesti: intellettuali (molti “poeti”), che non hanno riconosciuto neanche una cesura o un enjambement, con quanto essi comportano sul piano della lettura della Commedia. Quanto si rimpiangono le belle lezioni-letture di Vittorio Sermonti, di cui anche Gianfranco Contini aveva grande rispetto! Su youtube c’è qualcosa di Sermonti, ma se la RAI intanto ne rimandasse in onda qualcuna?

Comunque, un fatto è sicuro: quel discorso, che oggi una certa critica pubblicitaria giudica o chiama “poesia”, e’ solo autoreferenziale, talmente narcisista che la musica dei significati non conta più. E la musica dei significati e’ anche l’ascolto a voce alta, il collocarsi fuori da sé per disporsi a incontrare gli altri. Ma tanto qual è il problema per chi ha ambizione di allineare parole nell’abbondono in cui versa oggi la critica? Si mettono in vista un po’ di viscere, si usa un poco di poetese medio, poi bastano un po’ di cinismo, le clientelate giuste, e il poeta è fatto… (Daniela Marcheschi)

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A Piacenza: “25 ore di poesia” davanti al Duomo.

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L’iniziativa promossa
dal “Piccolo Museo della Poesia”
Tra i poeti:  Oldani, Boccardi,
Anelli, Marcheschi, Abbozzo.
Tra i dicitori: Ottobelli, Lisetti e Vaghi

 

Ci saranno Guido Oldani, Sandro Boccardi, Amedeo Anelli, Daniela Marcheschi, Margherita Rimi, Edgardo Abbozzo e altri nomi della rivista “Kamen’”, Isabella Ottobelli, Enrica Vaghi, Gianluigi Lisetti di “On fa l’os” tra i poeti e i fini dicitori che in piazza Duomo a Piacenza, dalle 21 di sabato 15 ottobre alle 22 della domenica, contribuiranno (leggendo proprie composizioni o di altri) alla “25 ore di letture di poesie ininterrotte. Omaggio alla poesia italiana dal ‘900 ad oggi”, ideata da Massimo Silvotti e organizzata dal “Piccolo Museo della Poesia Incolmabili Fenditure di Piacenza”.
Alla fine saranno oltre 100 i poeti letti e interpretati, in gran parte del secolo passato, con l’aggiunta di un gruppo di contemporanei che leggeranno se stessi. La kermesse è rivolta a scongiurare la chiusura del Piccolo Museo della Poesia di Piacenza, unico museo della poesia attualmente esistente in Europa. L’istituzione, privata, non ha scopi di lucro e la sua preziosa collezione è prevalentemente centrata sulla poesia italiana. L’obiettivo della “25 Ore” è farne conoscere l’importanza, oltre naturalmente le difficoltà che incontra, nonché promuovere l’attenzione sulla la grande poesia italiana, intersecando le diverse poetiche contemporanee, che spesso non si conoscono o non si parlano.
Al “Piccolo Museo della Poesia” si accompagna la Galleria d’Arte – Spazialismo poetico, presenza operante nell’arte e nella poesia coeva che interloquisce con le intelligenze della nostra contemporaneità, mettendo in comunicazione memoria e rivolgimento.
Della “rappresentativa” di Kamen’ leggeranno personalmente le proprie opere in piazza Duomo Sandro Boccardi, Guido Oldani e Amedeo Anelli, mentre nel ruolo di dicitori si esibiranno Isabella Ottobelli nella lettura dei versi di Elio Pecora, Enrica Vaghi in quelli della lucchese Daniela Marcheschi e Gianluigi Lisetti proporrà i ritmi di Edgardo Abbozzo. L’attore Luca Bassi Andreasi interpreterà a sua volta i versi di Margherita Rimi, poeta e neuropsichiatra infantile recentemente pubblicata dai Quaderni di Kamen’ editi dalla Ticinum e presentata da Anelli agli “Amici del Nebiolo” di Tavazzano.
Ai poeti di oggi agiranno da controcanto le esibizioni dedicate a grandi maestri del passato e del passato recente, Marinetti, Soffici, Rebora, Marin, Ungaretti, Turoldo, Luzi, Caproni, Sereni, Noventa, Montale, Gatto, Sinisgalli. Roversi, Pavese, Bigongiari, Orelli, Bertolucci, Pasolini, Cristina Campo, Pagnanelli, Saba, Gozzano, Cardarelli, Sbarbaro eccetera.

Aldo Caserini

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Daniela Marcheschi: Antologia di poeti contemporanei /Tradizione e innovazione

Antologia di PoetiNel mare magnum della scrittura in versi, raramente le antologie aiutano il lettore a leggere la poesia, a sgarbugliarsi tra i bagliori di sintassi e di ritmi, di sentimenti e di eventi, a non farsi trascinare da consumismi spiccioli e derive modaiole.
Non tutti i curatori sostengono sempre l’indagine, fan la tara al populistico poetese; spesso, anzi, prendono dalla “sottoboschività”. “Inclusività” ed “esclusività” sono sempre un passaggio opinabile, difficile ed estremo.
Noto critico esperto di strumenti linguistici, Daniela Marcheschi, muove invece, com’è sua convinzione e abitudine, controcorrente. Nella collana “Argani” dell’editore Mursia fornisce una raccolta di 21 poeti italiani giudicati “variamente rappresentativi”, vagliati validi da “molteplici posizioni”, fornendo di tutti un profilo critico fondamentale per comprenderne genesi ed evoluzione dei linguaggi.
Oltre fornire una selezione di testi interessanti, la Marcheschi mette in mano dei lettori e dei critici strumenti perfezionati.
Non sfugge come un contributo importante è dato dalla presenza di un nucleo di voci conosciute sul nostro territorio, grazie agli interventi di Kamen’, che ne ha messo in luce l’indipendenza immaginativa e la varietà intonativa, e a una serie di incontri con gli autori (Poesia al Castello di Melegnano, “On fai l’os” degli Amici del Nebiolo di Tavazzano, Piccolo Museo della Poesia di Piacenza, La Casa della Poesia di Milano): Maurizio Cucchi, Giampiero Neri, Franco Loi, poeta dialettale intriso di forme cittadine, Guido Oldani, Amedeo Anelli, Daniela Marcheschi, Margherita Rimi, Lino Angiuli, Elio Pecora.
L’antologia raccoglie 13 poeti e 8 poetesse identificati dalla Marcheschi secondo specificità e non una sincronia cristallizzata, unendo ai testi creativi una preziosa galleria di profilo bio-bibliografico e critico che fornisce una rete di qualità e tensione elevata e da giusto risalto alle generazioni entrate sulla scena contemporanea nella seconda metà degli anni Cinquanta, senza trascurare autori che il gusto del pubblico residuo della poesia considera canonici. Tutti gli autori sono oggetto di attenzione critica diffusa, con un numero congruo di pubblicazioni, alcuni defunti, come la potentina Assunta Finiguerra, poetessa di percezione ampliata che il “militante” Franco Loi volle nei Nuovi Poeti Italiani e il dialettale Fernando Bandini, vicentino, poeta “della lingua archeologica” e dalla metafora straordinariamente efficace.
Senz’altro da segnalare a parte il gruppo di poetesse “anni quaranta”, una categoria interpretativa che non rimanda a nuclei immediatamente riconoscibili o differenziabili e opta per una varietà di forme e di generi espressivi, con ottimi standard d’invenzione e di scrittura: la pistoiese, autrice di teatro Maura Del Serra, evocativa di presenze che spaziano dall’ellenismo alla contemporaneità; la romana Anna Casella Lucani, nota oltre che per i suoi testi per le collaborazioni con l’incisore Beuchat e le numerose plachette realizzate con il Pulcino Elefante di Alberto Casiraghy; l’aretina Cristina Annino, che trasferitasi un paio di anni fa a Milano, ha pubblicato di recente da Donzelli Anatomia in fuga; il premio Viareggio Jolanda Insana, romana, scoperta da Giovanni Raboni, scrittrice e traduttrice che pubblica spesso da Garzanti; Margherita Rimi, palermitana, neuropsichiatra infantile della quale hanno scritto Kamen’, Amedeo Anelli (Nomi di persona) e Daniela Marcheschi (Era farsi. Autoantologia); Bianca Maria Frabotta, romana, già ordinaria di letteratura italiana contemporanea alla Sapienza, critico, saggista, poetessa discreta con tre raccolte pubblicate da Donzelli.
Non solo orientate su di sé, offrono un rapidissimo interessante affresco della poesia femminile italiana del nostro tempo.

 

Il libro: Daniela Marcheschi: Antologia di poeti contemporanei-Tradizioni e innovazione in Italia – Mursia – Coll. Argani – 2016, € 22,00

 

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GINO CESARETTI, “Lucido e Buio”

Cesaretti 4 fotoAnche lui, Gino Cesaretti, classe 1917, contrasse quella che i critici chiamarono la “malattia dell’anima”, l’epidemia del Novecento conosciuta con nomi vari. Walter Pedullà ne ricorda alcune nevrosi: “l’indifferenza di Svevo, l’anima disoccupata di Savinio, il montaliano male di vivere e il male invisibile di Gadda”… In Cesaretti era il dare coerenza a storie umane tese a cercare il “senso dell’esistere”.
Lo scrittore è morto il 13 dicembre a Bobbio piacentino a 98 anni, ma il giornalismo letterario, troppo preso su altri fronti, gli ha destinato attenzioni poco più che sbrigative; poche note, tutt’altro che vettori di orientamento in quei giorni in cui era fresca l’ uscita da Bolis nella collana “Letture del Novecento” di Lucido e Buio e il Comune di Bobbio aveva pochi giorni prima inaugurato il Fondo dello scrittore alla Biblioteca civica. Romanziere, giornalista, poeta di origini lucchesi Cesaretti raccolse i primi giudizi favorevoli e lusinghieri da Elio Vittorini ed Eugenio Montale, poi da Giuseppe Pontiggia e Maria Corti. Ma altri continuarono a considerarlo un capo del settore tecnico-scientifico della Mondadori più che uno scrittore. Sicuramente è stato anche questo, però in un intreccio essenziale e coeso di altre cose. I suoi scritti offrono una mappa di consonanze e coesistenze, di luoghi e “goethiane affinità elettive” dice Daniela Marcheschi di “Kamen’“, che allo scrittore dedica un’ampia nota introduttiva. Non solo narratore, ma anche poeta: di “intonazione ragionativa”, lo definì Amedeo Anelli tre anni fa su queste stesse pagine recensendo “Attese e disattese”; descrivendo un poeta che si nutriva “ nella modernità di tradizioni classiche”. Come scrittore esordì quarantenne con “I pipistrelli” nella prestigiosa collana “I gettoni” di Einaudi diretta da Elio Vittorini e fu subito tra i “selezionati” del Premio StregaVittorini, che a modo suo differenziava fra libri che si fanno conoscere “stanza per stanza” e libri dove il lettore non va oltre la porta d’ingresso, ragionando con Calvino proprio di Gino Cesaretti e del suo dattiloscritto, tirò fuori l’idea di un «romanzo come un labirinto», dove «non sai quale sia l’uscita, quale l’entrata», dove «hai tante uscite (una infinità di porte e di stanze)» e «non ti stanchi mai di camminare.» Cesaretti si avviò alla carriera giornalistica con “L’Europeo” di Arrigo Benedetti per passare a “Risorgimento liberale” e a ” Il Mondo” di Mario Pannunzio. Lasciò poi il giornalismo per il campo editoriale e finì caporedattore del settore scienza e tecnica della Mondadori, dove curò collane e opere enciclopediche. Ma rimase sempre con la testa “nel romanzo”, dove mettere con l’ingegno della scrittura un pizzico di ironia e dare notizie rivelatrici di sé stesso. Oltre l’ einaudiano “I pipistrelli”, altri importanti libri uscirono con l’editore Parenti: “Il sole scoppia” (1960), romanzo ambientato a Milano, e “Il violino del pilota” (1962), una raccolta di racconti che ha per sfondo Lucca. A difenderne la memoria di intellettuale e letterato e lo stile contribuisce ora dopo una gestazione pluridecennale“Lucido e Buio”, introdotto da Daniela Marcheschi che aiuta a leggere insieme i diversi filoni (una ventina di capitoli, suddivisi in tre parti per complessive 270 pagine) e mette in risalto i tratti di “forza sorprendente” e le sintesi del “percorso avventuroso”. CESARETTI Lucido e Buio“Lucido e Buio” è ricco di personaggi e di presenze. Al lettore è possibile riconoscere tratti  di Pea, Viani Tobino e, forse, di altri. “Lucido e Buio” è romanzo avvincente, efficace: fatto di parole di poche intonazioni emotive, ricco di scioltezza, una scrittura elegante e “qualche leggera venatura vernacolare” colta dalla Marcheschi. Che vuol significare lucido e buio? Tenendo insieme scienza e letteratura, lo chiarisce, nella prima parte del romanzo, Adele Lappona, la domestica istruita coinvolta nell’educazione e nei compiti di casa di Filippo Vannucchi, il protagonista del libro : “Ciò che era apparente e caldo lo chiamava lucido e ciò che apparente non era definiva buio; ma ciò che era buio e caldo era lucido anche: perché – ripeteva lucido e buio hanno in comune la proprietà del calore”. Dipana la Marcheschi: “il vortice degli eventi individuali e collettivi, la ricerca del bene e l’orrore del male, affetti e risentimenti, le ragioni delle scelte e l’imponderabile, gli inganni e disinganni […] che si intreccia inestricabilmente con l’oscurità degli istinti e dell’incomprensione di ciò che è o accade”. “Lucido e buio”, appunto.

Il Libro: Gino Cesaretti: Lucido e Buio, romanzo , Nota introduttiva di Daniela Marcheschi, postfazione di Paolo Cesaretti, Bolis Edizioni, 2015, pagg. 272,  € 18

 

 

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KAMEN’ n. 48 : GIARELLI E IL GIORNALISMO NELL’ITALIA POST-UNITARIA

Il saggio di Giarelli stampato da Cairo a Codogno

Il saggio di Giarelli stampato da Cairo a Codogno

Il giornalismo è sempre stata materia di suggestioni più o meno leggendarie che ne hanno sciupato in vario modo il carattere di “mestiere”, detto anche “professione”. Fa oggi ancora un bell’ effetto la battuta di Barzini senior: “Mestiere duro il giornalismo, però è sempre meglio che lavorare”. Ma come metteva in guardia trent’anni fa Sergio Turone, docente di Storia e metodologia del giornalismo, “i motti arguti non vanno mai presi alla lettera” anche se contengono elementi di verità. L’informazione spesso passa attraverso la letteratura e come ogni cosa che prende qualcosa in prestito da un’altra, se si arricchisce dall’altro rinuncia a qualcosa di suo, dimentica che il giornalismo non è fatto solo di bello stile, ma di “consapevolezza politica e culturale”, per scomodare Corrado Stajano . Tullio De Mauro (Ma che lingua parliamo) arrivò invece a dire che la “permissività” poteva atrofizzare le “capacità linguistiche”.
Sia pure marginalmente, di libri che hanno affrontato il legame tra giornalismo e letteratura, se ne potrebbero citare almeno una cinquantina: Sul cattivo giornalismo di Ugo Ronfani, I massmediocri di Italo Moscati, Medium e Messaggio di Sergio Lepri, Storia del giornalismo italiano di Paolo Murialdi eccetera.  Montanelli andava più per le spicce: “E’ un mestiere da artigiano. Bisogna ritornare al Quattrocento-Cinquecento. Come nascevano i grandi pittori? Nelle botteghe artigiane, da li è venuta la grande pittura. Il giornalismo è la stessa cosa” Giornalismo e letteratura quando coincidono troppo strettamente, tendono a fare del primo un minus del secondo. Il guaio è che la “terza pagina” sembra ancor oggi fatta apposta per consolidare il legame. Il “bel pezzo” è l’ideale per molti, quando altrove si è affermato il  “porgere la notizia”. Nel “bel pezzo” può c’entrare di tutto, e non sempre la buona letteratura. C’entrano le espressioni retoriche, gli sfoggi di erudizione, gli eufemismi, gli slogan orecchiati, una orchestrazione di mezzi espressivi che vorrebbe essere un discorso brillante, ma è spesso un regno fatto di parole connotate di specificità, di retorica, di enfasi letteraria, con casi di inconscio spagnolesco servilismo. E’ il modo un po’ furbastro con cui certi giornalisti cercano di stabilire il rapporto con il lettore, facendo passare il messaggio che ciò che loro lanciano proviene da persone di prestigio. Questi ed altri aspetti sono affrontati nel quarantanovesimo numero (n. 48 gennaio 2016) di «Kamen’», la rivista diretta da Amedeo Anelli che entra nel venticinquesimo anno di vita cambiando Editore, dallo storico Vicolo del Pavone di Piacenza, che chiude i battenti, alla Libreria Ticinum di Voghera, e che dedica una sua sezione a uno dei padri del giornalismo del secondo Ottocento, Francesco Giarelli. Del Giarelli, Kamen’ riprende pagine da Vent’anni di Giornalismo (1868-1888), accompagnandola con una Prefazione di Giovanni Cairo e da una Nota di Daniela Marcheschi. La scelta permette di scoprire le conquiste del giornalismo moderno e dell’informazione, di quanto il linguaggio giornalistico può avere assorbito dalla letteratura, e come certi fenomeni di mistificazione linguistica a cui la classe politica e quella degli affari affidano la peculiarità e l’autorità della propria posizione non siano fenomeni del tutto nuovi.
Nato a Piacenza il 27 settembre 1844, Francesco Giarelli era ancora studente quando cominciò le sue prime collaborazioni giornalistiche alla «Gazzetta di Piacenza», e si formò a un liberalismo d’impronta democratica. Dopo aver affrontato gli studi nella città natale e a Parma, quindi a Pavia dove si laureò in Giurisprudenza nel 1867, intraprese a Piacenza la carriera di avvocato, che lasciò quasi subito. Su invito di Felice Cavallotti, si trasferì nel 1871 a Milano, per collaborare alla «Gazzetta di Milano», dove conobbe lo “scapigliato” Giuseppe Rovani, e al «Gazzettino rosa» (fondato nel 1868 da Cavallotti stesso e Achille Bizzoni). Per questo foglio assunse lo pseudonimo Don Lumachino, firmando la rubrica I suoni dell’anima, dalle tematiche varie, come era in uso all’epoca.
Giarelli fondò e diresse poi «La Voce del Popolo», che non ebbe fortuna. Per qualche anno collaborò a diverse testate fino al dicembre 1875, quando l’amico Cavallotti lo chiamò alla redazione della cronaca cittadina del quotidiano milanese «La Ragione». Inventò letteralmente la cronaca come genere letterario moderno e trasformò il cronista in un attivo protagonista del giornalismo nuovo. Fra indagine e denuncia, pubblicò nel 1878, il periodico «La Farfalla» a cui collaborò con la rubrica Scene contemporanee della Milanosotterra . Nel 1888 firmerà l’opera in due volumi Il ventre di Milano (Milano, C. Aliprandi): una «fisiologia della capitale morale per cura di una società di letterati». Scaturisce da tutto quanto è stato detto finora una suggestiva esperienza della vita letteraria e artistica di Milano, che Giarelli rievocherà in maniera efficace nel suo libro di memorie Vent’anni di giornalismo (1868-1888), uscito prima a dispense, quindi in volume, a Codogno presso la casa editrice Alessandro Gaetano Cairo, negli anni 1895-1896. Si tratta di un’opera fondamentale per conoscere un periodo cruciale della storia dell’Italia post-unitaria e per comprendere il giornalismo di quel periodo.
Rientrato a Piacenza, nel 1889 dette alle stampe la Storia di Piacenza dalle origini al 1870,  due volumi commissionategli dall’editore Vincenzo Porta. Morì il 16 settembre 1907 nel paese di Pontenure, vicino a Piacenza.

( Articolo pubblicato dal quotidiano lodigiano sudmilanese “il Cittadino) il 10 dicembre 2015)

 

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LINGUA E POESIA. KAMEN’ da voce ai poeti portoghesi e lusofoni

“Creare la parola, creare il mondo” di Luisa Marinho Antunes, uno dei maggiori critici di area lusofona, docente ANELLI Scan_Pic0009all’Università di Madeira, che da oltre una decina d’anni sulla rivista Kamen’ si trova a proporre e riflettere su poeti portoghesi, è un libro che riunisce sotto i tipi della Libreria Ticinum Editore di Voghera, nella collana di studi di Kamen’”, i suoi scritti dando ad essi un ordine sistematico e d’attualità attraverso il saggio su Multiculturalità e Lusofonia: la lingua in libertà.
Da tanta materia, densa di approcci e di approfondimenti delle diverse dinamiche con cui la poesia (la lingua) portoghese si è conquistata spazio fondamentale nella letteratura e in strutture sociali uniformi, si potrebbe trovare stimolo a una provocazione. Perché in Italia, grazie ad Antonio Tabucchi, si è pubblicato tutto o quasi tutto della poesia di Ferdinando Pessoa, e pochissimo è stato divulgato di Herberto Hèlder e Antonio Ramos Rosa, autori non meno fondamentali per posizione stilistica e tematica, e nulla o quasi di Arménio Veira, Luis Patraquin e Vittorio Nemésio, poeti altrettanto ricchi di significati indispensabili, pure essi artefici di una poesia lucidamente proiettata in senso geograficamente esteso e alla contaminazione dei confini?
Volendo parlare di cultura e di letteratura europea, non si vede come si possa dar credito (peraltro ben meritato) al solo Pessoa, figura certamente d’importanza capitale nella letteratura portoghese del Novecento – tradotto in tutto il mondo e in Italia fatto conoscere da Adelphi e Feltrinelli – senz’altro meritevole di tanto stupore e piacere garantiti dalla galassia letteraria che lo ha circondato e sostenuto, e, paradossalmente, non sia stata prestata attenzione a quei poeti che, all’opposto delle teorie sulla “finzione” poetica (“Il poeta è un fingitore…”) hanno contribuito a chiarire in maniera aperta le specificità delle letterature lusofone, individuando l’esistenza di intrecci nella maniera di sentire il mondo, contribuendo a rendere il portoghese lingua di cultura, con caratteristiche universali.
Solo un problema di minore impatto editoriale? O esistono altri nessi da suggerire e far rispettare lo scarto?Antunez
Il libro della Antunes amplia ora la conoscenza della poesia portoghese contemporanea, getta luce su un pugno di autori rappresentativi per comprendere le vie da essa percorse nel secondo Novecento e che non furono solo quelle attribuite con ampiezza di campionario a Pessoa.
“Creare la parola, creare il mondo”, come già la rivista Kamen’, ferma l’attenzione su tre portoghesi (Nemésio, Hélder e Ramos Rosa), autori senz’altro diversi nelle loro specificità, ma accogliendo l’autrice il suggerimento di Daniela Marcheschi e di Amedeo Anelli, amplia lo sguardo critico su un’altra “tradizione”, che permette di assimilare autori di “radici” comuni (iberiche, latino americane, africane) offrendo tracce e decifrazioni importanti degli apporti forniti dal mondo lusofono. Il volume è composto in tre parti: nelle prime due, con l’aggiunta di integrazioni bibliografiche, sono ripubblicati i saggi apparsi tra il 2003 e il 2010 sulla rivista Kamen’, mentre la terza parte è costituita dalla rielaborazione del testo entrato nella prolusione finale del IX LUSOCOM tenuto all’Università Paulista di Sao Paulo do Brasil nel 2011,

 

IL LIBRO : Luisa Marinho Antunese – Creare la parola, creare il mondo – Libreria Ticinum Editore, Voghera, 2015 – Coll. di studi di Kamen’ – pp. 129, € 12.

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“FuoriAsse”: Il conflitto tra letteratura e editoria. Amedeo Anelli e l’esordio di Franco Loi

Un numero speciale di “FuoriAsse”
sul XXVIII Salone Internazionale di Torino

LOI Franco

“FuoriAsse”, rivista di cooperativa nata tra gli scaffali, che comprende nel comitato scientifico Guido Oldani e Daniela Marcheschi, due voci autorevoli della poesia e della critica antropologica di Kamen’, dedica l’ultimo suo numero al XXVIII Salone Internazionale di Torino. L’apertura è affidata a uno scrittore, Fabrizio Elefante, e l’edizione raccoglie un ricco panorama di contributi tra cui quelli di Marcheschi, Guido Conti, Mario Greco e Nanni Delbecchi, di Vanni Santoni, Silvio Valpreda, Andrea Vigentini  (sul “Realismo terminale” di Oldani), Alessandro Cinquegrani, Erika Nicchiosini, Caterina Arcangelo, Claudio Morandini, Sara Calderoni, Pietro Polito,  Mario Capello, Marco Peano, Saverio Fattori, eccetera
Ma cos’è oggi la letteratura? E’ forse quella “cosa” ostentata non senza qualche contrasto al Salone torinese? A quella   kermesse affollata ma manifestatamente commerciale e promozionale?

La copertina di Laura Scarpa per per rivista "Fuori/asse", numero speciale sul XVIII Salone internazionale del Libro di Torino

La copertina di Laura Scarpa per per rivista “Fuori/asse”, numero speciale sul XVIII Salone internazionale del Libro di Torino

La risposta (o spiegazione) fornita nell’editoriale “La letteratura e l’editoria”, enfatizza il conflitto tra editoria e letteratura fino a richiede un “riorientamento” della critica letteraria sottratta agli uffici stampa.
A queste e altre considerazioni “FuoriAsse” fa seguire un intervento del critico lodigiano Amedeo Anelli e riprende il suo contributo al Salone torinese in occasione del dibattito Quale cultura per i nuovi media. Vecchi e nuovi media; Linguaggi e cultura . Tempestivo e centrato l’intervento del direttore di Kamen’ sul romanzo d’esordio di Franco Loi. Uscito nei “Gettoni” einaudiani il libro è finito nel dimenticatoio per sessant’anni, fintanto che le edizioni Hacca non lo hanno riproposto nella collana “Novecento.O”, diretta da Giuseppe Lupo.  Diario minimo dei giorni è la convalida emblematica dei tribolati rapporti tra letteratura ed editoria.
L’esame di Anelli riconosce all’autore “estro narrativo e umano” e  un percorso “gogoliano” (la sorte dei poveri e degli schiacciati aspiranti al riscatto) che era nel primissimo Loi, prima che poesia e spirito trovassero una propria strada nel dialetto e nella milanesità. Già col realismo dominante si parlava di crisi della poesia. Pochi la leggevano ma molti ne parlavano. Loi lasciò il coro funebre e attraversò il guado, mantenendo parte di quella sua prima scrittura “diretta, calda, corposa, con un guizzante senso della lingua zampillante, viva e plastica”. Anelli sembra non avere dubbi: “leggere quegli scritti è più derimente che leggere molta saggistica”. Sono pagine che riferiscono di una Milano avviata al cambiamento, ricca di scene domestiche e di quadri corali. Il ritmo è “avvolgente e preciso, larghi i margini di parlato e di interiorizzazione”.
Perché un tale gioiello è stato subito dimenticato? La risposta che il critico non dà ma lascia intendere, ricollega Diario minimo dei giorni ai passaggi culturali e sociali che hanno cambiato l’ orizzonte editoriale comprimendo voci significative per dare spazio al mercato e con esso ad autori usa e getta.
I contributi di Amedeo Anelli, Daniela Marcheschi, Guido Conti, Mario Greco e Nanni Delbecchi su “FuoriAsse” sono illuminanti più di  centinaia di pamphlet su letteratura e editoria. Illuminano, senza che ciò sia stato nei propositi, la vera natura del contendere e le sue rilevanti conseguenze.

 

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MARGHERITA RIMI, VOCE UNICA NEL PANORAMA DELLA POESIA CONTEMPORANEA

Parole, ritmo, misura, messaggio. RIMI Margherita
Dai bambini con patologie disabili.
Sul prossimo numero di Kamen’

Sui due piedi la parola “poesia” risulta indefinibile, se la definizione deve segnare con chiarezza i confini di pertinenza e di valore. Poi, a pensarci sopra, di declinazioni ne vengono alla mente a decine, coniate da grandi (o anche solo bravi) poeti e filosofi: Aristotele, Calvino, Breton, Caproni, Sereni, Rebora, Pavese, Weil, Wolf, Schiller, Valery, Ovidio, Pascoli, Schiller,, Majakovskij, Lorca, Pound… Ma una poesia che intreccia la sua declinabilità con il mondo particolare dei bambini disabili, l’handicap e la neuropsichiatria non è una poesia di tutti i giorni. Non perché si tratta di una esperienza bizzarra, di pensieri mai pensati e di parole che non sono state ancora dette. Ma perché la poesia si afferra là  dove la vita appare e scompare., provoca effetti di dissonanza, di distanza, di shock L’attenzione, la sensibilità, la ricerca dei poeti contemporanei non sempre è sostenuta dall’arditezza dei temi e dalla peculiarità di linguaggi originali.
RIMI La civiltà dei bambiniLo confermano raccolte, antologie, saggi che escono come fiumi in piena, da costituire un mercato parallelo a quello eccessivamente striminzito dell’editoria ufficiale, da mettere in campo certamente una vitalità produttiva libera, che costringe a navigare in un disordine in cui è difficile individuare voci autenticamente nuove e originali. Tra queste è senz’altro Margherita Rimi, poetessa di accento marcatamente lirico che distilla forme ragionate e pensanti alla quale “Kamen’ ”, diretta da Amedeo Anelli, dedicherà nel prossimo quaderno (n.48) la sezione di poesia. Il lettore risulterà colpito dalla esperienza e dalla testimonianza di questa voce poetica, unica nel panorama della poesia italiana contemporanea. Non per un problema di stile (verso breve, unità ritmiche, sequenze veloci, accenti, percussioni insistenti, linguaggio semplice, un incedere per levare, costruzioni e percorsi, ripetizioni, sonorità siciliane, rallentamenti, soste, tono mai patetico e strappalacrime ecc.). Ma soprattutto per quel mettere in canto il “pensiero divergente” dei bambini con patologia. Una bellezza che non va in ogni caso confusa con una forma di estetizzazione della poesia, e che la poetessa siciliana tiene ben separate.
Nata in provincia di Agrigento, Margherita Rimi è medico e neuropsichiatra infantile, da anni in prima linea nelle battaglie per la cura e la tutela dell’infanzia. Come poetessa fa vivere la sua vocazione in versi in cui i bambini sono il tema più evidente, non l’unico. Nelle sue composizioni c’è l’infanzia, ma ci sono anche gli ideali, i sentimenti, una disciplina del linguaggio semplice e chiara, una attenzione nel raccogliere e sviluppare i materiali raccolti e nel dare armonia agli elementi. Tra questi, naturalmente, le parole dei bambini, innervate in percorsi fondamentali, che ne valorizzano la sofferenza.
RIMI era_farsi-63c1b”Una lingua che parla/un vocabolario che corrisponde”: “La civiltà dei bambini” è una lunga intervista a Margherita Rimi di Alessandro Viti , riprende nel titolo un’opera poco conosciuta di Tolstoj (“La saggezza dei bambini”). L’intervista è’ stata registrata alla Libreria del Forte di Forte dei Marmi in occasione della presentazione di “Era farsi Auto-antologia 1974-2011”, con prefazione di Daniela Marcheschi e pubblicata a cura del Centro Internazionale di Studi Europei Siro Giannini ( Libreria Ticinum Editore, Voghera, pp 85, 2015, €12). Tra domande e risposte l’ invito è a pensare, a scoprire cosa c’è dietro alle apparenze. Sintetizza informazioni sul percorso di vita e di scrittura e sul loro interagire, chiarisce il linguaggio poetico, mette a confronto la realtà degli adulti e gli ”ingrandimenti” dei bambini, fa capire come la lingua infantile entra in rapporto col linguaggio poetico, ne ”asciuga” lo stile, lo preserva dai contenutismi e lo salvaguardi da altri eccessi.
Di formazione scientifica, la Rimi è stata incoraggiata da Daniela Marcheschi e da Amedeo Anelli ad andare avanti nella scrittura. Oggi non ha dubbi sul ruolo e l’efficacia della poesia: “In un mondo popolato da “bocche” piene di parole talvolta inutili, causa delle squalifica e della perdita della parola stessa, dei linguaggi, del significato del parlare e paradossalmente anche del silenzio, la poesia deve appropriarsi del ruolo di sostenere, dare responsabilità e valore etico e artistico alla parola e al linguaggio”.

ERA FARSI  (a Ignazio mio gemello)

Ai piedi del letto il tempo non passava
Era farsi grande raccontare una storia
E la storia non era più una storia
era farsi padre.

Il suo disegno non era farsi grande
non era orizzonte la sua mano

Il dolore era farsi carta
farsi carta i troppi desideri
Il suo mondo era grande ed impreciso
la forma del suo cranio
una farfalla.

Tra le sue raccolte di versi, sono da segnalare: Per non inventarmi (Premio Cesare Pavese sez.Associazione Medici Scrittori Italiani), La cura degli assenti (LietoColle, 2007), Era farsi.Autoantologia 1974-2011 ( Marsilio, 2012).

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INTERVISTA A DANIELA MARCHESCHI DELLA RIVISTA “FILLIDE”

 

fillideFillide, rivista semestrale che ha pe sotto titolo Il sublime rovesciato: comico, umorismo e affini, diretta da Luisi Bertolini, nel n.10/aprile 2015pubblica una intervista di Barbara Ricci a Daniela Marchjeschi. La rivista Fillide ha preso parte nell’ottobre dello scorso anno a Codogno (Lodi) al Convegno internazionale di studi sull’umorismo. Teorie e storia dell’umorismo. Arti, letterature e scienze. L’intervista a Daniela Marcheschi è nata in seguito alla partecipazione a quel convegno.

Daniela Marcheschi è scrittrice, antropologa, studiosa e docente di Letteratura italiana e scandinava di fama internazionale. Oltre a numerosi saggi tradotti in diversi paesi, ha curato i «Meridiani» Mondadori delle Opere di Carlo Collodi (1995) e di Giuseppe Pontiggia (2004), e ha pubblicato il volume di critica e teoria, Il sogno della letteratura (Gaffi 2012). È direttore scientifico della Fondazione Dino Terra e ha curato il volume La figura e le opere di Dino Terra nel panorama letterario ed artistico del ’900 (Marsilio 2009). E’ componente la redazione della rivista di poesia e fiosofia “Kamen'”.

 

Come, quando e tra chi nasce l’idea di un convegno internazionale a scadenza biennale?

Può essere utile raccontare qualche antefatto. Per una combinazione, con Luisa Marinho Antunes, che stava iniziando la sua docenza di Letterature Comparate all’Università di Madeira (Funchal), ci siamo trovate a frequentare in Versilia lo stesso stabilimento balneare fin dal 1999. Ne è nata un’amicizia forte, rinsaldata nel tempo da comuni interessi e attività professionali e da una visione condivisa delle ricerche da intraprendere per rinnovare gli studi letterari. Fra le doti che più apprezzo della professoressa Marinho Antunes sono la mente brillante, la cultura in più lingue, la sensibilità per la poesia e la letteratura, il gusto e l’equilibrio nel giudizio: tutti aspetti che ne fanno una delle voci critiche e delle studiose più solide in campo internazionale, come mostrano anche i suoi recenti As malìcias das mulheres (Lisboa, CLEPUL-Esfera do Caos, 2014, ma in commercio dal febbraio 2015), uno studio europeo sopra il genere delle «malizie delle donne»; e CincoSentidos Mais 2. Sobre os livros (Funchal, O Liberal, 2014), un’antologia delle sue cronache critiche, apparse sul quotidiano portoghese «A Tribuna».
In un tipo di villeggiatura così tipicamente toscana e tranquilla, è stato normale, fra una cosa e l’altra, magari stando sedute davanti a un caffè o passeggiando, parlare degli argomenti letterari di maggiore interesse comune. La professoressa Marinho Antunes stava allora completando la sua tesi di dottorato su José M. de Alencar, il padre del romanzo brasiliano moderno e un grande sperimentatore di generi romanzeschi. Veniva naturale il confronto sia sulle storiografie letterarie sia sui testi, sulle tecniche, le tradizioni narrative internazionali, le esperienze della cultura europea, di cui Alencar era stato un profondo conoscitore e di prima mano. Io parlavo alla Marinho Antunes di Alessandro Manzoni, di Ippolito Nievo e di Carlo Collodi, diversamente, ma non meno sperimentatore, mentre ci scambiavamo di continuo romanzi, racconti dell’Ottocento e non solo, saggi italiani e stranieri, interpretazioni e pareri. Da quattro anni era uscito il meridiano delle Opere di Collodi (Milano, Mondadori, 1995), a mia cura; ed era importante poter verificare che alcune tesi e ipotesi esposte nel meridiano trovavano conferma in studi in apparenza tanto diversi, in problematiche individuate autonomamente da un’altra ricercatrice. Soprattutto, ci colpiva la presenza di una tradizione internazionale dell’Umorismo, inteso nelle sue varie declinazioni di ironico, satirico, grottesco ecc., nei termini in cui lo aveva pensato Joseph Addison in «The Spectator» (35, 10 aprile 1711), e con fondamenta antiche e autori o artisti ben consapevoli dei suoi statuti, come ad esempio Gérard de Nerval o, appunto, Collodi. Come ci confermavano negli anni, si trattava di una tradizione tutta da studiare nei suoi puntuali termini storici, di canoni, di contenuti anche teoretici, di forme, di generi, stili e via discorrendo.
L’idea di allestire un vero e proprio Progetto Internazionale di Studi sull’Umorismo (uso il titolo generale, ufficiale, in italiano) Studyng Humour/Estudos sobre o Humor/Studisull’umorismo/Etudes sur l’Humour, che costruisse una rete di studiosi di culture e discipline diverse, in grado di lavorare nella direzione già auspicata, cioè di approfondimento delle conoscenze della tradizione dell’Umorismo nelle culture internazionali, venne a Luisa Marinho Antunes nel 2007. In quell’anno poté infatti reperire fondi e individuare un gruppo di colleghe e colleghi, interessati a un lavoro così vasto, sia dell’Università di Madeira nella persona di Alcina Sousa, di Aline Bazenga, e di altri, sia dell’Università di Nottingham con John McRae, che ha insegnato a lungo anche all’Università di Napoli. Fui immediatamente contatta e coinvolta nel Progetto, al cui supporto la Fondazione Nazionale Carlo Collodi si dichiarò da subito disponibile, dal momento che proprio il classico Collodi era stato, per dirla con un sorriso, la «pietra dello scandalo»… il primo positivo motore. Del resto, da anni insegnavo oramai Antropologia delle Arti e allora anche Letterature Nordiche all’Università di Firenze.
Il Comitato Scientifico e dei fondatori fu così presto stabilito: Luisa Marinho Antunes ne fu nominata, e ne è tuttora, il Coordinatore. Un’altra personalità, subentrata poco dopo, ma non meno importante, è Sofia Gavriilidis, professoressa all’Università Aristotele di Salonicco e ottima studiosa di Letteratura per l’Infanzia: notevoli alcuni suoi saggi su Pinocchio in Grecia (Collodi-Roma, Fondazione Nazionale Carlo Collodi-Armando, 2004) e sui personaggi, i titoli e il paratesto in genere dei romanzi per ragazzi. La Gavriilidis è la responsabile del Progetto per la Grecia, paese da cui provengono diversi studiosi che hanno aderito a Studyng Humour, fatto che ha avuto di recente alcune conseguenze molto positive, come diremo più avanti.
Appena ne fu costituito il Comitato Scientifico si cominciò subito a pensare ai modi operativi più efficaci da adottare. Stabilire la ricorrenza di un convegno annuale, che facesse conoscere il Progetto nelle sue articolazioni di ricerca, gli studiosi fra loro, ne diffondesse gli scritti e simili, fu pertanto considerato fra le strutture portanti dell’impresa. Certo, nessuno si sarebbe aspettato che, in un brevissimo volger di tempo, vi aderissero tanti altri studiosi, università, enti di ricerca, scrittori, in Portogallo, Italia, Gran Bretagna e in tutto il mondo: dal Brasile allo Zimbabwe, dalla Grecia alla Spagna, dalla Germania alla Romania, dalla Polonia all’Estonia e altrove. Questo rapido successo del Progetto, la folta partecipazione ai primi due convegni – Funchal, 2008; e Lucca-Collodi 2009 (con l’ingresso, fra gli altri, della Fondazione Dino Terra nel Progetto stesso) – , che avevano richiesto uno staff di non poco conto, ed economicamente impegnativo, ci consigliò di fissare una scadenza biennale per i convegni. Si annunciava, poi, quella crisi economica, che tutti purtroppo conosciamo, e risultava sempre più laborioso reperire i fondi necessari per pubblicare volumi di atti tanto nutriti da oltrepassare anche le mille pagine.Il Progetto Internazionale Studyng Humour non si è comunque fermato. Sono usciti gli Atti del I Convegno Internazionale madereinse (in «The Journal of Linguistic and Intercultural Education – JoLIE», 2:2, 2009) e del II (Parma, Atelier65, 2014). Inoltre sono stati realizzati il III Convegno Internazionale di Studi sull’Umorismo in una prospettiva interdisciplinare: aspetti teorici e applicazioni, nel 2011, presso l’Università di Salonicco, nel frattempo giunta ad aderire al Progetto; e il IV Convegno Internazionale di Studi sull’Umorismo: Teorie e Storia dell’Umorismo. Arti, Letterature e Scienza. Quest’ultimo si è svolto a Codogno nel 2014, invece che nel programmato novembre del 2013, ma soltanto perché le autorità comunali di Codogno, città dell’Umorismo grazie al Premio Novello di Umorismo e Satira di Costume, hanno chiesto un rinvio imposto dalla crisi e dalle «gabbie» delle leggi, emanate nel frattempo per fronteggiarla.

Perché l’umorismo come categoria?

Non si tratta tanto di una categoria astratta, ma, appunto, come la vediamo noi, di una concreta tradizione storico-letteraria, storico-artistica, di riflessione teorica con sue altrettanto concrete esperienze manifestazioni e opere nelle culture e nel corso dei secoli dall’antichità ad oggi. Una trradizione delle cui ricche valenze di significato era non a caso consapevole anche Giacomo Leopardi, come ho cercato di mostrare nel volume Leopardi e l’umorismo (Pistoia, Petite Plaisance, 2010). Per chiarire meglio, con la parola «tradizione», come ho scritto nel mio libro Il sogno dellaletteratura (Roma, Gaffi, 2012), intendo ciò che instaura o esprime un rapporto con il passato, […] una rappresentazione e un insieme di esperienze talora anche molto eterogenee, di conoscenze varie, consuetudini comunicative, espressive, estetiche, modi, pratiche o poetiche, forme, generi, stili, significati, simboli, valori che provengono da un passato storico più o meno lontano e che permangono, che stabiliscono un nesso di vitalità e di continuità con il presente nell’intreccio mai scontato fra durata e innovazioni. La tradizione può essere orale o scritta, appartenere a ceti subalterni […]. Può essere una serie di norme ereditate da generazioni precedenti con cui quelle nuove sentono necessità di misurarsi, per recuperi e arricchimenti ulteriori, oppure per sostituirle con altre. Infatti il termine tradizione – dalla voce latina traditio legata all’altra trado – ha pure la valenza di «abbandono per via di tradimento». La battaglia dei Romantici italiani contro la mitologia, l’immutabilità di certe procedure espressive e l’interpretazione del concetto di classico fatta dal Neoclassicismo, è appunto un esempio di tutto ciò […]. La parola latina trado ha anche l’accezione di «trasmetto, tramando»; traditio sta perciò a indicare la consegna del patrimonio culturale o dei testi del passato in mano alle generazioni nuove. Tutto ciò implica una salda nozione e percezione del futuro: la tradizione è un insieme di possibilità per l’avvenire, analogalmente a quanto accade nella trasmissione genetica, che riproduce e differenzia un patrimonio preesistente.
Lo svolgimento del I Convegno Internazionale sull’Umorismo in Prospettiva Interculturale: Humour che divide; Humour che unisce (1st International Conference on Crosscultural Humour: Humour that Divides; Humour that Unites) – tenutosi presso l’Università di Madeira, precisamente dal 10 al 12 gennaio del 2008 -, fu fondamentale proprio per chiarire questioni nodali e alcuni veri e propri «punti critici» del lavoro intrapreso.
Memorabile la discussione con il linguista Paul Simpson del Queen’s College di Belfast, il quale aveva aderito immediatamente al Progetto, ma reagì altrettanto immediatamente nel corso del Convegno, perché non poteva condividere che l’Umorismo fosse considerato e studiato come un fenomeno non solo e non unicamente circoscritto all’ambito linguistico. Non a caso Simpson ha lasciato il Progetto Studyng Humour teso ad approfondire gli studi in prospettiva interdisciplinare e interculturale. Non si può infatti ridurre l’Umorismo umano a un fatto retorico o psicologico, perché la stratificazione delle corporeità e dei saperi in questo fenomeno è talmente ampia e diramata, che operare una reductio ad unum di tale complessità e compresenza di sovrapposizioni e intersezioni culturali significa privarsi della possibilità stessa di comprenderlo a fondo.
Il Progetto – di conseguenza le ricerche che vi sono collegate e che emergono nel corso dei convegni, dove non per nulla si discute molto – mira a non chiudersi in ambiti settoriali, talvolta non sempre capaci di dialogare fra loro; e a non soffermarsi a studiare solamente le evidenze linguistiche o gli aspetti neurofisiologici dell’Umorismo. Studyng Humour cerca di svilupparsi nella direzione di una sorta di nuova «archeologia dei saperi», di conoscenze da recuperare e portare a una più ampia compresione e articolazione critica; ecco perché, nello spirito di un confronto e di uno scambio culturale serrato, vi aderiscono, ad esempio, filosofi e storici, storici della Letteratura, inclusa la Letteratura per l’Infanzia e le Letterature Latina e Greca, medici e neurofisiologi, linguisti o psicanalisti.
Tutto quanto abbiamo detto per individuare più puntualmente la specificità del Progetto Internazionale di Studi sull’Umorismo non esclude, ovviamente, la stima e il rispetto per il lavoro svolto da altri progetti sull’argomento, con i cui protagonisti intendiamo collaborare al meglio per la nostra crescita culturale e nell’interesse della massima diffusione delle acquisizioni scientifiche.

Si va delineando un gruppo di lavoro su questo tema?

In effetti si è costituito quello che potremmo definire un «gruppo di lavoro» entusiasta, che comprende scrittori e poeti come Roberto Barbolini, Guido Conti e Guido Oldani, e studiosi portoghesi, italiani e greci di varie discipline: Linguistica, Letterature Comparate, Letterature Classiche, Filosofia, Antropologia, Psicanalisi, Letteratura per l’Infanzia, Fisiologia. Si tratta di un gruppo aperto, desidero precisarlo, in cui la curiosità e il desiderio della conoscenza, lo scambio e il dialogo scientifico, si sono tradotti in alcuni casi anche in rapporti di amicizia.
Al Progetto, e agli studi che esso così coinvolge, si è aggiunto nel 2009 l’apporto prezioso, per non dire decisivo, della rivista internazionale di Poesia e Filosofia «Kamen’», diretta da Amedeo Anelli. A sostegno delle ricerche, e attraverso gli studiosi aggregati alla rivista, «Kamen’» ha infatti raccolto libri, documenti, bibliografie internazionali e pubblicato saggi del passato sull’Umorismo durante ben dieci numeri, fra il 2009 e il 2015. Sono stati in tal modo messi di nuovo a disposizione testi teorici fondamentali in varie lingue – a partire da Des causes du rire di Léon Dumont (Paris, Durand, 1862) -, dei quali in alcuni casi si era addirittura perduta la memoria culturale, ma che erano/sono stati un punto di partenza o riferimento imprescindibile per la rflessione teorica sull’Umorismo di pensatori successivi come Friedrich Nietzsche, Henri Bergson o Sigmund Freud.
Ripeto, non dimentichiamo che esiste anche una tradizione degli studi sull’Umorismo, a cui appartiene a pieno diritto il volume, peraltro non originalissimo, L’umorismo di Luigi Pirandello, come ho mostrato nell’Introduzione all’edizione negli Oscar Mondadori del 2010 (ristampa 2014).

Quali sono le prospettive per il futuro?

Sicuramente, continuare ad allargare il campo degli studi sull’Umorismo senza preclusioni di sorta e mantenendo il «ritmo» dei convegni a scadenza biennale. Inoltre, ampliare quanto più possibile il raggio delle collaborazioni e dare spazio ai giovani. Molto importante, in proposito, la recente adesione al Progetto di un gruppo di giovani ricercatori, che fanno principalmente capo, ma non solo, a Centri studi come il CISESG di Seravezza e il CISLE di Torino e Milano. Poi, pubblicare non solo gli atti dei convegni, ma anche saggi interessanti al di fuori di questi ambiti, e che affrontino il tema in maniera originale. Infine, sostenere la rivista on line del Progetto, che si intitola proprio «Studyng Humour – International Journal», e che ha sede in Grecia, presso l’Università di Salonicco. Nonostante la congiuntura, grazie alla tenacia dei colleghi di quel paese, la rivista è sorta e ha iniziato le pubblicazioni nell’ottobre del 2014. Vi stanno uscendo ora gli Atti del III Convegno Internazionale, che, come già detto, si è tenuto a Salonicco nel maggio 2011: un Convegno che è stato caratterizzato anche dalla stimolante partecipazione di diversi studiosi di Medicina e di Teologia.

(Intervista a cura di Barbara Ricci della rivista “Fillide” n.10, aprile 2015)

 

 

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DANIELA MARCHESCHI, I SEGRETI DEI NOBEL

imagesQuante chiacchere hanno accompagnato in Italia l’assegnazione dei Nobel per la letteratura a Patriock Modiano, Alice Munro, Mo Yan, Tomas Transtromer, Mario Vargas Liosa, Herta Muller, Gustave Le Clézio, Doris Lessig, Orhan Parnuk, Harold Pinter, per citare gli ultimi dieci ? Perché al traguardo solo raramente arrivano gli italiani? Abbiamo tra le mani Alloro di Svezia, un saggio di Daniela Marcheschi del 2007, che spiega attraverso ragioni critiche, come sono arrivati al traguardo del Nobel Carducci, Deledda, Pirandello, Quasimodo, Montale e Fo, e che aiuta a liberarsi anche delle voci di intrighi.
Si può ben dire un saggio “resistente”, che non ha perso attualità quello della Marcheschi. Lo abbiamo ripreso in mano a distanza di anni, perché  indaga con base analitica e serietà documentaria le ragioni critiche che hanno portato al traguardo i nostri Nobel. Lo studio  getta luce su pagine note e poco note, interpreta con sensibilità nuova testi e raccolte degli autori italiani premiati e il contesto culturale e storico, discute di concetti e “politiche” che investono il prestigio culturale del nostro paese. Offre alla fine una “rilettura” della letteratura italiana alla luce delle tradizioni europee.
Decisamente un modello per la ponderazione delle tesi sostenute; e un invito a svecchiare la nostra storiografia che ripetere pappagallescamente il già detto. Per altri versi “Alloro di Svezia” è un libro che fa capire in che modo è valutata all’estero la letteratura italiana. In particolare, che dimostra l’attenzione delle culture nordiche nei confronti del nostro MarcheschiT1Paese, e questo in contraddizione con l’atteggiamento di tanti seminaristi della nostra letteratura, intenti più a denigrare e sottovalutare poeti e letterati italiani perché appartengono a categorie estetiche diverse dalle proprie. Il libro permette orizzonti inediti e non nasconde notizie. Come sul “caso Luzi”. Prima del Nobel a Fo, il suo nome fu fatto circolare insistentemente come possibile destinatario del premio. In realtà la sua non fu una “bocciatura”, ma una “non completa candidatura”, presentata solo dall’Accademia dei Lincei, anziché da più istituzioni internazionali. C’è però da tener conto anche di un “precedente”, la conferenza giudicata di “autocandidatura” che il poeta tenne nel 1980 all’Istituto di Cultura di Stoccolma in cui parlò di Leopardi come se la platea dovesse scoprilo per la prima volta. Gli accademici svedesi non nascosero il loro imbarazzo e forse non se lo sono dimenticati.
“Perché mai studiare la letteratura italiana oggi?”, si chiede in apertura del libro la Marcheschi. Perché le varie letterature, che al pari delle arti, delle scienze, delle economie e via discorrendo, appartengono alle culture umane, entrando in contatto tra di esse mettono in tensione, nella pluralità delle esperienze e delle tradizioni pensiero, materie, concetti, tecniche e parole, generano l’avvenire, il futuro.

 

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