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Panorama artistico lodigiano. LOREDANA DE LORENZI: La semantica delle cose recuperate in natura

Se non fosse intervenuto (disgraziatamente!) il coronavirus, che ha tolto di mezzo, ahinoi!, tutte le iniziative locali d’arte, ci troveremmo anche noi a dover recensire minestroni di ortaggi indigesti – biografie, intrecci, considerazioni enfatizzanti ecc. – conditi con ridondanza di significati sommari, spacciati per verità, nel migliore dei casi ispirati dal gusto individuale degli orchestrali di turno, nel peggiore da pregiudizi, strampalate teorie estetiche; tutto filtrato dalla disposizione d’animo del recensore o del presentatore o curatore o altro, nei confronti del commentato, autore di una delle tante forme divenute correnti in provincia, sostenute da qualche direttore di banca, fondazione, ritrovo, circolo, associazione o pro loco.
Da quattro mesi sul fronte delle arti locali sono sparite esibizioni e artisti in cerca di recensori celebrativi e oracolari. La curiosità (quel poco che resta) risulta sollecitata da rari eruditi interventi – oddio! – il lettore ci perdonerà la parte in commedia anche da noi avuta – suggeriti dall’impossibilità di un qualche narrante il mondo dell’arte locale, di raccogliere qualche pomposa sciocchezza.
Messo tra parentesi l’ingemmato giardino descritto, per non essere accusati di atteggiamento ostentatamente rigoroso, consapevoli che chi scrive di questi tempi dispone di poche cartucce per interporsi in qualcosa che è stato appena adocchiato. Tuttavia volendo noi cedere all’insidia dello scrivere a tutti i costi, magari scegliendo sentieri non battuti, dobbiamo giocoforza mettere da parte ogni spregiudicatezza e costringersi a scegliere, scremare un nome, magari di chi s’è già scritto, ma lo deve tirar fuori perché in grado di assicurare spunti di interesse alla la rubrica “Panorama artistico lodigiano”. Ecco com’è caduta la scelta su Loredana De Lorenzi, pittrice, artista materica, ceramista, approdata a una raggiunta contemporaneità , autrice senza eccessivi compromessi, a figurazioni essenziali, archetipiche e, simbologiche, donde emergono, a consentire una piana legibbilità, profili di cose di natura, schemi associabili a nozioni chiare e distinte.
Della sua arte (pittura, ceramica, mixare) si è scritto in diverse occasioni, dai tempi in cui le varie espressioni avevano carattere preliminare e provvisorio, e con ovvia maggiore evidenza in occasione delle ultime uscite, in cui ha accettato definitivamente di non prescindere dalle suggestioni che colgono nella natura elementi di magnetismo e di schiettezza da interpretare. Tutto sommato, la sua arte potrebbe essere definita espressione di “matrice artigianale” in cui l’occhio, nondimeno resta e indaga il reale. La versione dell’artista è rivolta infatti a considerare le proprietà distinguibili della vita naturale, attraverso il “movimento”, l’intensità di luce, la qualità dell’atmosfera, le vibrazione del colore, con risultati compositivi che non seguono le convenzioni di scuola figurativa, ma comunque inviano al fruitore, insieme alla carica poetica, la percezione specifica del fare fuori dagli schemi tradizionali, divaricanti da tutto ciò che sa di stanchezza decadente.
In sostanza, la De Lorenzi spinge e, muove con aggiornamenti di libertà e di materia che non scardinano l’oggetto dall’immagine, ma attraverso soluzioni che consentono con un allestimento accorto e un esercizio formale, di volta in volta diverso, a seconda di quanto è recuperato e scelto di utilizzare, di ricomporre sequenze traboccanti di variabili in cui l’atto, il ricordo, il sogno, l’abbaglio, la poesia si inseguono senza soluzione di continuità, e il risultato peculiare fa vedere un universo naturalistico, il cui imput è il richiamo della natura, della vita e del congenito.
In alcuni cicli l’’artista celebra infinite trame di materia, disponendo alberi di precaria bellezza percorsi da luci e da ombre in un tremore che si fa canto, rimpianto e desiderio, mentre la suggestione ha più un gusto materico, vive con libertà l’inquietudine del mestiere in una ricerca di qualità senza tregua, per consegnare allo sguardo un’immagine con tante notazioni. E’un processo di costruzione e di decostruzione giocato con i ritrovamenti naturali disposti sulle superfici, estraendovi forme e valori immateriali, ma pur sempre fisici e consistenti, inseriti negli spazi dipinti, che intrecciano con essi dialogo. creano tessuto unitario, e con l’equilibrio dinamico procurato saggiano lo stile.

Aldo Caserini

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Panorama artistico lodigiano: Le ceramiche di Caterina Benzoni Colizzi

Un vaso della ceramista Caterina Benzoni

Di Caterina Benzoni Colizzi ceramista lodigiana, si parla e scrive troppo poco. Non che rischi il buio della memoria. Non fosse altro perché la sua produzione regge su standard di creatività artistica prima ancora che artigianale; ma l’inosservanza è compagna dell’indifferenza. Soprattutto in tempi quali gli attuali che hanno spinto ai margini dell’ interesse pubblico non tanto la ceramica ma l’arte tutta e messa in soffitta, da quasi cinque anni, l’ultima esibizione delle sue opere.
La sua ricchissima produzione sintetizza senza eccesso d’enfasi la capacità tecnica, lo stile, il gusto e l’ eleganza, il perfezionamento e le modificazione con cui questa decoratrice di talento tiene alta da anni a Lodi la ricerca attorno alle componenti esornative della ceramica artistica.
Il suo è un vero e proprio appassionato apprezzamento dell’ornamentazione naturalistica settecentesca, alla francese, per l’ esplorazione magistrale che l’artista fa degli effetti luministici. L’attenzione su di essa va però anche oltre, è richiamata dalla ornamentazione di struttura geometrica, di sequenza semplice, lineare o complicata, affidata agli apparentamenti di patterns, questi di derivazione diversa.
Nella sua produzione non sono secondarie le presenze dei simboli figurativi, e in particolare nelle nature morte, eccetera . La maggiore attraibilità l’esercitano i ricchissimi e intensi decori che vivacizzano le tipologie della tradizione storica lodigiana.
Artista sorprendente, Caterina Benoni Coalizzi da alla propria ceramica una leggibilità e una nettezza di accenti che da sempre incontrano i favori e il gusto diffuso, non solo locale.
Merito di una perizia esecutiva che nobilita un artigianato prestigioso e offre prova di come pur attingendo a modelli consacrati, ella sappia interpretarli e rinnovarli con la duttilità del proprio talento decorativo. Quando il mestiere approda a tanta sapienza il confine tra artigianato e arte ovviamente si sfuma, lasciando intendere quanto entrambi i linguaggi esprimano con diversa funzione ed intenzionalità una analoga tensione estetica. La Benzoni Colizzi non è un’artista che si riduce a “fare bene”, a realizzare “a regola d’arte”, ad abbagliare e impressionare con l’ abilità ornativa. La distinzione tra le sue ceramiche e altre concerne l’insieme “mentale” e culturale e di governo dei dettagli di intricatezza – originalissima nel calibrare le proporzioni e le disposizioni e nel proporre i motivi. La sua arte decorativa ha perciò la caratteristica di liberare la percezione del fruitore.
L’ornamento “inganna il mondo” si sente spesso ripetere. Non è solo una frase ad effetto, è un ammonimento, Le decorazioni ornamentali abbagliano chi si arrende ad esse senza riflettere. Non che le decorazioni siano immuni da obiezioni. Le occasioni che confermano il discorso, se ne sono viste parecchie in città, dove le forme a buon mercato, gli orpelli, le dorature, le spruzzature servivano come metafore per qualsiasi tipo di mistificazione.
Senza ardire particolare la Benzoni proclama la sua differenza. Nei segni e nelle visioni, regala lavorati di esperienza, di ornamentazione e virtuosismo. Da cui fa uscire fuori l’amorevolezza, la cura e la distinzione con cui viene perseguito l’ artificio visivo all’interno delle forme.
Un decorum di correlazioni di stili e tonalità emotive, che esprime una fascinazione ludica e gentile, in cui ogni segno finisce in un ricciolo e tutto è messo in ordine, senza spazi vuoti, da soddisfare i territori del gusto e della mente. Non smentisce la propria fama di “artiere”, fatta di bravura artigianale e perfetta esecuzione dal lato tecnico e del mestiere. Decorare, un vaso, un piatto, un’anfora o un qualsiasi altro oggetto, è un’arte che la ceramista coltiva con ricerca, disciplina, perizia. I risultati si vedono: nella raffinatezza del colore, nelle finezze dell’apparato decorativo, nelle tipologie monocrome, nelle variazioni e nei rafforzi degli effetti visivi. Naturalmente vi sono anche altri segni di distinzione: i richiami ad alcuni maestri ceramisti locali, le invenzioni, permutazioni e combinazioni. Nei manufatti non c’è però solo finezza virtuosistica e qualche richiamo alla tradizione, c’è l’unirsi di ricerca formale, di interpretazione, di abilità compositiva, e di cultura del decoro. Una razionalità che sposa la poesia.

Aldo Caserini

 

 

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E’ morto Luigi Franchi, pittore, scultore, ceramista, grafico. designer, glass fusing

FRANCHI- e Caserini 2

L’artista Gino Franchi e Aldo Caserini durante una OLdrado da Ponte

E’ morto Gino Franchi, pittore, scultore, ceramista, grafico, designer d’interni, glass fusine lodigiano. Da tempo aveva superato gli ottant’anni e da ancor prima era gravemente ammalato. I suoi funerali si svolgono oggi mercoledì pomeriggio, con una cerimonia semplice al Cimitero Maggiore. Con lui Lodi perde non solo un grande ceramista, ma un artista nel senso più compiuto della parola. Un autentico creativo che ha introdotto in città e sul territorio forme espressive non di effimera casualità, aderenti alla sensibilità e alla evoluzione del gusto contemporaneo, apportando in particolare alla scultura e alla ceramica, contributi di sensibilità, cultura e ricerca. Questo almeno, fintanto che una patologia oculare non lo obbligò a ridurre il suo impegno, una attività artistica lunga settant’anni, dipanata lungo situazioni e attraverso strumenti diversissimi; dalla pittura alla scultura, alla ceramica, al monotipo, alla grafica, alle sperimentazioni visuali le più varie, alla creazione di ambiti diciamo così applicati” (come la progettazione di arredi e oggetti). Con l’intricato interrelarsi, e confrontarsi, di artistico e utilitario, di estetico e pratico, e quindi nella frizione-raccordo tra singolarità e pluralità, funzionalità pratica e valore creativo puro. Su registri di linguaggio, prima ancora che di stile, assai vari. Eppure con una coerenza di fondo, con una reale continuità di ricerca e di esiti, che la poliedricità dell’artista, il suo iter polivalente non impedisce di riconoscere.
Dal suo studio e dal suo laboratorio in via San Colombano 10 a Lodi sono uscite teorie di sculture, di ceramiche, di pitture e di lavori in vetro e di progetti d’arredo che gli hanno procurato reputazione e successo. Su cui però lui non si adagiò mai, continuò a produrre e ad ampliare il proprio linguaggio d’artista attraverso una serie interminabile di opere

Gino Franchi al lavoro in una foto di Franco Razzini

Gino Franchi al lavoro in una foto di Franco Razzini

molte delle quali trovarono accoglienza nelle case milanesi per merito di architetti arredatori suoi amici.
Diplomato a Brera in pittura con Gino Moro e Dante Campestrini e, in scultura, all’ “Applicata” del Castello Sforzesco con Geminiano Cibau e Vincenzo Gasparetti, Franchi, lasciato lo sport del fioretto, iniziò subito a dedicarsi all’arte con testarda sagacia e promettenti risultati. Ricevette indirizzo da un critico intelligente e severo quale Elda Fezzi, alla quale va il merito, tra tanti, di avere riproposto l’arte di Medardo Rosso, e incoraggiamento da Suzy Green Viterbo, una eclettica artista egiziana di rinomanza internazionale.
Dal suo ingresso nel mondo attivo delle arti, sul finire degli anni Cinquanta, dopo il diploma in scultura ottenuto allo Sforzesco, non passò molto tempo perchè decidesse di fare personalmente la polvere alla Ceramica Vecchia Lodi, recuperandola all’attualità con le vivaci decorazioni dei Ferretti.
FRANCHI in uno scatto di RazziniCon serietà, studio, prove e riprove di cotture e di colori macinati, in breve ripropose non solo il taglio artigianale ma la visione artistica delle vecchie fornaci lodigiane del XVII e XVIII secoli. A lui, o principalmente a lui, si deve il ri-espandersi in città e sul territorio delle forme e dei decori delle storiche fabbriche locali. Ma non secondario fu anche la congiunta ripresa della pratica ceramistica e l’assunzione della ceramica come linguaggio creativo e non minore.
L’opera di Franchi non si esaurì nel rilancio delle forme e dei decori, ma approfondì le diverse tecniche di fabbricazione, le ricette degli smalti e delle vernici, i tempi e le gradazioni delle cotture, le paternità dei decori e la libera introduzione di similitudini e varianti nelle pitture.
Nel 1961 allestì a Palazzo Barni la sua prima personale di pezzi unici, un autentico concerto plastico di ceramiche smaltate di sottile e recondito significato espressivo.
Dal suo laboratorio artigiano uscirono poi elenchi ricchissimi di oggetti: chicchere, boccali, ovali ornamentali, salini, candelieri, lampade, caffettiere, vassoi, teiere, insalatiere, salsiere, cremiere, brocche e la tipica zuppiera lodigiana a sezione ellittica, con coperchio leggermente bombato a testuggine dalla presa semplice, coi rossi porpora delle rose e dei garofani e il verde brillante delle foglie prima, e successivamente monocromi.   Lontano dalla serialità e dagli appiattimenti che ne conseguono, Franchi rifiutò stampi e manipolazioni per rivolgersi a chi aveva particolare attenzione per il valore artistico dell’oggetto. Realizzò pezzi di “alta qualità”.
Grande ceramista, è stato scritto di lui tanti anni fa e lo possiamo ripetere oggi che la città e la comunità artistica lo piange. In ceramica, ma anche in pittura, in scultura, nel glass fusion, nella grafica seppe sempre mostrare il suo tratto geniale, di qualità, la caratura artistica per le scelte espressive e linguaggio.
Rimettersi in proprio è stato l’ultimo capitolo della sua esperienza di artigiano e di artista. Finché la salute gli permise di lavorare, tornò a mostrare lo spessore dell’uomo di abilità e di gusto che provava gioia e piacere a raccontarsi attraverso le opere.
Attraverso le sue mani Luigi Franchi ha rivelato quel che c’era in lui: intelligenza applicativa, sensibilità, cultura, senso marcato della libertà creativa

 

 

 

 

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UGO MAFFI (1939-2012), Marginalia

MAFFI con LuziNon molti riconoscono l’opera di Ugo Maffi (1939-2012) che con espressione rara, d’uso ormai puramente convenzionale, è considerata “minore”. In realtà una produzione tutt’altro che marginale, di un artista che a cavallo della metà del secolo scorso seppe introdurre in città un delirio vanificante di ogni valore acquisito nella forma e nei contenuti, insieme a un edonismo sicuramente nevrotico, ma classico nella sostanza, che ha procurato risultati estrosi, raffinati e utilitaristici.
Di questi Maffi e rari se ne incontravano numerosi, più come appunti di un album privato, oggi un po’ meno perché molti sono andate dispersi o distrutti. Vale comunque la pena di “leggerli” per le linee che profilano. A elenco, Presentano arredi e icone del culto pagano e cattolico, un bric-à-brac promosso per smania di fare, costruito da una immaginazione irrequieta e romantica. Nel labirintico gioco della sua memoria creativa si trova di tutto: tombe mortuarie, steli celebrative, pitture murali, lunette votive, tovagliette di carta, etichette su bottiglie di vino, haiku giapponesi, monili, gioielli, paraventi, piatti e piattini in ceramica, legni sgorbiati, scritti, oggetti-feticcio, icone. Molte di queste cose Maffi aveva imparato ad amarle avendone capito il significato. Per una sessantina d’anni è stato per la locale cultura artistica, una stazione trasmittente che comunicava novità e il senso dell’attualità, attraverso i piccoli e grandi sussulti della sua arte.
MAFFI Paravento 2La sicurezza di gusto e la qualità dell’informazione ch’egli raccoglieva vivendo intensamente il mondo delle mostre e delle arti facevano di lui un selezionatore ribelle e spavaldo, che rifiutava l’attenzione verso tutto ciò che trovava al di fuori del campo delle cose ritenute ineccepibili.
La qualità e la diversità della sua opera è avvolgente. Il contributo va colto oltre che nella pittura ma nella ipersensibilità verso le tante cose “altre” – “cose rare da godere per il piacere che esse suscitano”, come diceva – e che lo armavano di libertà e curiosità dedicandosi ad esse.
A cominciare dai pannelli e dagli interventi murali, che appartengono alla sua sfera di pittore ma spesso erano da lui considerati una tecnica di marketing popolare (lasciando ai costosi cataloghi dei Bondecchi di Pontedera la scelta di catturare clienti di prestigio).
MAFFI gioielli 3Molti ricorderanno ancora il vivacissimo murales nella sala da ballo del Malaraggia, in cui mostrava temperamento giovanile e macina mentale; o quello anticonformistico lasciato in un palchetto del Gaffurio, purtroppo distrutto; o quelli visibili e più recenti lasciati nella barberia dei Canevara alla Marescalca a San Fereolo. Di questi segni e miti fan parte il grande pannello (9 metri per 4 metri) visibile al Centro Tecnologico Padano” e quello al Teatro alle Vigne in cui è facile percepire il percorso della mano del pittore e l’aneddoto che sempre l’accompagnava (“Mi rifiuto di descrivere gli oggetti e il movimento…”). Da non dimenticare poi il riquadro realizzato per la sede di Lodi Vecchio dell’ all’Assicurazione INA di Mancini.
I suoi “interventi” fuori studio entravano agevolmente in trattorie: suo era l’autoritratto all’Angolo della Fontana, il paesaggio alla pizzeria Delfino in via Gorini ang. via .Bassi, la pittura murale ch ancora resiste al ristorante-pizzeria MAFFI Gioielli 2Muzza (chiuso), lungo la via Emilia, o quella di Ca’ de’ Racchi sulla strada per Lodi Vecchio; gli interventi alla pizzeria Etna di Matteo, le tovagliette in uso al Faro lungo l’Adda .
Il suo interesse per la pluralità dei mondi che catturavano la sua osservazione e creatività si estendeva alla ceramica. Sotto lo zoom cadono la pietra tombale al Cimitero Maggiore, la stele in ceramica policroma e cemento alla fine di corso Adda e dedicata alla Resistenza, le due stele realizzata sulla parete esterna del Collegio San Francesco, una donata dall’industriale Francesco Ferrari, l’altra dagli ex-alunni; la stele alla scuola primatria di Crespiatica e quella dedicata a Paolo Gorini anch’essa al Cimitero Maggiore; i diversi piattini prodotti per Vincenzo Sottocasa, gli oggetti cotti da Pietro Sottocasa, gli ottagonali messi in mostra alla galleria Mazzi .
L’immaginario curioso e ricercato, lo si ritrova cumulato nei monili e nei gioielli, che si prestano tutti a una serie di dissertazioni formali. Collane, bracciali, spille, anelli, bijoux spostano spontaneamente la curiosità da ciò che è più raro, più sorprendente ed enigmatico, e vanno a pescare nelle forme maggiori. Nel gioiello egli loda il dettaglio e il piacere, mentre in pittura amplifica i fatti in accadimenti drammatici.
L’arte sacra compare in Maffi attraverso i volti del Cristo crocefisso, che riducono l’immensità dell’universo alla scala dello sguardo umano. Una realtà poco conosciuta fuori dal perimetro ecclesiale, si trova al fondo Laudensia, alla biblioteca del Seminario Vescovile dove Maffi è presente a vario titolo con liriche, acquerelli, disegni, e una raccolta di scritti a lui dedicati con una nota di Dino Carlesi.
MAFFI Stele Paolo GOrini Scan_Pic0006Più curiose e difficili da valutare sono le quindici opere che l’artista rivelò in via del Gesù 7 da Helena Markus, sotto il titolo “La pittura giapponese e la poesia haiku nell’arte di Ugo Maffi”. In quella serie di tecniche miste, subito adocchiata dai collezionisti milanesi, risuonavano visioni, atmosfere e appariscenze di Matsuo Basho, Takai Kito, Kawabata Bosna, Kobayashi Issa, Naito Joso, Mizuhara Shuoshi, e Akutagawa Ryunosuke, i poeti che avevano reso possibile nel tempo l’espressione haiku del Sol Levante. A questi prodotti di qualità incredibile se ne aggiunsero altri più commerciali, come le famose etichette prodotte per gli imbottigliatori di vini di San Colombano, dell’Oltrepo e piacentini.
Nella dovizia delle eccentricità, non manca l’ attenzione alla ri-valorizzazione di oggetti che l’avevano perduta. Tra questi i paraventi. Maffi ne aveva fiutato il rilancio da un giovane arredatore svizzero capitato chissà come a Lodi. Ne realizzò parecchi, molti finiti nelle case di interior design In essi recupera con la loro funzione originale e la loro utilità, quella degli oggetti da collezione, da mostrare arricchiti da una ricca policromia e con impiego di foglie d’oro, esempi di estrema raffinatezza e suggestione.
A conti fatti, un artista che si compiacque a profondere talento di colorista e allegorie visionarie, in una miriade di intuizioni e interventi felici, con una dignità non comune, bicorde, a volte solenne, a volte mite, da autentico poeta.

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LEGGERE LA CRISI DELLA CERAMICA LODIGIANA

PISATI a Baggio

Suona quasi come un luogo comune dire che l’attuale situazione di cultura ha rivalutato la materia. L’artigiano e l’artista, separatamente o insieme l’interpretano, gli obbediscono, l’approfondiscono affinché riveli qualità, profondità e possibilità. La materia-terra fa parte di quell’ universo a cui l’uomo ha dedicato lavoro, attenzione, distinzione. La Ceramica vi appartiene a pieno titolo, coi suoi modelli creativi,  esclusivi,  ripetitivi, pratici,  ornamentali, figurali e non. Sono il deposito nella sua storia antica quanto il mondo. Che negli immemorabili miti delle materie usate, ripete i due elementi più concretamente generativi: la terra e il fuoco.  Le cose formate nella terra e nel fuoco , diceva un maestro ceramista, parlano (hanno sempre parlato) del lavoro dell’uomo. La materia umanizza nella tecnica e l’uomo si celebra nella materia formata. La ricostruzione di un tale ideale di vita della Ceramica non fa dimenticare che nei secoli passati essa è stata lasciata fuori, come arte “minore”, dal castello della così detta arte “pura”, né fa sottovalutare oggi – paradosalmente! – ch’essa soffre per essere stata  cacciata ai margini della sua funzionalità significativa nella vita sociale.
Nei mescolamenti caotici che regnano dovunque e che in particolare si colgono in Lombardia, che pure è terra che deve molto alle arti funzionali ed artigianali, e, soprattutto, a Lodi – città della ceramica, dove l’elemento “doc” non è una folgorazione, ma effetto della sua storia, del suo processo anche ideale, delle  caratteristiche esclusive con cui ha contribuito a dare lustro all’Alaudense e alla Lombardia, essa rischia la morte. Proprio qui, dov’essa ha legato il suo rapporto alla struttura del bisogno, che non comprende solo i bisogni economici in senso stretto, ma anche i desideri e tutto il variare delle esigenze sociali e culturali della funzionalità artistica.
Dopo essere stata al centro di tante utili discussioni teoriche sulla sua autonomia e sulla sua funzionalità nel corpo dell’arte, dalla più antica del vasaio fino al più vario artigianato di artisticità funzionale diffusa, la ceramica sembra irrimediabilmente destinata a franare (se franata non lo è già). E con essa l’ orgoglio di una tradizione, la ricchezza e varietà della sua storia locale, l’esperienza artistica che costituisce il più grande segreto del mestiere. I ceramisti (e persino i ceramografi) individuali hanno da tempo, come si dice, tirato i remi in barca, le botteghe e i laboratori artigiani serrato i battenti. Un clima disadorno, fatto di buia incertezza e improvvisazione casuale, sbiadisce i tanti significati di questa tecnica artistica. Tutto in una sorta di diffusa passività, che vede inerti istituzioni, enti pubblici e privati, poteri locali, associativi, professionali ecc. spappolati nella scimmiottatura di altri segni più alla moda. Allora non si può che dire che la Ceramica muore. Non può bastare a salvarla iniziative certamente lodevoli ma intese solo a rinnovare l’oggetto nel suo rapporto tra funzionalità tecnica e design.
Il vero ceramista sta dentro alla fabbrica, dentro al lavoro, alle procedure, ai loro “tempi”, dentro alle tecniche della terra e del fuoco. Nei suoi modelli, nella sua fedeltà alla tradizione, nella sua creatività, nelle strumentazioni e controlli, nella ricostituzione anche teoretica della Ceramica. Nel disinteresse che si va consolidando, privi di comunità come siamo stiamo disperdendo nel disordine di gesti falsamente originali e velleitari, la peculiarità originaria e prodiga rappresentata dalla Ceramica lodigiana.
La notizia che l’ultimo “presidio” contro il declino, costituito localmente dalla Ceramica Vecchia Lodi di Pisati & C, sta anch’esso rinunciando all’eroismo ed è sul punto di decidere l’attraversamento del ponticello e consegnare chiavi in mano un patrimonio di tradizione e ricerche tecniche e significative, prodotte di precisa materia e precisa storia locale a qualche investitore seguace dei decori Pan-chang , non può che preoccupare. Lascia immaginare le parole che sentiremo domani dire: che i mercanti cinesi hanno conquistato anche la nostra cultura.
Vero esempio in Lombardia, nel laboratorio di S.Fereolo non è difficile avvertire l’orgoglio delle proprie idee e della abilità e delle innovazioni che esse maturano; dietro ad ogni lavoro che si produce c’è una storia professionale (o di mestiere), che accumula vocazione, abilità, vitalità, ricerca e convinzione. In questo capannone ordinatissimo dove aleggia l’ossessione della qualità e dell’arte, sono nate tante idee che hanno portato in giro per il mondo il nome di Lodi e della Lombardia. Certo, dietro alla “mano intelligente” c’è anche il marchio del fabbricante che in tempi difficili dell’economia ha cercato di differenziare la propria produzione per stare a galla.
Tutte le arti, ma in particolare quelle più tipicamente funzionali come appunto la Ceramica, trovano la loro ragion d’essere quando una società le aiuta e le sostiene. Non esistono, non possono esistere, se non in qualche mito dialettico, forme di fioritura o di resistenza legate alla sola competitività d’impresa. La Ceramica esiste nella sua funzionalità significativa, ossia nella sua forza di vita sociale e di pubblica comunicazione che gli oggetti prodotti posseggono. Ciò non può che investire direttamente anche la responsabilità delle organizzazioni politiche, economiche e sociali di un territorio. Come è avvenuto in tante “Città della ceramica” della nostra Penisola.imagesV9NXC9I0 PISATI
I ceramisti creatori vivono nella fabbrica, dentro al mestiere, alle tecniche, al lavoro. Per ciò che dipende dalle loro forze cercano di fermare i segni di vita dell’uomo, di salvaguardare tradizioni e cultura. Al resto, se non si vuole ritrovarsi in una esperienza mortale, devono contribuire le altre forze che hanno funzione di garantire una immagine significante della città in una società concreta e comunicante.
Alle sapienti tecniche manuali, che svelano le profonde forme di significato della nostra tradizione ceramistica, si devono quindi aggiungere le sapienze delle altre scelte. L’aver dimenticato questo, o il non avervi meditato a sufficienza, specialmente nel campo della produzione ceramistica rischia di portare alla scomparsa di esperienze che non sono semplicemente legate all’impresa, ma che sul piano della artisticità dei prodotti danno alla storia locale lieviti di significati.

 

 

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XI EDIZIONE DI LODIFACERAMICA. LA SVOLTA: IL DESIGN VIA D’USCITA DALLA CRISI

VANDA BARASSI, scultura in ceramica esposta a Lodifaceramica, 2014

VANDA BARASSI, scultura in ceramica esposta a Lodifaceramica, 2014

Terra, forme, colori, e quant’altro muove in fatto di conoscenza, esperienza, innovatività: ecco la ceramica. Ecco i tratti che riassumono i 36 partecipanti dell’ XI Concorso Lodifaceramica, che l’assessore alle Attività produttive Andrea Ferrari ha inaugurato al San Cristoforo in un allestimento sorprendente di avanguardia e artigianalità. Nella visione di insieme (di ottimo livello), si possono distinguere i lavori di alcuni sperimentatori dotati di doppia inclinazione: la capacità di progettare e di realizzarli (da sé) con sapienza artigianale, cultura e gusto attuali “il piatto da portata”. Che da bottega a bottega, da laboratorio a laboratorio, da designer a designer diventa anche dimostrazione di una creatività che riflette un’ampia gamma di esperienze. Poiché la proclamazione dei vincitori avverrà il 10 ottobre prossimo, è corretto che noi ci si astenga da indicazioni personali. Le opere selezionate dalla giuria (Anty Pansera, Maria Laura Gelmini, Gabriele Radice, Gregorio Dimita, Mirco Denicolò) rivelano comune a molti una dotazione d’intelligenza e qualità, di abilità e specializzazione, di aggiornamento e pratica eccellente. Riguardano F.Baralis, G. Bertolin, S. Bonomi, MG. Cardinali, L. BerLtolin, V. Curcio, M. Da Cunia, , A. Dabove, M. De Rosa, V. Famari, GM. Ferrarese, D. Galeoni, E. Gotti, S. Granata, F. Maggio, ML. Mastromarino, A. Miniussi, L. Morandotti, M. Morigi, O. Pobiati, C. Ronchi, MT. Rosa, G. Sacchi, O. Santiccioli, V. Sartori, L. Scopa, P. Simonelli.In ceramica, siamo abituati ad abbinare la creatività dell’artigiano alla dimensione artistica che caratterizza questo “mestiere” storico. La corrispondenza è legittima, ma per molti aspetti riduttiva o superata. Lodifaceramica, meritevolmente assunta dal Comune di Lodi muove su una linea innovativa fondata sul design. Impegna un numero ridotto di partecipanti (36 contro i 60-70 degli anni precedenti), tra questi solo 7 dei 32 iscritti all’Annuario ceramico di Lodi (Wanda Bruttomesso, Loredana De Lorenzi, Eleonora Ghilardi, Caterina Benzoni, Luigi Franchi, Mariangela Groppelli, Emanuela Corbellini), oltre alla tavazzanese Simona Mini e al melegnanese Carlo Meroni, nonché cinque bravissimi studenti giapponesi, e, fuori concorso, l’opera della scultrice in ceramica faentina Muky (Vanda Berassi).In sintesi, una selezione che raccoglie una serie di figure tipicamente artigiane, che han occhi e mani per liberare forme nuove con grande libertà nella filiera della creatività e dell’innovazione. Da fronteggiare con la “qualità” una crisi che costringe ai margini molti operatori e molti di coloro che fanno ceramica per scelta individuale, avvalendosi dei prototipi (tondi, ovali, quadrati e altre geometrie) preparati dai nuovi “formisti” (un po’ scultori un po’ designer)..Il concorso indetto dal Comune di Lodi con il coinvolgimento della Banca Centropadana e di Artigianarte, conferma la “svolta” profilata un paio di anni fa: una progettazione senza preconcetti di stile, senza preoccupazioni di “fare arte”, cercando di dare alla “cosa” la sua logica struttura, la sua logica forma, con originalità ed esattezza di soluzione nelle varie componenti.

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CERAMICA VECCHIA LODI DI PISATI &MINETTI

Ceramica Artistica Lodigiana Vecchia Lodi: il pannello di ceramica  con dedica  della fondazione del convento benedettino

Ceramica Artistica Lodigiana Vecchia Lodi: il pannello di ceramica con dedica della fondazione del convento benedettino

La ceramica d’arte
per EXPO 2015

Ancora oggi si dice Baggio e il pensiero va veloce alle grandi fabbriche del passato di questa periferia milanese, all’Isotta Fraschini, alla De Angelis, alla Borletti, alla Cucirini, alla Salmoiraghi eccetera. Ci si dimentica facilmente che prima ancora Baggio fu un borgo agricolo, ricco di vecchie cascine, storici monasteri e antichi mestieri. L’intensità delle politiche cementifere milanesi non lo ha del tutto cancellato dalla memoria dei baggesi, tanto che dalla collaborazione tra l’Associazione Il Diciotto con  la Ceramica Lodigiana Vecchia Lodi di Pisati & Minetti, sono da tempo impegnati a ravvivarla attraverso un progetto rivolto a far conoscere la storia della borgata, le trasformazioni sociali ed economiche prima che arrivasse l’ anonimia di tanta edilizia urbana.
Questa aspirazione alla “identità baggese” non è frutto di nostalgia, non è un’improvvisa voglia di “paese”, bensì desiderio di affermare i caratteri del proprio percorso urbano. Da qui la decisione di arredare l’ex-borgo (ora inglobato nella zona 7 di Milano) con ceramiche artistiche capaci di produrre sensazioni diverse da quelle prodotte dai grandi condomini e dei capannoni
La scelta della ceramica come “forma di comunicazione” per realizzare un progetto in grado di rendere visive alcune notizie della storia dell’ex-borgo nacque negli anni ’80 dalla proposta della Cooperativa “Il Diciotto”, suggerita da una ceramica esistente nei disegni di Luigi Laudanna. Una successiva ricerca alla “Bertarelli” portò a individuare i disegni di Roberto Focasi incisi da Luigi Rados nel 1830 che, lavorati e tradotti in ceramica, ora ingentiliscono quel che resta del vecchio Borgo, togliendogli quel senso di disadorno proprio delle periferie.
Come si ricorderà, alla prima parte del progetto furono coinvolti alcuni ceramografi lodigiani ( Pier Antonio Manca,  Loredana De Lorenzi, Elena Amoriello, Bruna Weremeenco).
Nella prospettiva di Expo 2015 il CdZ di Baggio, affidò alla Ceramica Vecchia Lodi di Pisati, Minetti & C. la realizzazione di un grande pannello (180×120), che traduce Il Cantiere di Morena: un lavoro largamente apprezzato per la funzione costruttiva, la qualità e  l’intensità cromatica, la resa plastica dei volumi e la distribuzione rigorosa dei valori grafici.
L’approssimarsi di un evento mondiale quale Expo 2015 ha fornito nuovo slancio al “progetto ceramiche” coordinato dalla associazione Il Diciotto e trovato nel laboratorio di San Fereolo la manifattura in grado di assicurare traduzione a una impegnativa partitura a episodi, intesa a raccontare la storia del cibo prodotto per sussistenza fino  al Monastero Olivetano insediato a Baggio nel luglio del 1400 ad opera di donazioni di Balzarino  Pusterla. La raffigurazione realizzata dai maestri ceramisti lodigiani nel primo dei tre pannelli, mostra la costruzione del monastero, ripreso da un affresco  della foresteria del convento della casa madre a Monte Uliveto Maggiore di Siena ( opera rinascimentale del   pittore Antonio Bazzi detto il Sodoma).
Il pannello, sviluppato in tondo, ha un diametro di oltre 1 metro  e si  appoggia ad una pergamena che racconta la storia  del cantiere e del monastero. Esso va ad  aggiungersi ai 24 racconti parietali già installati per le vie di Baggio per complessivi 80 metri quadri. L’opera è accompagnata da due altri due pannelli descrittivi. La seconda ceramica racconta i nomi di alcuni contadini vissuti nel 1206 “omnes de loco nel borgo di Badagio” ripresi da una pergamena conservata alla Biblioteca Ambrosiana e  mette in evidenza i frutti del borgo su una rustica e semplice tavola, con scodella, coltello, e cucchiaio di legno. Una terza ceramica, ricorda invece i braccianti  muratori, operai, contadini, sabbioneti, segantini, che si riunirono  in casa del signor Bossi, dove formarono la prima “Società Anonima   Cooperativa L’edile di Baggio”.
Con occhio e mano guidati dalla migliore tradizione ceramistica Pisati e Minetti hanno dato convinzione al racconto, superando con maestria le difficoltà del lavorare in tondo. Procedendo dopo la cottura al disegno: uno spolvero sinopia, primitiva traccia per  il colore come fosse un affresco. Considerando che i colori in cottura si alterano, la bravura dei ceramisti si conferma attraverso l’abile pennellata e il grado di immaginare il colore finale nelle tonalità desiderate.
Dunque, un nuovo manufatto della Ceramica di Pisati e Minetti persuasivo e attraente per la stesura e l’integrità della tensione figurale che fa scattare meccanismi evocativi e di divagazione fantastica. Toni, plasticità, composizione,  movimentano il racconto e conferiscono qualità aggiuntiva alla qualità propria della ceramica.  Insomma, una fatica perfettamente riuscita. L’ opera verrà inaugurata a Baggio la prossima primavera. Assolutamente da non perdere.

Aldo Caserini

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Completo in ceramica di LiXiaofeng

Completo in ceramica di LiXiaofeng

 L’OPINIONE/9

Ceramica d’arte a Lodi

 di Aldo Caserini

Dire “crisi della ceramica artistica”, è solo un pleonasmo al quale ormai nessuno o pochi prestano attenzione. Lo stesso primato riconosciuto alla città di Lodi –  l’unica in Lombardia a esibire il titolo di Città della ceramica -, è sospettatissimo, vale poca roba senza una convincente presenza di attività artigianali e artistiche ed è carente il senso della specificità del contributo nella attualità, in grado di farne cogliere e avvertire un qualche spessore qualitativo, di peculiarità e aggiunta del nuovo.
Iniziative intese a dare spinta localmente alla pratica ceramistica non mancano, ma al di là della loro specie mirabilmente sintetica, sappiamo quale ridotta evidenza ha la ceramica artistica  sul territorio,.
Non da oggi l’artigianato creativo è in difficoltà. Facciamo riferimento alla ceramica d’arte – non a quella tradizionale, appartenente a un patrimonio nozionale di esperienza artistica quotidiana -, a quella moderna, tonificata dal gioco metaforico immaginativo di artisti, creativa e plastica o anche collegata al design moderno. E’ questa la ceramica che risente tremendamente il malessere: praticata con svigorito interesse dagli artisti e quindi non in grado di muovere l’attenzione della gente anche là dove vi sarebbero cose ineccepibili.
Fare ceramica nel senso inventivo e plastico, oggettivamente inserita in un quadro di consonanze espressive, evitando cioè la designazione puramente materica, non è oggi semplice. Difetta l’atteggiamento giusto, un atteggiamento di accettazione culturale diffusa della sua validità. Più di altro è evidente il disimpegno degli artisti sul fronte dell’espressione, il loro disinteresse verso una lavorazione che chiede conoscenze tecniche-pratiche, acquisizione sperimentale, destrezza manuale e metodo individuale. E naturalmente fantasia, inventiva, estro, sensibilità estetica. Manca in sostanza  alla ceramica artistica la funzione di “trascinamento” che può dare l’arte.
La ceramica d’arte copre un campo vasto di applicazione: dalla scultura all’arredo, dall’architettura al decoro, al design, dal gioiello all’ornamento. Si può fermare al puro e semplice prodotto di artigianato (artistico), ma può aggiungere valore aggiunto, rappresentare l’inedito. Ci vengono in mente le sculture di Giancarlo Scapin viste a Casale e a Villa Vistarini Biancardi di Zorlesco, i bassorilievi di Nino Caruso, le sculture di Ersilietta Gabrielli di Caselle, la produzione per Danese di Enzo Mari, ai murali per l’architettura di Anne Currier e di Robert Sperry, i refrattari ingobbiati di Giulio Busti, i vasi di Antonella Cimatti, le forme cubiche di Martino Goerg.
Da noi sono purtroppo pochi coloro che si riservano alla ceramica come materia plastica, gli artisti che hanno individuato in essa soluzioni di creatività e di richiamo per un linguaggio sdogmatizzato capace di testimoniare il nuovo.
Quasi a contraddire e far dispetto a una situazione culturale di compresenza delle più diverse forme operative, legittimate da produzioni artistiche avanzate, da noi  sorprende il distacco – con le poche eccezioni rappresentate da Bernazzani, Negri, Rubini, Gabrielli, Barbieri, Vanelli, Ghilardi, Esposti, De Lorenzi; saltuariamente di Maffi, Bruttomesso, Mangione e l’esclusione (ovvia) dei ceramografi –  la disattenzione degli artisti locali per la ceramica.
Mentre l’arte contemporanea afferma una poliedrica identità basata su materiali diversi che disinvoltamente entrano nella pluralità dei linguaggi, sono pochi quelli che da noi impostano la  ricerca sulla ceramica. Le motivazioni possono essere diverse. Una è senz’altro quella che la specialità artistica della ceramica richiede grossi sacrifici e la rinuncia ai facili successi, che sono invece la principale aspirazione dell’arte di consumo oggi. Una seconda motivazione può essere quella che mentre per la ceramica applicata (d’uso, vasellame, decorazioni, rivestimento, bigiotteria, ecc.) fiere, mostre e concorsi meritevolmente non mancano,  poca o nessuna attenzione è riservata alla ceramica contemporanea come fatto creativo. Non è un fenomeno circoscritto al Lodigiano, alla terra dei Coppellotti, Rossetti, Ferretti e Dossena. Di questa negligenza soffre l’intero Paese dei Della Robbia, tanto da trovarci, non a caso, fuori da ogni contesto internazionale, dove altri Paesi sono invece, vivacissimi nel dare rilievo a questo settore .
Frequentemente sentiamo dire che la ceramica artistica risente localmente una troppo forte dipendenza dalla tradizione e che una tale dipendenza è causa della mancata rigenerazione. Può darsi. Se ne può parlare. Oggi conta che  il fenomeno ha prerogative economiche, sociali e culturali.
Che fare per incoraggiare gli artisti del territorio a interessarsi di ceramica? Occorre che chi ha modo e autorità per influenzare e gestire si impegni anche a diffondere la ceramica contemporanea. Bisogna aiutare la formazione di un “interesse” capace di capire e apprezzare la ceramica come linguaggio artistico e non solo come prodotto d’artigianato.
Lodi Città della ceramica  deve tornare a dare spessore qualitativo e peculiare con l’ aggiunta del nuovo al proprio primato storico.

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