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“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

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“Le stanze della grafica d’arte” / Viaggio nella grafica italiana

LUIGI BARTOLINI

LUIGI BARTOLINI

Cambia denominazione Carte d’Arte: da quest’anno sarà Le Stanze della Grafica d’Arte. Insieme modifica la tradizionale struttura compendiando nella organizzazione tre sezioni espositive: una dedicata a incisori e litografi attivi nel mondo della stampa d’arte (Carte d’Arte); una seconda (Protagonisti e Maestri), intesa a ricordare artisti di particolare importanza e valore e risonanza; una terza (Attività), a far conoscere istituzioni, stampatori, editori, circoli collegati al mondo della stampa d’arte.
L’ampliamento introdotto dall’Associazione Mons. Quartieri presieduta da Gian Maria Bellocchio è rivolto a dare un quadro dei collegamenti che accompagnano le stampe d’arte dal momento dell’invenzione del soggetto alla fruizione finale. Proprio nella dimensione di un’attenzione più ampia al mondo della grafica originale d’arte è da leggere la scelta dell’associazione che da una ventina d’anni è impegnata sul piano di un consolidato programma espositivo di ricerca e valorizzazione delle testimonianze più eloquenti della cultura grafica nazionale.
L’ “offerta” di quest’anno, curata da Patrizia Foglia, nota studiosa esperta di storia, indirizzi e contributi di una certa originalità, e da Gianmaria Bellocchio, si incentrerà su un “omaggio” a Luigi Bartolini, senza dubbio uno dei più quotati maestri dell’incisione italiana, autore di esemplari unici o rari. L’nconetano, autore di 1400 opere incise, è considerato artista raro e sanguigno che “urtava”, come lui stesso riconobbe,contro tutti e contro tutto”, una delle “eccellenze” del ‘900 italiano vissuta costantemente con grande intensità poetica.
Una seconda sezione sarà riservata a far conoscere Ermes Bajoni di Bagnocavallo, autore di formazione autentica improntata a soggetti umani e a racconti che sfruttano il dato “quotidiano”. Vincitore del XIV Premio Sciascia organizzato dall’’associazione degli Amici di Sciascia con i Musei Civici di Milano, saranno con lui il vicentino Ivo Mosele, curatore dell’archivio del maestro della tradizione veneta Tono Zancanaro, e autore di personaggi immersi nel quotidiano che di volta in volta svelano tracce di svelamento e di nascondimento, il magentino Ernesto Saracchi, autore di racconti per immagini costruite sulla memoria, la piacentina di Carpaneto Roberta Boveri, allieva di Bruno Missieri autrice di trasparenze e luce avvalendosi di tecniche diverse e sperimentali.

Nota pubblicata dal quotidiano IL CITTADINO sabato 3 settembre 2016

TEODORO COTUGNO FLAVIA BELO' il critico PATRIZIA FOGLIA

TEODORO COTUGNO
FLAVIA BELO’
il critico PATRIZIA FOGLIA

Una terza sezione è invece dedicata ai 40 Anni del Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande, diretto da Gabriella Casarico. Quarant’anni possono essere o sembrare molti o pochi, a seconda di come li si viva. Quelli del centro ospite di palazzo Galloni a Milano hanno convertito la vita artistica sul Naviglio. Tra gli artisti di casa nostra che sono transitati si richiamano: Sara Montani, Teodoro Cotugno, Flavia Belò, Paola Maestroni, Luigi Poletti, Vittorio Vailati e Franchina Tresoldi.
Al fine di non perdersi tra le cinquanta e oltre stampe d’arte che saranno alle pareti di via Polenghi, segnaliamo da ora: l’acquaforte-bulino “Verwirrug” di Eva Aulmann, artista straordinaria per carattere e visionarietà; la sequenza in 4 lastre lavorate a puntasecca e a maniera nera “Crepuscolo” di Mario Cattaneo; l’omaggio al “Liocorno” in chiave di atmosfera surreale di Angela Colombo e quello di gusto lirico di Flavia Belò; l’ acqueforte di Teodoro Cotugno che restituisce corposità poetica a un “Sentiero d’inverno; l’“Albero delle stagioni” che conferma le convinzioni grafiche di Umberto Faini. Segnaliamo ancora: le “Scritture arcaiche” di Fernanda Fedi e quelle a “Prova di volo” di Gino Gini; la puntasecca e acquatinta di un Calisto Gritti; l’acquaforte, puntasecca, acquatinta al sale “Rain forest 1” di Silvana Martignoni; “Melograni”, acquaforte acquatinta su tre lastre di Roberto Rampinelli; “Albero prigioniero” di Girolamo Tregambe, esemplare maestro bresciano, scomparso da poco.

Le Stanze della Grafica d’Arte – Spazio Arte Bipielle, via Polenghi Lombardo a cura Associazione Monsignor Quartieri, Mostra collettiva di grafica originale d’arte – Inaugurazione 1 ottobre p.v.

 

 

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PIETRO TERZINI / SULLE TRACCE DI DAVID HOCKEY E KEHINDE WILEY

2013-172014-15Pietro Terzini, psicoterapeuta lodigiano, impegnato a tirar fuori “compresenze” non solo ai pazienti ma a pittura poesia e musica, ha in corso all’Angelo una rassegna di paesaggi lodigiani e isolani, portrait che danno spazio al volto, momenti agonistici, nature floreali in versione 2014-13salotto, immagini memoriali, accompagnati da una serie di liriche e in sottofondo dagli arrangiamenti di Renato Cipolla.
La mostra, resa possibile da Comune di Lodi e Bcc Laudense è una colata di immagini nella forma cordiale e familiare di cui Terzini è capace, una trama che non è mai concettosa e cifrata e che segna un 2013-30VLUU L110, M110 / Samsung L110, M110prevalere del carattere narrativo: essenziale, pulita, senza eccessi; priva di elucubrazioni, comunicativa per scelta anche dei luoghi di ispirazione (l’Adda, i cascinali della sua piana, le stagioni dei campi, la dialettica tra i ritmi della natura).
Naturalmente, figurale, senza parti non chiare, in cui veleggia solo l’ombra del canto; eloquente, limpida, forse liberatoria. Che è un modo assai giusto di certificare la tradizione. Cosa che riesce anche alle tante immagini femminili, etniche e di bambini alla ricerca di una nuova terra ospitale, che sintetizzando un percorso vicino alle esperienze recenti di un David Hockey, inglese di Bradford, nello Yorkshire, del quale Terzini esclude le trasgressioni e le impudicizie. E, nei ritratti al gusto di “colpire al cuore” dei black people di Kehinde Wiley, newyorchese, cresciuto da madre nigeriana single, senza però i suoi barocchismi e rococò.
Tra tradizione e presente, i lavori di Terzini sono senza eccessi di materia, di gesti, di romanticismi. Si affidano a una figuratività composta e lineare che recupera emozione dal reale, resa con purezza penetrante, quasi con ingenuità, da distendersi in armonie “musicali”. Come mostrano “Pepe Mujica” (politico uruguaiano ed ex presidente della repubblica), “La panchina”, “Maria e Pietro”, “Bambini nell’erba”, “Bambina con copricapo”, “Bambina che sorride” e la serie di ragazze nere. birmane, indiane, ma anche quei lavori nei quali il pittore ritrova contatto con l’attualità: “In onda”, “Il giorno della memoria”, “La salita” (di papa Francesco).
Nel segno “pop”, una pittura la sua che consente rintracciamenti formali contemporanei e che trabocca di sottili annotazioni: non fantasmi, tensioni, ma distillati di “messaggi” collocati in verdi trasognanti, in rossi pieni e vitali, in blu marini, in terre bruciate…
Terzini da definizione netta alle immagini, realizza con essenzialità, esibisce prudenza, non gioca con gli effetti, non nasconde enigmi. Dietro alle solarità c’è la ricercata quiete dell’anima.

“Legami e Passioni “ – Immagini parole e suoni all’ex Chiesa dell’Angelo – Personale di Pietro Terzini ex-chiesa dell’Angelo, via Fanfulla Lodi – Dal martedì al venerdì dalle 16 alle 19 – Fino al 5 giugno

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Franco Razzini, una mostra amarcord

RAZZINI locandinaNegli ultimi vent’anni la fotografia è diventata un fenomeno economico e comunicativo, più complesso di quello che poteva essere due decenni prima. Oggi è parte del sistema dei media; le fiere e le mostre non sono più ristrette agli addetti ai lavori, sono eventi. La società è travolta da milioni di immagini e da messaggi fotografici che ascoltarli si rischia d’essere travolti dalle contraddizioni. Certo, la cultura contemporanea è fatta di interferenze e influenze reciproche. La mostra di Franco Razzini allo spazio Bipielle, coraggiosamente e in modo quasi incosciente, sembra volersi sottrarre, ma per interesse e dote naturale è figlia del suo tempo: non ha come punto di riferimento l’immagine globale, ma quella locale; propone e documenta un’ età all’uncinetto, fatta di memorie del passato e nostalgie: di quando i fiumi esondavano e obbligavano la gente a mettersi gli stivali; principe dei mestieri era il lavoro manuale; le insegne sui negozi quasi tutte di bar, empori, panifici, drogherie, parrucchieri; le barche rimanevano ancorate agli ormeggi, la festa patronale vissuta come un evento corale, le curiosità non erano quelle etniche ma le “macchiette”, i tipi bizzarri e originali che facevan parte del tessuto popolare; l’ economia era organizzata attorno al latte e al lavoro nei campi; la piazza principale – il “salotto democratico” -, non conosceva il “mordi e fuggi”; i telefoni fissi funzionavano a gettone, erano usati con sobrietà, niente a che vedere con le e-mail e i cellulari.
Centinaia di immagini alla Popolare portano l’attenzione su un periodo storico, dal 1965 al 1975; a una sorta di amarcord, in cui l’elemento autobiografico si sposa con quello corale e popolare: “io mi ricordo”, “quello lo riconosco”, “guarda, è mio nonno”: una sorta di “univerbazione” che rievoca in bianco e nero e in “chiave nostalgica . La mostra è stata divisa in sezioni: Mungitori, Agricoltori, La piazza, Nevicate, Vie del centro, San Bassiano, I mestieri, Macchiette, Ritratti, Stazione centrale, L’Adda, Torretta…dove i protagonisti,  salvo eccezioni (Age Bassi, l’ex-sindaco Allegri, Kilu il direttore del Rinascimento, Rivolta il regista, Maffi il pittore, Rossi il barman…) sono figure di contorno, non solo le macchiette (Dionisio Durbans, Vicenzino, Scaricabarozzi…), ma anche i tipi (Zucchi il macellaio, Pampanin la gelataia, il parrucchiere di piazza Zaninelli, Zucchelli il furmagé, Boccardi il ciclista, Medaglia il cartulé…) delineano un tempo in cui si parlava di foto “fatte da sole”, in cui c’era molto candore, molto entusiasmo e poesia.
Allora Razzini fotografava seguendo una specie di rituale, senza cercare di dare un senso anticipato allo scatto, cercava soltanto di “vedere” e  “cliccare” su quel che vedeva. Gli era sufficiente essere presente per ottenere con scioltezza una fotografia chiara e precisa, senza bisogno d’altro. Nel suo laboratorio di via Ada Negri, la fotografia “odorava” degli  acidi usati nello sviluppo, raccoglieva lentamente e inconsapevolmente l’ evoluzione della città, attraverso tradizioni, abitudini, costumi, cortili, strade, volti della gente, il legame con le nebbie, con il tempo, la neve.  Ma spostata sull’amarcord, anche una buona mostra corre rischi. Il sentimento e la poesia sottraggono facilmente alla verifica degli elementi apprezzativi di natura fotografica. In questa fa affiorare la differenza che esiste tra le pellicole sviluppate direttamente da Razzini e che aprono il percorso della mostra, in cui si può apprezzare la superficie sensibile visualizzata nella struttura rispetto gli ingrandimenti e copie ricavati da fotogrammi. dove si può arrivare alla percezione della grana.

 

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PROSSIMA RETROSPETTIVA DI UGO MAFFI A BIPIELLE CITY

Maffi UgoA quattro anni dalla morte di Ugo Maffi, la sua pittura continua ad accendere interesse e curiosità, a far parlare di sé per la forza immaginativa, irrequieta e la carica romantica. Tra i motivi d’interesse che la retrospettiva allo Spazio Arte Bipielle ormai annunciata come prossima (la data esatta però non è stata ancora fissata), sono senz’altro quei particolari o aspetti in grado di integrare e perfezionare precedenti analisi e punti di vista.
Curata dalla vedova Assunta Saccomanno e dal critico d’arte e amico del pittore Tino Gipponi, da sempre impegnati a evitare che finiscano dispersi i piccoli e i grandi sussulti d’arte appartenuti all’artista, la mostra in programma aggiungerà al coinvolgimento emotivo qualcosa in fatto di interpretazione anche in relazione alla “fisicità” del processo creativo.
Tecnicamente identificabili attraverso oli, xilografie, acquerelli, inchiostri e legni, le opere espliciteranno non solo la poetica, ma quanto metodi e materiali significativamente adottati possono aver conferito qualità e diversità oltre il percorso del puro mestiere e della narrazione.
Anticonformista, Maffi è stato un pittore di temperamento e macina mentale, non di troppi artifici, ma da apparire, a volte, e solo quando lasciava in sospeso penetrazioni, atmosfere e visioni per dare campo alle acquisizioni della pratica e del mestiere, pure spavaldo.
I materiali in mostra aiuteranno senz’altro a risaltare l’interesse del pittore per quella pluralità di elementi fisici, che tradotti con qualità attendibile davano mano a nascondere, affrettamenti e condiscendenze.
Negli ultimi anni, Maffi si compiaceva nel largheggiare in allegorie visionarie così come negli anni Sessanta e Settanta narrava il mondo concreto e vero, fatto di memorie, umanità, legami alla terra e tradizioni. Paesaggi, animali, contadini, partigiani, girasoli, pescatori, vedove, guerrieri, madri, barche, acque, ritratti, mummie, gruppi sociali distribuiti per “cicli” lo sono stati anche per “fattura materica”, confezionata con l’esigenza di rifiutare la forma accademica 8il figurativismo stretto) e di consegnarsi all’ espressione immediata. In Maffi la mano può risultare veloce o lenta indifferentemente, mossa dal pensiero o da una visione o sotto impulso di fantasie poetiche. Ciò ha distinto spesso il giudizio sulla “qualità” trascurando la questione del materiale e delle particolarità naturalistiche della materia, e del passaggio da questa a quella della tecnica e del linguaggio.
A un certo punto Maffi introdusse in pittura lamelle d’oro, poi gesso, poi sabbia, poi si mise a distendere mastice e colla, sabbia di grane e dopo il colore. C’è stato un periodo che usava la sabbia dell’Adda come pigmento. Incorporava la tinta e dava risalto a zone del quadro o a segni istintivi. La stessa procedura faceva con le bende del ciclo “mummie” e “guerrieri” , sulle quali agiva successivamente col pennello per armonizzarle alla narrazione. Pensava, immaginava e operava nei limiti di questa materia.
Pittore di cavalletto? Non sempre. Ultimamente si lasciava tentare dal plein aire da cui era partito giovanissimo. Oppure, si dedicava a tele di grandi dimensioni, che lavorava per terra. Le sperimentazioni non gli hanno mai consigliato di lasciare del tutto la figura. Lavorava la tela come un disegno o come un legno, cioè spontaneamente, senza la propedeutica di schizzi o bozzetti. Non che gli fossero estranei, ma più come identificazione ossessiva con la dimensione esistenziale anche se effimera.
“La superficie da animare e la prima impronta di colore è l’avventura che ne risulta”, insegnava ai ragazzi della Comunità degli italiani di Torre Abrega nell’ Istria croata.

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KAMEN’ / La regola di Ursula K. Le Guin per le arti: combattere la mercificazione capitalistica

 

La scrittrice Ursula Le Guin

La scrittrice Ursula Le Guin

Col quarantanovesimo numero (n. 48 gennaio 2016) la rivista «Kamen’» è entrata nel venticinquesimo anno di vita cambiando editore: dallo storico Vicolo del Pavone di Piacenza, alla Libreria Ticinum di Voghera.
Il nuovo numero della rivista, diretta sempre dal lodigiano Amedeo Anelli, è impostato su tre sezioni: Letteratura e Giornalismo, Poesia e Materiali. Quest’ultima è stata curata, per l’occasione, da Elisabetta Stacchiotti Binni (umanista, anglista, traduttrice di autori russi e, con il marito editore-curatrice della “Piccola Biblioteca Marchigiana”) ed è interamente dedicata alla scrittrice statunitense Ursula K. Le Guin vincitrice, di cinque Premi Hugo e di sei premi Nebula, i più importanti riconoscimenti della letteratura fantastica.
Le Guin è considerata una delle maggiori autrici di fantascienza per l’attualità dei suoi temi, che spaziano dal femminismo all’utopia, al pacifismo, all’anticapitalismo e che hanno reso i suoi romanzi letti anche da lettori non di genere. Tra i suoi lavori sono da ricordare in particolare “La mano sinistra delle tenebre” e “I reietti dell’altro pianeta” . Il nuovo numero di Kamen’ contiene, bilingue inglese e italiano, il suo Discorso di ringraziamento in occasione del conferimento del National Book Awards e un saggio di Darko Suvin, anch’esso in inglese ed italiano, nonché una nota su Ursula K. Le Guin sulla sua Dichiarazione di Indipendenza delle Arti dal Capitalismo.
Poeta, saggista e romanziera, la scrittrice si dedica soprattutto ai generi di fantascienza, fantasy, letteratura per bambini e/o “giovani adulti”; scrive saggi , ma ha all’attivo anche una decina di raccolte di versi.
Autrice controcorrente, anarchica, anticapitalista, femminista la Guin è nota per avere indagato in saggi e interventi il rapporto tra l’arte e la società nell’epoca capitalistica valutando il fondamentale mutamento prodotto nei rapporti tra l’artista e il corpo sociale nel suo complesso, e in particolare tra i produttori e i consumatori d’arte, la trasformazione delle forme di artigianato artistico in forme d’industria, nonché tutti quegli aspetti che equivalgono a una degradazione dell’opera e alla sua sottomissione ai meccanismi del mercato. In sintesi, l’’arte che vuole mantenersi tale, cioè libera, secondo la scrittrice di Portland non può che essere un’arte contro il capitalismo esistente, contraria all’ideologia di un sistema, che non produce per la classe dominante e rifiuta la dipendenza dai rapporti mercantilistici.
Copertina Kamen' 48Il padre di Le Guin, Alfred L. Kroeber, fu un famoso antropologo e teorico della cultura, professore all’ Università della California, e sua madre, Theodora Cracaw, una scrittrice. Ursula Kroeber conseguì un B.A. al Radcliffe College (Università di Harvard) nel 1951 e un M.A. in Letteratura francese ed italiana presso la Columbia University  nel 1952. Mentre si recava a Parigi, incontrò lo storico Charles Le Guin, che sposò e con cui si stabilì a Portland in Oregon, dove tuttora vive. Tra i numerosi romanzi fantascientifici sono The Left Hand of Darkness (London, Orbit, 1969); La mano sinistra delle tenebre, Bologna, Libra, 1971) e The Dispossessed (New York, Taplinger, 1974; I reietti dell’altro pianeta, Milano, Editrice Nord, 1976). Il romanzo più complesso è Always Coming Home (Oakland, University of California Press, 1985; Sempre la valle, Milano, Mondadori, 1986). All’attivo ha inoltre un gran numero di short stories. Le sue incursioni nella Fantasy Fiction raggiungono il loro apice nel ciclo di Earthsea, pubblicato per una parte tra il 1968 ed il 1972, e, per l’altra, tra il 1990 e il 2001.

 

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MARGHERITA RIMI, “Nomi di cosa – Nomi di persona”

 

SENZA LE PAROLE NON C’E’ LA PERSONA

 Una nuova raccolta poetica di Margherita Rimi
presentata da Amedeo Anelli

Scan_Pic0019Nomi di cosa –Nomi di persona di Margherita Rimi –  medico neuropsichiatra e poetessa alla quale ha dedicato spazio il n. 48 di  “Kamen’ -, è il nuovo titolo del Catalogo Marsilio, dove già  è presente con Era farsi. Nel risvolto di copertina – questa affidata a una suggestiva foto del quartiere Kalsa di Palermo di Letizia Battaglia, nota come “fotografa della mafia” e per  prediligere la vita quotidiana, i soggetti femminili, gli sguardi dei bambini, i quartieri, le strade e i volti del potere -, in una densa nota segnaletica Amedeo Anelli  la presenta come “una delle voci meglio individuate del panorama letterario”, riconoscendogli “ritmi e sintassi originali” in cui lingua siciliana, francese e inglese concorrono ad aumentarne la dimensione e il senso senza “coloriture”.
Suddivisa in otto sezioni, Nomi di cosa –Nomi di persona  non si discosta per lingua e vocabolario dalle precedenti raccolte. E anche nei contenuti riprende quanto affrontato nella presentazione di “La Civiltà dei bambini” prefata da Daniela Marcheschi a cura del Centro Internazionale di Studi Europei Sirio Giannini.
La Rimi compone, articola e sviluppa la sua arte poetica  tra domande e risposte. “In presa nel terreno con le radici”, come scrive Anelli.  L’invito è a pensare, a scoperchiare cosa c’è dietro alle apparenze e alle parole. Mette a raffronto la realtà degli adulti e gli ”ingrandimenti” dei bambini. Fa capire come la lingua infantile entrando in rapporto col linguaggio poetico ne ”asciughi” lo stile e lo salvaguardi dagli eccessi.
Il suo è un canto fatto di preposizioni, lemmi, contenuti “diversi” da quelli che siamo abituati a trovare nella poesia contemporanea. Intreccia la declinabilità con il mondo dei bambini,  l’handicap e la neuropsichiatria. Non è  di tutti i giorni.  E non va confusa per esperienza eccentrica, di pensieri mai pensati e di parole che non sono state ancora dette. Ma è frutto della conoscenza, che afferra là vita là dove appare e scompare, provocando effetti di dissonanza, di distanza, di shock.
La Rimi convince e appassiona non solo per lo stile (verso breve, unità ritmiche, sequenze veloci, accenti, percussionimargherita_rimi-c7fa8 insistenti, linguaggio semplice, incedere per levare, costruzioni e percorsi,  ripetizioni, sonorità siciliane, rallentamenti, soste, tono mai patetico e strappalacrime ecc.), per come sa mettere in canto il “pensiero divergente” dei bambini con patologia o non. Nelle sue composizioni ci sono però anche ideali, sentimenti, il senso del reale; c’è la disciplina del linguaggio, e prima ancora c’è l’attenzione nel raccogliere e sviluppare i materiali. Tra questi, naturalmente, i vocaboli dei bambini, innervati in percorsi fondamentali, che ne valorizzano la  sofferenza. Dalla esperienza e dalla testimonianza di questa voce poetica, unica nel panorama della poesia italiana contemporanea, il lettore non può che esserne colpito.

Nomi di cosa –Nomi di persona, poesie di Margherita Rimi, pres. Amedeo Anelli, Marsilio Editori, Venezia, 2015, pp. 150 ril., foto in copertina di Letizia Battaglia, €20,00

( Nota d’arte pubblicata sul quotidiano “il Cittadino” di Lodi il 23 novembre 2015)

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“GRANDI MAESTRI” trenta prospettive per una storia

GIORGIO DE CHIRICO "Venezia. Isola di San Giorgio", 1950-1955, olio. Coll.Popolare Lodi

GIORGIO DE CHIRICO
“Venezia. Isola di San Giorgio”, 1950-1955, olio. Coll. Popolare Lodi

Settembre a Lodi ai tempi di Expo. Il risveglio all’arte verrà dato da “Grandi Maestri” mentre è prevedibile una serie di altre iniziative minori che si contenderanno l’intrattenimento con una serie di scampoli secondari.
La rassegna allo Spazio Arte Bipielle avrà un format storico. Prenderà le mosse dal XIV secolo e giungerà fino ad oggi (o quasi) attraverso una trentina di opere. Oltre alla ricognizione tecnico-formale di innumerevoli personalità che hanno partecipato alla storia della pittura, vuol fare incontrare conoscenza critica e conoscenza storica armonizzando la visione d’insieme.
Sui motivi d’interesse destinati ad accamparsi attorno all’evento settembrino se ne possono figurare vari, differenti e complessi. Uno senz’altro è destinato a prevalere, ed è legato alla “Maternità” di Gaetano Previati, un quadro monumentale che rivela la personalissima tecnica e linguaggio, sintesi compendiativa dell’Ottocento del divisionismo e delle collegate tematiche simboliste.
Ma per il pubblico lodigiano la presenza in rassegna di cinque opere della Popolare di Lodi ( Calisto Piazza, due , Alberto Piazza, Afro Basaldella e Giorgio De Chirico) promette di regalare ragioni che vanno oltre il semplice interesse di campanile. Se i Piazza possono costituire un “ripasso”, il De Chirico e l’Afro sono in grado di rendere da par loro importante e problematica la rassegna. In particolare De Chirico, presente con l’”Isola di San Giorgio”, una veduta veneziana lontano per pennellata e concezione dal corpo dechirichiano noto. Anche se visivamente abusato (il soggetto fu esposto nel 2012 al Credito Bergamasco insieme a una quindicina di tele di soggetto analogo), è un punto di relazione adeguato a cogliere la rilevanza della successiva “sterzata” verso le “Muse inquietanti”. Ma la Venezia collezionata dalla Bipielle è anche una tela attraversata da una malinconia da richiamare (vagamente) le poesie di Bachman e quelle più emotive di un Tralk, che possono benissimo e senza forzature confluire nella sua dimensione di senso. L’altro lavoro, la tecnica mista dell’udinese Afro ( “Composizione 1957” permette invece di cogliere con evidenza il “salto” intervenuto tra la pittura del Novecento e quella degli anni Cinquanta raccolta sotto l’etichetta “terza via” che acquisì la definizione linguistica informale (corrispondente alla formula astratto-concreta). Nell’opera di Afro (pseudonimo di A.Basaldella) è individuata una sintesi del momento lirico, simultaneo allo strutturarsi dell’immagine. In sostanza l’aspetto percettivo comprende riflessi dell’occhio e dell’anima.

MARTINO PIAZZA "Madonna col Bambino". 1515, tempera su tavolta. Coll. Banca Popolare LOdi

MARTINO PIAZZA
“Madonna col Bambino”. 1515, tempera su tavolta. Coll. Banca Popolare LOdi

Curatori Angelo Piazzoli e Michela Parolini, la mostra presenterà: del XIV secolo opere Giovanni di Tano Fei, Francesco Botticini; del XVI Marino e Calisto Piazza, Polidoro da Lanciano, Bartolomeo Passerini, Santi di Tito, Alessandro Turchi detto l’Ofrbetto, Enea Salmeggia detto il Talpino, Antonio D0Enrico, Giovanni Andrea De Ferrari, il parigino Simon Vonet. Il XVI secolo sarà riassunto dai nei lavori di Giovanni Landfranco, Giovanni Battista Caracciolo, l’olandese Pieter van Laer detto il Bamboccio, Giovanni Ghisolfi, Luca Giordano, Pietro Bellotti. L’arte del Settecento si potrà leggere attraverso le opere di Bartolomeo Guidobono, Stefano Maria Legnani detto il Legnanino, il tedesco Gaspar van Wittel, Giacomo Cerutti detto il Pitocchetto, Giacomo Antonio Pellegrini, Francesco Guardi; quella dell’Ottocento con le tele di Gaetano Previati e il Novecento con Giorgio De Chirico per finire con la “Composizione” degli anni Cinquanta di Afro Basaldella e la tecnica mista di Antoni Tapies “Arbre de vernis”

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MARIA MULAS. Esploratrice delle risorse degli effetti

MARIA MULAS "Penombra ferita,", 2007 (stampa fotografica sistema laminata su pannello in mdf_cm 51x90

MARIA MULAS
“Penombra ferita,”, 2007
(stampa fotografica sistema laminata su pannello in mdf_cm 51×90

Fasci di luce che tagliano tende e finestre, paesaggi metropolitani in giro per l’Europa e scorci isolani catturati mediati dal riflesso. Maria Mulas dà vita ad una serie di “osservazioni” del naturale, del quotidiano attraverso una doppia lente: quella della sua Lumix e quella del suo unico spirito d’osservazione, creando uno spazio lirico contando sulle risorse del riflesso. Quanti di noi si accorgono delle nuvole riflesse? Quanti di noi guardano solo ma non osservano? Un artista deve osservare. Lei ci regala la sua visione da attenta osservatrice e scopritrice della realtà che ci circonda, ci mette alla prova, genera in noi “sospetto” e ci chiede di scrutare con attenzione. Ancora un lavoro sulla luce. Lo studio che porta avanti da più di quarant’anni, il chiaro-scuro volutamente evidenziato sul volto dei migliaia di artisti che ha ritratto e adesso l’immagine riflessa restituita da tutto ciò che ci circonda.Siamo circondati. Ci invita ad una visione del mondo intorno non solo a 360 gradi, ma oltre: il guardare si distacca dalla superficialità e dal parziale per entrare nelle sfere del complesso. Un invito all’attenzione di chi si sente immerso totalmente nella vita, proprio come l’artista stessa, tanto da scorgere i riflessi della luce sui muri di Stromboli all’ora del tramonto e l’incombenza di un cielo che si scontra in una pozzanghera. Il mondo che si riflette nel mondo e dentro di esso spesso l’immagine di un Uomo, le sue mani, quasi come un autografo dell’autrice. Lo specchio è solo uno, eppure, per la fisica dei riflessi, specchia entrambi, nello stesso istante. E fa uno di due.

 (testo di Antonella Scaramuzzino)

 

Maria Mulas: “Sospetto”, fino al 30 luglio 2015, presso la galleria “TWENTY14 CONTEMPORARY , piazza Mentana, 7 Milano

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LUIGI BIANCHINI E MONICA ANSELMI IN LAGUNA SOTTO L’ALA di BENJAMIN

L'installazione di LUIGI BIANCHINI e M ANSELMI

L’installazione di
LUIGI BIANCHINI e M ANSELMI

Una ironica installazione
dei due artisti
coinvolti nel progetto
“Sweet Death”
di Daniele Radici Tedeschi
alla LVI Biennale di Venezia,
per il Padiglione del Guatemala
dedicato agli abitanti
del cimitero di
Chichicastenando

Alla LVI edizione di Venezia curata da Okwui Enwezor, di italiano non ci sono solo Rosa Barba, Monica Bonvicini, gli artisti scomparsi Pino Pascali e Fabio Mauri, e il web journal The Tomorrow, ideato da Stefano Boeri e Pier Paolo Tamburelli, ci sono anche – sorpresa, sorpresa! – due nomi noti alle cronache lodigiane: il santangiolino Luigi Bianchini e Monica Anselmi di Chignolo Po. Per vedere quel che hanno creato (una installazione), occorre saltare “Codice Italia” e andare al Padiglione del Guatemala, gestito da “Officina della Zattera” dove Daniele Radici Tedeschi (storico dell’Arte, già direttore della Triennale di Roma) ha coinvolto i due artisti di casa nostra nel progetto Sweet Death, al quale collaborano con una istallazione ( modo di operare, avviato dagli artisti minimalisti, processuali e concettuali e diventato un aspetto caratteristico delle ricerche attuali) realizzata a quattro mani (cm 230 x150 x30), costituita da un pannello lenticolare flip-flop che muta le due immagini (una dell’Anselmi e una di Bianchini, chiaramente distinguibili) quando il fruitore si sposta da sinistra a destra e viceversa.
L’installazione della Anselmi e di Bianchini è introdotta in una vera e propria “poligamia artistica multicolore” a cui partecipano artisti italiani e artisti guatemaltechi. Il padiglione coinvolge in una gustosa scenografia combinazioni di sacro e profano, con una sovrapposizione spiritosa e osmotica tra le interpretazioni.
Il tema conduttore del padiglione la “Dolce morte” è ispirato al cimitero di Chichicastenango, cittadina guatemalteca famosa per le sue tombe coloratissime, dove i nativi vivono quotidianamente . Gli italiani sono stati chiamati ad interpretare il tema della morte come la vivono gli abitanti del luogo e viceversa.
Bianchini e Anselmi hanno pensato a delle immagini che evocano i vulcani e le foreste di quel paese ed hanno racchiuso la “pala” in una cornice con motivi tratti dai tessuti realizzati (ancora oggi) dalle donne guatemalteche , depositarie delle tradizioni ancestrali delle famiglie.
Sotto la pala vi è un altare in plexiglas trasparente con racemi barocchi in oro e argento che contiene terra e led colorati che mutano tono ritmicamente e che evocano i lumini dei cimiteri. La nota ironica (voluta dal curatore) è l’alzatina in oro zecchino che al posto della reliquia ha la testa di Topolino “decollata”.

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