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Arte e spiritualità di Hokusai a Villa Borromeo a Arcore

 

La mostra curata da Bruno Gallotta

Questa volta non è l’invisibile al centro dell’ampiezza e dell’acutezza di una relazione che racconta natura e spiritualità, passato e presente. A far riaffiorare il pensiero e la nostalgia del sacro e dello spirituale sono 100 vedute del Fugj, “cento modi di parlare di Dio senza nominarlo”, portati in mostra da Bruno Gallotta, che già lo fece con successo un paio d’anni fa all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi, rivelandosi curatore sensibile, dotato di acutezza di sguardo e di ardore.
La mostra che le Scuderie di Villa Borromeo ad Arcore si apprestano ad ospitare dal 7 al 22 di ottobre, a parte location e allestimento, è una riproposta delle 100 vedute del monte Fuji dal grande Hokusai, realizzata con la premessa di contribuire a togliere opacità al messaggio artistico e filosofico del maestro giapponese, e insieme contrastare il disperato muro del dubbio secolaristico.
Promossa dalla associazione culturale DO.GO. di Montanaso Lombardo l’esposizione si avvale dell’accompagnamento di due conferenze: una di Giuseppe Jiso Forzani l’8 ottobre, dedicata al tema “Arte, natura, religione nella sensibilità giappone”, l’altra, il 14 ottobre, dello stesso curatore della mostra, destinata a una “lettura” originale dell’opera dell’artista. Il sabato successivo prevede un terzo incontro con il pubblico, questa volta della scrittrice Ornella Civardi, traduttrice di scrittori moderni e contemporanei come Kawabata, Mishima, Mori Ōgai, Yoko Ōgawa, Nishiwaki Junzaburō e Kawabata, che presenterà “Jisei, poesie dell’Adda”, un reading di poesie giapponesi, avvalendosi dell’accompagnamento del violinista Alessandro Zyumbrosckj.
Il programma annunciato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Arcore e dalla associazione Do.Go. con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, della Regione Lombardia, del Consolato Generale del Giappone a Milano è proposto sotto l’ egida del Ministero dei beni culturali.
Affidato alle competenze artistiche, interpretative, culturali, ed anche tecniche ed organizzative di Bruno Gallotta,  uno dei massimi esperti di cultura giapponese e studioso dell’artista-filosofo, l’evento poggia sulle Cento vedute del monte Fuji, che costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo di Hokusai, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e della sua potenza immaginativa. Ma la parte espositiva si riconduce in certo senso al libro “Hokusai. 100 vedute del Fuji. 100 modi per parlare di Dio senza nominarlo” (ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduzioni), in cui Gallotta ha raccolto e riassunto le personali riflessioni attorno all’opera dell’ artista, nato nel 1760 e morto nel 1849.
Mostra e libro permettono insieme di interpretarne segni, simboli e contenuti dell’opera di Hokusai e di fornire una lettura degli “intenti spirituali” di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente del monte Fuji, definendone l’esegetica e l’inesauribile simbologia.
L’interpretazione di Gallotta non si ferma, in ogni caso, all’ inventiva e ai simboli, ma arriva ai procedimenti di sviluppo di quelle cose che “non sono arte”. Ovvero di quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che hanno agito sulla personalità e sulle scelte dell’artista

 

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E’ tutto un altro Hokusai quello del lodigiano Bruno Gallotta

GALLOTTA Bruno Scan_Pic0007Molti sono convinti di sapere com’è il mondo perché lo vedono in televisione. Ma se vi preme capire com’è davvero il mondo, dovete interessarvi ai diversi modi in cui vengono create le immagini”, così David Hockney, celebre pittore e teorico dell’arte, autore di riflessioni acute e spiritose. Lo stesso pare dica senza esplicitarlo l’esperto di arte giapponese lodigiano Bruno Gallotta, autore del volume “Hokusai.100 vedute del Fuji.100 modi pee parlare di Dio senza nominarlo”( ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduz, € 20), un’opera che coglie i frutti della sua personale ricerca, condotta su un’edizione pubblicata a Nagoi dall’editore Eirakuja Tshiro nel 1860 di sua proprietà, con cui riprende le riflessioni e gli approfondimenti di una vita attorno all’opera di questo maestro, nato nel 1760 e morto nel 1849, che fu imitato dagli artisti dell’art nouveau occidentale.
Con minuziosità e accuratezza, Gallotta offre una mulinante e coinvolgente lettura delle cento xilografie, da far rivivere l’impressione provata all’ex-chiesa dell’Angelo in occasione della recente esposizione, destinata agli annali cittadini per la straordinaria risposta di pubblico. L’ Hokusai di Gallotta non è, come si può pensare un libro che ordina e cataloga un centinaio di immagini e che ne analizza i contenuti estetici e grafici (anche se questo ovviamente non manca). E’ un testo che tiene insieme la descrizione e la saggistica; che traduce e interpreta segni, simboli e contenuti, offrendo la chiave di lettura degli “intenti spirituali” del maestro e dota il lettore di una lente di ingrandimento per scoprire il senso di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente il monte Fuji, interpretandone tutta l’esegetica e l’inesauribile simbologia. In sostanza consente con linguaggio semplice e chiaro una corretta ed esauriente lettura, in cui trovano risalto il contesto storico e socioculturale in cui Hokusai operò e insieme una “visione” di assoluta leggerezza del discorso impostato attraverso le immagini..
Nel lavoro di Gallotta non sfugge una singolarità: il suo presentarsi controcorrente. Essenziale nella impaginazione e nell’organizzazione, raffinato nella rilegatura a filo di refe, richiama i primi volumi delle opere hokusaiane editati a Edo in Giappone. Ma, soprattutto, evidenzia con chiarezza l’indirizzo dottrinario che l’autore ha inteso imprimere alla sua opera rendendola per un verso affascinante attraverso la ricchezza delle informazioni originali, delle segnalazioni e delle intuizioni, e per l’altro, privilegiando il contenuto concettuale presente nei disegni.
In due appendici, una dedicata ai chônin di Edo, l’altra al porto di Nagasaki e alle vicende del cristianesimo in Giappone, l’autore fornisce importanti cenni sui processi culturali e storici entro cui va inquadrata l’opera di Hokusai.
Senza salire in cattedra, egli ferma l’attenzione su questioni interpretative di contenuto, delinea, per questa via, una risposta a certi orientamenti accademici. Si toglie un piccolo capriccio (a 77 anni) permettendosi di citare due soli studiosi dei tanti presenti nella ricca bibliografia: quello di Edmond De Goncourt, autore di una monografia tradotta e pubblicata in Italia nel 1988 dalla Jaka Book e quello di Henry Foucillon col quale dichiara di concordare nell’aver individuato nella spiritualità la vera chiave di lettura divulgata dall’arte di Hokusai.

                                                                                                           

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BRUNO GALLOTTA METTE IN SCENA UN DIVERSO HOKUSAI

“CENTO MODI PER PARLARE DI DIO SENZA NOMINARLO”

hokusai

La mostra di Hokusai pensata e curata da Bruno Gallotta e inaugurata sabato all’ex-chiesa dell’Angelo, è un autentico evento. Promosso dalla Associazione Do.Go., prima che una esposizione di originalissime ed eccentriche tavole delle “Cento vedute del Fuji” è una grande meditazione, il risultato di un luminoso sogno illustrato attraverso fremiti di energia, movimento ed essenza spirituale. Eppure, provate ad aprire un qualsiasi libro che “insegna a guardare”, di qualche firma che appassiona con il linguaggio e l’ esposizione, o di uno storico o critico o figura del pensiero estetico e noterete che di Hokusai (Katsushika), pittore e incisore particolarissimo, nato a Edo, l’odierna Tokyo, vi sono solo accenni, eccezionalmente di avere influenzato la pittura delle avanguardie parigine. Perché ancora tanta riluttanza nel riconoscere che tanti pittori europei si sono fatti influenzare dai suoi modelli? La più attendibile spiegazione è che già alla Esposizione Universale di Parigi il mercato era attento alle “tecniche comunicative” da servirsene nelle attribuzioni di valore.
La mostra a Palazzo Reale a Milano del 1999, curata da Gian Carlo Calza, storico dell’Arte dell’Asia a Ca’ Foscari e direttore del The International Hokusai Research Centre, autore di Stile Giappone (Einaudi, 2002) e tutore di importanti mostre d’arte orientale (a Palazzo Reale: Hokusai il vecchio pazzo per la pittura, Ukiyoe. Il mondo fluttuante, Giappone. Potere e Splendore), ha contribuito a svelare i linguaggi nascosti dell’arte nipponica e le tematiche filosofiche e di costume e l’influenza decisiva nella formazione dell’ Impressionismo, del Simbolismo e all’Art Nouveau.
A rompere certo nascondimento culturale interessato a salvaguardare una visione storica della pittura, oltre all’opera di Calza hanno provato una serie di opere di T. Duret, J. Hillier, L.A. Bonyon, G. Mandel, G.C: Marmori, J, Micheuckm S, Bing, H. Smith, S. Faravelli, soprattutto la monografia di E. de Goncourt, Hokusai. Il pittore del mondo fluttuante, pubblicata prima da Lumi Editore e poi da Jacka Book e il saggio di H. Focillon, Hokusai, Abscondita (alcune in bacheca all’Angelo) Benché ampiamente riconosciuta e puntualizzata la sua importanza, sull’artista giapponese è scesa una sfumatura (o nebbiolina o polvere) che ne ha circoscritto l’interesse a musei, mercanti, collezionisti, illustratori, cultori del costume e del pensiero nipponico.
Tra gli studiosi impegnati a ribaltare le consolidate schematizzazioni e l’arenare di Hokusai tra le gore del naturalismo è il lodigiano Bruno Gallotta, grande esperto di cultura giapponese e studioso delle opere del “filosofo” secondo una predisposizione del tutto spirituale (zen). La mostra all’ex-Angelo (inaugurata sabato alla presenza di un grande pubblico, alla quale ha portato il saluto l’assessore alla Cultura Pozzoli e sono interventi Giso Forzani e lo stesso Gallotta), potrà essere “letta” attraverso lo studio fresco di stampa,“Hokusai – Le 100 vedute del Fuji.Cento modi per parlare di Dio senza mai nominarlo”. Nel tomo, Gallotta offre una innovativa interpretazione in chiave artistica, storica, etnografica, iconografica e spirituale. Non c’è sono solo la coscienza del risultato artistico – l’analisi dei caratteri della rilevante inventiva e dei simboli, l’interpretazione del rapporto tra arte e gusto -; sono approfonditi i procedimento di sviluppo di tutte quelle cose che “non erano arte”. Ovvero quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che intenzionalmente hanno agito sulla personalità e le scelte dell’artista.
“Cento vedute del Fuji” fa conoscere lo stile dell’ autore, ma aiuta a ampliare lo sguardo ai contenuti fondamentali di immaterialità, spiritualità e pensiero. Per dirla con Focillon “Non ci fu cosa o soggetto che non ebbe posto nell’immensità dell’arte di Hokusai, pari mmensità dell’universo” Aldo Caserini

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KATSUSHIKA HOKUSAY :LE CENTO VEDUTE DEL MONTE FUJI A LODI

HOKUSAI A LODII mesi di maggio e giugno saranno mesi particolarmente ricchi per l’arte nel mondo: inaugura la Biennale di Venezia, la Frieze Art Fair a N.Y, la nuova sede del Whitney Museum a Manhattan. Anche Lodi avrà la sua parte (una volta tanto!), ospitando dal 6 giugno all’ex-chiesa dell’Angelo una grande mostra di Hokusai.
Il grande maestro giapponese non è una novità assoluta per i lodigiani. Almeno un paio di selezioni (alla libreria L’Equilibrista in via Gaffurio e alla Associazione Dogo di Galgagnano) hanno in passato richiamato l’attenzione degli alaudensi. La mostra curata da Bruno Gallotta, ne rappresenterà, in un certo senso, il prolungamento. Riguarderà l’intero ciclo di opere del Fugaku Hykkel ( Cento vedute del monte Fuji). Come tale è destinata a raccogliere una estensione di interesse extraterritoriale, anche perché le Cento vedute del monte Fuji costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo del grande artista orientale, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e la potenza immaginativa.
La monografica lodigiana, dedicata al corpo illustrativo dei tre libri dell’artista documenta con la qualità dell’ operato, la prestanza della mente e della mano in modo altrettanto concluso, quanto di avervi trasferito i valori della pittura nell’incisione illustrativa, conservandole i caratteri tecnici e stilistici.  Ne sarà curatore Bruno Gallotta, del quale è nota la perfetta conoscenza e l’accanita  operosità di ricercatore della cultura giapponese, in particolare, della “filosofia” che   irrora l’arte di Hokusai,le cui opere  andrebbero fruite secondo una predisposizione del tutto spirituale (zen).
Gallotta che ne curerà l’organizzazione e l’allestimento, offrirà da studioso anche a una riconsiderazione critica dell’opera, in un volume-catalogo ricco di riflessioni innovative e originali.
L’opera di Hokusai, xilografo straordinario, ha influenzato con libertà e spirito di modernità, gli stessi impressionisti francesi, determinandone mutamenti decisivi. L’aggiornamento della sua lettura critica proposto da Gallotta è frutto di un generoso impegno destinato ad entrare nel novero degli studi che negli ultimi trent’anni hanno guidato alla ri-scoperta e alla conoscenza di questa straordinaria figura d’artista.
L’importanza delle sue xilografie fu decisiva nella formazione degli impressionisti francesi e derivati. Acclarata lo è stata anche per il sintetismo, il simbolismo e l’Art Nouveau e l’arte astratta, da Klee a Hartung a Mathieu

 

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ORESTE MINOJA: “IL CURIOSO DIARIO DELL’INGEGNERE”, ACQUERELLI

ORESTE MINOJA:  "Taxi-girl: dall'Albergo della Corona all'Osteria della Luna Piena

ORESTE MINOJA:
“Taxi-girl: dall’Albergo della Corona all’Osteria della Luna Piena

Oreste Minoja ha già avuto modo di farsi conoscere dai concittadini per i suoi fogli “mnemonico testimoniali”, che finalmente possono raggiungere anche un pubblico più vasto e meno disomogeneo, grazie al generoso impegno di Bruno Gallotta e della Associazione culturale Do.Go. di Galgagnano, che gli dedicano dal 11 al 18 ottobre una mostra personale.
Gli acquerelli dell’ottantenne ingegnere possono richiamare, ma solo per un’ evidente disponibilità al racconto, quelli di Gadda, anche se quelli dell’ingegnere in blu, come lo chiamava Alberto Arbasino, hanno un apporto di segno e di colore più compilato, recensorio, mentre quelli del nostro professionista sono più veloci, essenziali, aperti e simpatici. Quelli del milanese sono sicuramente aulenti, quelli del lodigiano fragranti.
Minoja recupera forme e immagini che si intrecciano, frutto di un ritornare con la mente a ricordi e a luoghi famigliari. Nel disegno non c’è carica “narcissica”. La semplicità non lo fa confondere, né gli toglie l’efficacia.
Il titolo della mostra è già una giuggiola “Il curioso diario dell’ingegnere – Acquerelli liberi”: non è solo singolare è di quelli che mettono in guardia. Un elemento di indirizzo e riconoscimento dei fattori della produzione. Se volete, qualcosa che funziona come ordine segreto, come parola d’ordine per i 35 fogli che vedremo alle pareti in via Martiri della Cagnola.
Come definirli? “Liberi”, svincolati appunto. Anche da rendite di posizione. Senza traccia precisa e raffinati. Fin qui di esigua fortuna critica e di scarsa diffusione. Anche perché Minoja non sì è mai preoccupato di dare ad essi visibilità. Più che di un artista sono “fogli di un poeta”. Riservati. Confidenziali. “Di un poeta per i poeti”. Di un isolato per isolati. Una posizione che vien voglia di lasciargli una volta che si è entrati nelle atmosfere. Dove ad accogliere è una intimità suadente, un po’ folletto e un po’ melanconica, che fa ricordare i racconti “artigiani” dell’inglese Walter De la Mare.
Oreste Minoja è considerato un autore che “ciancola”, fresco e démodée insieme. In realtà un illustratore che ha tratti fantasmatici, estranei ad ogni brutale deformazione, che non sfrena con le sozze disegnature oggi in circolo. Uno, insomma, che va sul semplice (non sul facile). Sul genuino, sul naturale. Ha tratti di Novello, di quei “post-post” estranei al disegno underground, che al massimo recuperano l’urbanistica familiare a Grosz, ma senza i suoi personaggi.
Si deve all’accortezza operistica di Gallotta questa sua mostra. Senz’altro offrirà della immaginazione ingegneristica dell’ autore l’istinto di gazza-ladra – la capacità nel sottrarre spunti a discipline più extra-pittoriche o extra-grafiche -, ovvero suggerimenti smaglianti e frammenti intelligenti in funzione anti-illuministica e anti-divulgativa, trasformati in schegge luccicanti di intonazione fantastica, con massiccia presenza di autoironia e di temperamento, da osservare da molte finestre.
Nella fungagione pseudoartistica di Lodi, chi non conosce Minoja non saprà forse come interpretare questa esibizione: se una mostra inconsueta in abito tradizionale o una proiezione da ape operosa, di disegni tenuti da parte per momenti e pretesti di delicatezza.
A noi piace immaginarla come una chicca, uno scatto capace di stupire, che emana poeticità a tutto tondo, per il sol fatto di essere lì.

Oreste Minoja: Il curioso diario dell’ingegnere – Acquerelli . Inaugurazione sabato 11 ottobre 2014 alle ore 18 presso la sede del Dogo, in via Martiri della Cagnola 69 a Galgagnano. La mostra è aperta il sabato e la domenica, dalle 15 alle 19, fino al 19 ottobre 2014.- Gli altri giorni su appuntamento al tel. 347 8242041

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