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Le piazze di Lodi e italiane di Franchina Tresoldi

franchina-tresoldiANTOLOGIA DI STAMPE ALL’ACQUEFORTE E ALL’ACQUATINTA ALLA BIBLIOTECA LAUDENSE

Esponente storica dell’arte locale Franchina Tresoldi si esibisce da oggi, giovedì 30 novembre fino a tutto dicembre, alla Biblioteca Laudense con un repertorio di acqueforti e acquetinte raffiguranti piazze locali e non solo locali.
L’aver posizionato (anni ’70) l’ attenzione sulla conformazione spaziale dei centri storici, ha mosso la sua produzione calcografica su un fronte che ha riconsegnato valore plastico alle piazze del Bel Paese, e l’ha fatta conoscere come artista in tutta Italia per l’autonomia e la complessità del proprio linguaggio. Le “Città d’Italia” è una produzione distinta da ogni altra espressione grafica, finita negli ultimi tempi un po’ in ombra, a causa degli impegni dell’artista su un diverso versante espressivo. Ora, è la stessa ad averla riproposta, attraverso un capitolo di calcografia “laudense”, che la riconquista alla attualità visiva e al proprio profilo d’artista.
La mostra, affidata a una trentina di stampe e a un paio monotipi, ha il pregio di riaccendere l’attenzione sull’ approfondimento critico dell’immagine colta e del paesaggio urbano, dentro cui si coglie insieme il fascino delle forme, l’ordine dei decori, la selettività e la messa a fuoco dei particolari, la costante evocativa della vita e della storia.
La selezione alla biblioteca comunale oltre che il bagaglio di esperienze delle piazze laudensi (San Rocco, piazza Duomo, piazza Barzaghi, San Cristoforo, piazza San Lorenzo, Maddalena ecc.) e di quelle italiane ed estere (Piacenza, Crema, Roma, Venezia, Mantova, Costanza, Pontremoli, Fontainebleu, ecc.) disegnate tutte con rigorosa tessitura segnica, rende conto di come le distinzioni dei luoghi si intrinsecano nell’ impianto linguistico delle eaus-forts e delle gravures en maniere de lavis. Conferma, infine, come nell’esercizio consapevole del proprio mestiere l’artista abbia saputo/sappia tenersi lontana dalle vacue decorazioni. La Tresoldi mira all’essenza delle cose nei loro aspetti evidenti e garantisce l’immagine di spazi e architetture dalle incognite del compiacimento decorativo.

La sensibilità estetica che le ‘rappresentazioni’ fanno registrare nel modo linguistico, concorre alla sostanziale unità di un patrimonio di immagini espresso fuori da ogni avanguardia e da ogni accademia. Mollare questo patrimonio nel cassetto (sia pure per ragioni professionali), avrebbe significato farlo uscir di mente. Bene ha fatto dunque la Tresoldi a riportarlo alla visibilità, con una scelta che aiuta il pubblico di casa a riprenderne familiarità con il linguaggio. Le immagini in mostra non forniscono solo un repertorio letterario e illustrativo delle piazze lodigiane e italiane. La Boscaglia vi vedeva il fascino ‘tecnico’ della tessitura. Peculiarità che si avverte ancor oggi: nella elaborazione, nella fusione del segno e nelle citazioni iconografiche della struttura fisica e visiva.

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Paola Mori / La semplicità veicolo di poesia

 

Paola MOri 3La complessità, ci dicono chi frequenta le scienze sociali e la sociologia dell’arte, è caratteristica del mondo contemporaneo, la si trova dentro in ogni manifestazione, quindi anche nella ricerca e nel fare espressivo. Meno male che a questi incroci di fattori e testimonianze, ed anche di dubbi atroci che investono la tecnica e il linguaggio pittorico attualista, c’è ancora chi è allergico (pochi) e vi si sottrae (pochissimi). Paola Mori si è già fatta notare dal pubblico lodigiano più desideroso di conoscere e di sapere: prima come illustratrice delle favole di Calvino, poi come curatrice (insieme altri) di una mostra di architettura, infine come pittrice debuttante con un paio di “avvii” a Lodi e Paullo, dove ha raccolto sorprendenti attenzioni e apprezzabili riscontri critici. Non ha quindi bisogno d’ affidarsi alla parola e di particolari introduzioni in vista della sua prossima personale al Caffé Letterario. Figlia d’arte, architetto progettista da una decina d’anni con studio professionale proprio, illustratrice e pittrice a tempo “perso” (si fa per dire), è una che in arte semplifica, favorisce e agevola la comprensione. La sua è un’ arte ancora in fase sperimentale, ma funziona, senza furbizie e senza proposte che consumano i nervi. La pittura praticata è fresca e veloce, esclude i colori violenti di matrice espressionista, sapientemente mescola disegno, pastelli e colore acrilico in modo attento e curioso, evitando di ammiccare a destra e a sinistra nel mondo dell’illustrazione o in quello della pittura in uso, dell’iconografia tradizionale o della pittura “d’analisi”.

Paola Mori. Paesaggio urbano

Paola Mori. Paesaggio urbano

Naturalmente figurativa, non esercita un genere fatto di luci e ombre, ma di illuminazione diffusa, affidandosi al pigmento che utilizza con tecnica moderna e accenti di musicalità. Di lei non sono le atmosfere, gli effetti prospettici, i rilievi chiaroscurali, le intensità cromatiche o gli attenuamenti di colore a catturare. A creare suggestione sono il bilanciamento garbato di forme e colori, il concentrato di sensibilità e di architetture che libera un’inclinazione personale a coniugare insieme il disegno, l’illustrazione, un po’ di pop, di linearità progettuale, di design e persino un tocco di art street. Il risultato è una composizione descrittivamente vivace, piena di rispetto formale e di approfondimento, a volte anche di elementi decorativi, fisicamente illustrativi, sempre di sicuro equilibrio visivo.
Quella della Mori è una pittura di immaginazione e fantasia, di appeal leggero, fatta con gusto, proporzione ed eleganza, legata ai ricordi, al sogno, al bisogno di raccontare qualcosa di sé. La mostra al Caffé Letterario della Biblioteca Laudense che si inaugura a giorni, non sposterà granché i termini dei precedenti racconti, semmai li amplierà. Nelle opere dell’artista s’incontreranno poche figure umane, solo rare volte gli oggetti. L’attenzione è più orientata sulla natura raggiunta dal fantastico e dalle architetture, voglia sottrarre la pittura alla terminologia che la sta affliggendo.
Figurativa, la sua arte non ha nulla di eclatante, ma salta agli occhi senza ingombrare lo sguardo. Lo accarezza. Suggerisce qualcosa di piacevole, di riposante, di fantastico. Nell’immaginario si coglie il bisogno di avventura. Ogni disegno della Mori è un racconto immaginario, non un sopralluogo rivelatore, ma una illustrazione accumulata in una prospettiva magica, fatta di residui onirici, di abbandoni, di attimi che hanno l’impronta indelebile della poesia. Non è davvero poco.

MORI Paola Disegni, acquerelli, acrilici – Caffè Letterario, via Fanfulla n.3 – Inaugurazione 6 febbraio ore 19 – Fino al 15 febbraio.

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GIANCARLO BONONI E PINO SECCHI : NON E’ BELLO CIO’ CHE E’ UGUALE

 FOTOGRAFIA E PERCEZIONE VISIVA
AL CAFFE’ LETTERARIO DI LODI

 Con il titolo “Percezione visiva”,  Giancarlo Bononi e Pino Secchi, bolognese l’uno e lodigiano l’altro, esporranno una scelta delle rispettive raccolte fotografiche dal 28 marzo al 15 aprile p.v. al Caffé Letterario della Biblioteca Laudense (Lodi, via Fanfulla, 3),  sotto il titolo “Percezione Visiva

GIANACARLO BONONI: "Autoritratto"

GIANACARLO BONONI:
“Autoritratto”

C’è naturalmente grande curiosità per questa mostra, soprattutto per ciò cheBONONI GC Bononi, noto fotografo pubblicitario, di moda e food, conosciuto a livello internazionale per la dimensione artistica di concezione pittorica, con cui da risalto alla figura attraverso il rispetto dei canoni armonici tramandati dalle accademie, e, prima ancora dall’arte greca.
Quella che Bononi comunica non è una semplice suggestione di moduli e proporzioni del corpo umano, ma una rivisitazione della sua rappresentazione classica che tiene sì conto del sistema dei rapporti armonici nell’opera d’arte del Cinquecento, Seicento e Settecento, ma senza che la figura venga sottratta al “filtro mentale” dell’uomo di oggi, ai suoi topos pittorici e letterari. Nato come fotografo di moda e di food, Bononi ha dato immagine a diverse importantBONONI GC 4i campagne pubblicitarie di note case (Telefunken, J&B Wisky, Bondi, Carpeggiani, Majani, Caffarel, ecc); ha collaborato con apprezzabili testate (Vogue, Max, Bazaar Italia, ecc.); ha contribuito a una serie di libri di successo ( Artefood”,  a cura di Cesare Marretti, “Ayrton Senna”, “Come Musica” di Luca Mannori, “Nel cuore del dolce”, “Dolcezze di Sicilia” di Salvatore Farina), ma è soprattutto apprezzato

GIUSEPPE SECCHI: "Autoritratto"

GIUSEPPE SECCHI:
“Autoritratto”

per le foto di quadri di figura in cui l’immagine è concepita come simmetria di elementi visivi: composizione, proporzione, volumi, spazio e luce. Lavori che partono dal presente e restituiscono la suggestione di personaggi e figurazionimagesi della storia dell’arte. In cui l’artista tiene insieme ben congegnati figurazioni della pittura storica e trasfigurazioni legate alle esigenze dell’attualità e della comunicazione visiva.
In Bononi c’è prevalente l’attitudine alla “lettura” della figurazione in chiave mitica e colta, spesso condotta con sottile ironia e gusto del divertimento; alla tendenza a tenere insieme l’aspetto fisico e oggettivo del presente e quello vibrante o velato esercitato dalla suggestione e dalla psiche.
Per intenderci: se da una parte c’è l’ideale di bellezza assoluta, dall’altra c’è laSONY DSC carne, il richiamo dei corpi; c’è la volontà di tenere insieme sentimento e ragione, visione e realtà attraverso pose complesse che riflettono procedimenti tecnici e intellettualistici, in cui fa rientrare tutto il suo virtuosismo creativo e l’artificio del “far di maniera o di pratica” (con si diceva un tempo). Attraverso il medium fotografico l’autore stimola ad andare alle fonti iconografiche pittoriche, ma anche a cogliere ritagli di attualità nei corpi, visi, acconciature, lineamenti, fisionomie, cibi, alimenti, disegni sulla pelle, dileggio e sempliciSONY DSC

Una immagine elaborata del fotografo bolognese

Una immagine elaborata del fotografo bolognese

“cose”, che contribuiscono a fluidificare l’impronta leggendaria della pittura e a comunicare sensazioni transitorie e terrene. Un risveglio insomma per gli occhi assopiti. Un modo per comprendere le cose, valendoci di ciò che i sensi ci dicono di loro, superando la comunicazione verbale e dei libri d’arte.

Giuseppe Secchi è il fotografo lodigiano suo amico che in questi ultimi tempi si è dedicato con impegno a superare una certa “generalizzazione” diffusa dell’immagine fotografica, a praticare concetti percettivi, presentandoDSC_Le spose infedeli bn elaborazioni e configurazioni strutturali “estratte” intellettualmente. Esporrà foto di due tipi: nella parte alta de locale riproporrà quanto presentato alla BPL (“Immagini di un’esistenza “) mentre nella parte bassa del Caffé Letterario esporrà alcune dimostrazioni recenti della sua ricerca presente lavorando su forme non mimetiche (o non sempre tali) dove l’esperienza umana si rispecchia tramite l’espressione visuale e i rapporti spaziali. Un gioco elaborato di configurazioni che si possono denominare in vario modo e che costituiscono un esempio illuminante di astrazione della fotografia tramite l’abile illusionismo introdotto dalla macchina e il distacco dalla realtà.

 

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FRANCO RAZZINI E ALBERTO MARTINENGHI: LONDON TOWN

Una immagine londinese di FRANCO RAZZINI

Una immagine londinese di FRANCO RAZZINI

Quando decide di impossessarsi di un paesaggio o di un momento per farne oggetto di discorso, non è l’attimo che il fotografo privilegia, ma la realtà individuata. Dopo di che – lo sosteneva Ugo Mulas -, tutti gli attimi più o meno si equivalgono. Al fotografo compete solo di individuare una sua realtà, alla macchina quella di registrarla nella sua totalità. London town che Franco Razzini e Alberto Martinenghi propongono alla Biblioteca Laudense è uno specchio che riflette volti, luoghi, ambienti, vita di una grande città, secondo il canone del fotografo che una volta individuata la realtà da rappresentare, riduce l’intervento alle operazioni strumentali. La regola costituisce però solo una delle tante frammentarie argomentazioni con cui la fotografia cerca di dipanare il rapporto che guida la facoltà creativa. All’origine, il solito dilemma: documentare ciò che si vede o raccontare? Scoprire, catturare o emozionare? Non tutti sono filosofi, sociologi, psicologi. Razzini e Martinenghi offrono di Londra una rappresentazione letteraria, in cui prevale l’imponenza del fascino londinese (Buckingham Palace, Piccadilly, i parchi, il Tamigi, la Torre, i luoghi). Un involucro che esclude l’osservazione analitica e problematica, e che ragguaglia in forma addolcita, lontano dal grigio della maggior città del Regno unito.

ALBERTO MARTINENGHI "Londra"

ALBERTO MARTINENGHI
“Londra”

Non secondari i particolari oggettivi. Razzini recupera la Londra di venticinque anni fa. Le belle immagini, frutto della conversione dall’analogico al digitale provengono da una raccolta di diapositive che nel 1995 fornì una mostra analoga. A sua volta, la strumentalità innovativa a disposizione di Martinenghi assicura un profilo che fa valere (e non nasconde) l’evoluzione della macchina e degli obiettivi. Diverso poi l’humus istruttivo colto dai due, a causa delle trasformazioni sociali, culturali, ambientali intervenute nella realtà londinese. Scontata la scaltra perizia tecnica e compositiva, sembra affiori una diversa consapevolezza: in Razzini è forse maggiore la tentazione di superare la barriera costituita dalla macchina; in Martinenghi è affermata l’importanza decisiva dello strumento e persino di un certo modo di riconoscersi in esso. L’interpretazione non è di stile, ma di atmosfere, anche se non sempre chiaramente riconoscibili. L’introiezione di colore per sottrazione, attraverso la conversione in bianco e nero, conferisce distinzione e rende accattivante in entrambi la descrizione delle immagini.

   

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CLAUDIA MARINI. Una giovane artista che osa osare

L'arista lodigiana  di origini trentine  CLAUDIA MARINI

L’arista lodigiana di origini trentine
CLAUDIA MARINI

Dalla fotografia al collage
dal frammento al montaggio
dall’assemblage
alle variazioni sulla tecnica
del rayogramma  all’exprit.

Un “assaggio” della sua opera
si può gustare
alla Libreria Sempreliberi
di Lodi
in attesa della personale al Caffè Letterario
della Biblioteca Laudense

 

Di Claudia Marini artista – fotografa e grafica dai percorsi creativi sottoposti a metodi di ricerca – si conosce poco oltre all’essenziale. Da tempo la trentaquattrenne creativa lodigiana (di origini trentine)  tiene insieme ricerche parallele e convergenti al confino tra pittura, texture, grafica d’arte e applicata, collage, con relativi passaggi all’ambiente, alla fotografia creativa e alla pubblicità. Recenti mostre hanno fatto perdere le tracce legate alla formazione (diploma artistico al Munari di Crema, grafica e pittura londinese, specializzazione grafica a Brera). Soprattutto il passaggio dalla fotografia di orientamento sociale, dove la pratica del “ritaglio” contribuiva a creare un pathos simbolico e concettuale,   al recente  collage di carte precedentemente incise, dipinte, fotografate.  Un passaggio che l’ha caratterizzata per i cromatismi e i richiami orientalizzanti e per il ricorso a inglesismi nominali (Bunchy, grappolo, Noodies, tagliatelle, Spore, spora, cellule di riproduzione). Un vezzo – quello degli inglesismi –  che forse potrebbe risparmiarsi, perché non aggiunge nulla di “in” alle peculiarità di una ricerca fatta di vibrante intrusione di colori in movimento, di oscillazioni formali e di intrichi coreografici – una vera danza di pattern –  giocati dall’artista con libertà e fantasia, e sempre ricondotti ad una ordinata decoratività.  Lucia Grassiccia, che cura testi critici per alcune associazioni e gallerie (es. The White Gallery, dove la Marini ha esposto nel 2012) e per “Artribune”, dal suo personale punto di osservazione, ha colto nell’arte della Marini “un senso di leggerezza e armonia, un tempo interrotto in cui la contemplazione è un invito”. Facile, allora, andare all’opera di Hiromi Masuda, famoso autore di bolle di vetro, straordinarie per bellezza, ma anche per qualcosa di più profondo, di note che compongono melodie con ritmi sempre originali.  E’ quanto cerca e crea l’artista lodigiana?
Accanto alle ricerche che proseguono sulla scia delle innovazioni tecniche e formali – di quelle introdotte dalle avanguardie storiche e di quelle di tendenze diverse che negli ultimi decenni sono state caratterizzate da una visione articolata del rapporto oscillante tra riproposizioni innovative, fino ai recuperi e alle coniugazioni di maniera nuova – si collocano gli assemblaggi di carte multiple cromatiche della Marini, una vera esplosione di cromatismi, di suggestioni armoniose, quasi euforiche, ma anche di contrasti – accennati con discrezione – tra forme complete e appena iniziate, che si articolano e convergono trattenute da una sorta di elettromagnete.

Una pregustazione di quel che l’artista ha in programma di esporre prossimamente al Caffè Letterario della Biblioteca Laudense è possibile vederla in questi giorni alla Libreria Sempreliberi, dove vengono proposte immagini divise su tre fogli da “sembrare” il risultato di figurazioni corrispondenti, che in realtà non lo sono. A parte l’intenzione originaria, conta il modus operandi, affidato a tecniche di composizione imparentate con quelle manifatturiere, in cui l’artista manipola i materiali senza un intento precipuamente estetico. La Marini affronta, per ora, un’arte monotematica, anche perché essa coincide con il suo momento di maggiore interesse tecnico-elaborativo di cui si serve. I risultati non hanno contenuto letterario. Si distinguono, da tanta produzione corrente locale, per la complementarietà tra immagine e decorazione, tra platter ed effetto ottico, tra sviluppo, intreccio e variazioni sullo stesso tema. Non hanno retroterra simbolico, metaforico o rappresentativo. Fanno pensare a un Julio Gonzales. lo scultore  che dichiarava di sezionare un quadro e distribuire i pezzi nello spaio, visto che in definitiva i colori non sono altro che indicazioni di prospettive differenti, di piani inclinati da una parte o dall’altra.
La manualità specializzata (e istruita) della Marini esalta la scelta del fare artistico, la possibilità cioè di conferire dimensione poetica a materiali tutto sommato poveri (aggiunte di carta ritagliata da matrici diverse), realizzando lenzuola o piccole tele (come quelle alla Libreria Sempreliberi)  con l’accostamento di frammenti tagliati e incollati per cui l’opera può puntare o su un aspetto di suggestione ( narrativa) oppure sulla composizione e sul ritmo, come un quadro astratto. E’ insomma un’arte che nega la manualità istruita della pittura e la sua mistica del tocco, mentre esalta l’essenza del fare, la scelta di conferire significato e dimensione poetica collegata a una temporalità e al materiale. I risultati raggiunti sono strutturalmente convincenti. Come già nella fotografia, ciò che la Marini fa emergere è il controllo dell’immagine. L’intervento non si riduce all’occasionale ma  a dare vita a rappresentazioni “legate da un collante narrativo”, magari semplicemente ottico. Può sembrare un divertimento ma lo dice lunga sul rovesciamento che l’artista introduce nella relazione con l’immagine finale. Per dirla con Scianna, non più immagini del mondo o immagini di noi stessi, ma immagini (figurazioni) al posto del mondo, immagini al posto di noi stessi.

 

 

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LA CREATIVITA’ de “GLI SCOMPOSTI” alla BIBLIOTECA LAUDENSE

Cos’è quest’arte artigianalmente realizzata attraverso intarsi di legno compensato e dipinto? Semplice bricolage? Manifestazione hobbystica? Niente di ciò, o forse una cosa sì, quella che ha dato valore a un progetto particolare, quasi impensabile, avviato cinque anni fa ad opera della coop Il Mosaico e del Centro Diurno Disabili di Villa Idea, che ha prodotto la virtuosa contaminazione tra lavoro artigiano e handicap.
La Biblioteca Laudense ospita una esposizione che non costringe all’ottica del talento. “Gli Scomposti” non richiedono uno schema di lettura estetico. Anche se il buon gusto c’è e si vede, rimane fuori dalla loro mostra la retorica del talento, il luogo comune che prevede che solo chi dispone di un quid di “risorse specifiche” (mettiamola così) può dedicarsi alle attività espressive. Le opere (che raccomandiamo vivamente di vedere) ribaltano tutti i giochi, le definizioni e le versioni. L’ espressività che i disabili di Villa Igea mostrano nei loro assemblaggi è di natura personale e di sapere artigiano. E’ una conoscenza chiamata a maturare col tempo e sul campo. Non è rivolta solo a imparare dei movimenti, ma a sentire d’ essere nel giusto durante la loro esecuzione. “Gli Scomposti” sono un tentativo (riuscito) di dare risposta a dei quesiti problematici: “Come conciliare un alto livello di partecipazione della persona gravemente disabile nella realizzazione di un manufatto ed una sincera gratificazione sociale?Quanto può metterci di “suo” una persona gravemente disabile in un manufatto e far sì che il risultato finale sia tecnicamente ed esteticamente apprezzato dalla società?”
Partendo da queste domande è nato in laboratorio il progetto “Quadri di Legno” con l’intento di sperimentare una semplice tecnica: la scomposizione ed il riassemblaggio. Ovviamente con il dovuto supporto tecnico e di facilitazione alle persone disabili da permettere loro un livello di partecipazione alla realizzazione dei manufatti artistici.
Dei lavori esposti ne citiamo alcuni: Civetta capo grosso (di Gaia Voltan e Paolo GIberti), Vita notturna (di Alessandro Bonvicini e Andrea Vailati, Pulmino di Pietro Ferrari, Il delfino al tramonto migra di Davide Marchetti, Il grido, La strega che piange di Eleonora Guaitamacchi, Un viaggio di Paolo Ferrari, Accordi e disacccordi di Gaia Voltan e Pietro Ferrari, Dromedario tranquillo di Davide Marchetti, Raccolta di Paolo Giberti, La terra di Alessandro Bonvicini, eccetera.
Si tratta di risultati apprezzabili che instaurano una particolare intimità con gli autori, una relazione di sensibilità che permette di cogliere le differenze della materia con si confrontano. Solo un “apprendistato” anche di chi è fruitore può favorire la comprensione di una creatività (guidata) che può diventare elemento propulsore – non in senso diagnostico o nosografico o terapeutico -, di semplice condivisione di un “plus” ottenuto da una condizione difettuale.
L’esposizione mira pertanto a creare i presupposti per un confronto tra autori e territorio, attraverso gli incontri informali e conversazioni. Così, se un primo obiettivo è stato quello di favorire la partecipazione della persona disabile nella realizzazione di un manufatto, l’esposizione dei risultati alla Biblioteca Laudense, è veicolo per favorire una compartecipazione civica dalla quale la persona disabile è spesso esclusa.

 

Quadri di legno Gli Scomposti alla Biblioteca Laudense, Via Solferino 72 Orari dal 5 al 13 Settembre lunedì, martedì, giovedì, venerdì, sabato 8.30-12.30 mercoledì 8.30-17.30 Orari dal 15 al 23 Settembre martedì, giovedì, venerdì 13.30-18.30 mercoledì e sabato 8.30-17.30. Prossima Conversazioei con gli Autori mMercoledi 17 Settembre dalle 10.30 alle 12.00 presso il Caffè Letterario in Via Fanfulla 3, Lodi

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ALBERTO MARTINENGHI, la fotografia come mezzo di espressione

 

ALBERTO M ARTINENGHI

ALBERTO M ARTINENGHI

Alberto Martinenghi, è sulla breccia da alcune decine d’anni. Molti lo conoscono per l’interesse dedicato alla fotografia naturalista, con la quale ha realizzato un paio di volumi di fotografie. La concentrazione degli scatti fa cogliere l’ ordinata varietà della natura (fauna e flora), e lo specialista dell’immagine che conferma (se ce ne fosse ancora bisogno) come la fotografia può essere (è) uno straordinario strumento di conoscenza e di comunicazione.Martinenghi fotografo si è praticamente costruito da sé, da quando giovanissimo gli misero in mano una “viennese”, una Voigtlander, e lui iniziò a “cliccare” fino a padroneggiarne la tecnica; e, più tardi, imparò a servirsene e insieme a difendersi. Grazie a “Calicantus” che lo ha promosso con“Note invernali”, i lodigiani hanno preso confidenza con una serie di sue articolazioni iconiche.. Ma nel suo portfolio illustrativo e promozionale sono diversi comunque i temi affrontati. Riguardano i cubi del Data Center pavese di Eni Green, le istantanee di un concerto di Cocciante (Il gobbo di Nostre Dame), un reportage dall’Umbria e uno sui paesaggi fluviali, un concorso di body painting, una serie di ritratti di amici artisti: Secchi, Ferri, Razzini, Manca, Quadraroli eccetera. Questo autunno Martinenghi ha in programma una mostra con Franco Razzini alla Biblioteca Laudense: “London Town”: per Razzini sarà il replay della mostra di successo di una ventina di anni fa, per Martinenghi un esame e l’occasione di una verifica, un modo per lasciarsi alle spalle la fotografia naturalista e farsi riconoscere con il proprio marchio personale su altre immagini di altri soggetti.
Diciamolo: fotografare, oggi, è una cosa seria. L’evoluzione tecnica ha portato il prodotto a un livello che fino a ieri non si sarebbe potuto immaginare. La scatoletta coi suoi magici brevetti di automazione e digitalizzazione, imprigionata nello slogan egoista della civiltà dei consumi toglie dignità estetica all’intelligenza, esalta alla pigrizia intellettuale e all’apatia della ricerca. Per recuperare la dignità della creazione di cui essa è tramite alla pari di altri mezzi espressivi, richiede all’utilizzatore scelte culturali, di approfondimento, di lasciarsi prendere dall’ansia silenziosa della creazione.

ALBERTO MARTINENGHI: "Serenata", 2014

ALBERTO MARTINENGHI: “Serenata”, 2014

Nel curriculum di Martinenghi non c’è niente di inconsueto, niente di particolare, niente di improvvisato nelle operazioni. C’è forse qualche eccesso di pignoleria tecnica, nell’uso ottimale ch’egli fa degli strumenti.
Le esuberanze nella cura tecnica a volte ingabbiano la fantasia, non liberano l’immagine mentale ma quella presa in prestito dalla natura. Permettono fotografie ineccepibili, di qualità anche elevata che fermano lo sguardo su oggetti di per sé belli. Ma una bella immagine della cosa bella non distingue il “linguaggio” di un fotografo. Non occorre che l’oggetto sia bello perché sia bella una buona fotografia. Il possesso delle sole potenzialità espressive del mezzo (comune a molti bravi fotografi naturalisti) aggioga a ricercare immagini che anche se diverse sembrano poi tutte uguali. Che conservano l’evento nel tempo ma non partecipano ai processi evolutivi del linguaggio e del gusto, della poesia e della creatività estetica.
Dopo avere riservato interesse e passione agli abitanti della natura e alla natura stessa, Martinenghi ha sentito che era giusto spostare l’attenzione su tematiche diverse e quindi adottare un linguaggio diverso. Sostanzialmente, praticare una fotografia meno condizionata.
London Town con cui egli si metterà in mostra questo autunno alla Laudense dirà se vi è riuscito o vi sta riuscendo. E in quale misura Se la scelta di combinare la qualità della sua Canon con il senso della forma e dello stato d’animo, lo ha risolutamente spostato verso l’espressione. Da averlo tenuto lontano dall’ imponenza: il castello, i teatri, il ponte sul Tamigi, i palazzi vittoriani. Ma anche dagli effetti di Piccadilly, dalle nevrosi di “The Plaza”, dal turismo di Portobello, dal folcklore di Carnaby Street… permettendogli di liberare uno sforzo originale di comprensione della realtà. Spia di un diverso atteggiamento estetico rispetto alle scelte passate.

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MONTICO AL CAFFE’ LETTERARIO DI LODI, L’ARTE FUORI DAGLI SCHEMI

Un lavoro (non recente) di Gigi Montino

Un lavoro (non recente) di Gigi Montino

Con una scelta di lavori leggeri, recenti e meno, Gigi Monticone (in arte Montico) entra in repertorio al Caffé Letterario della Biblioteca Laudense. Una scelta intelligente, segno che il viaggio dell’artista di Dovera continua. Eclettico, estroso o forse più semplicemente geniale, avendo ormai cancellato ogni ismo e formalismo per volare libero, elaborando un’arte che sembra non riconoscere limiti concettuali. Da artista moderno, anzi contemporaneo, Montico fa vedere da pittore ( attraverso colore, segno, macchie, figurazioni) l’efficacia della propria espressività. Senza tralasciare le altre forme di comunicazione. Che possono essere strutture interattive, materiali di recupero, materiali e oggetti riciclati, “nobilitati”, per dirla con Guido Oldani e Amedeo Anelli, attraverso interventi alchemici di sicuro impatto emotivo. Il suo percorso d’artista è un viaggio condotto all’interno della ricerca artistica anni ’70 dagli sviluppi di carattere esistenziale-fenomenico legati a diversi percorsi ed esperienze, senza cadere nella “militanza”.
“Le mie attenzioni quasi mai fuoriescono da un’area esistenziale di sognante intimismo, aperta a influssi di coscienza, a slanci onirici e a suggestioni di tipo filosofico, ha dichiarato Montico.. A questo si

(IL CITTADINI, sabato 5 luglio 2014)

(IL CITTADINI, sabato 5 luglio 2014)

accompagna un costante mio desiderio di verifica soprattutto formale anche se poco mi importa di sapere chi sono e come mi colloco nel panorama delle correnti estetiche di oggi. Quando mi capita di esser messo sotto un’etichetta o di essere classificato istintivamente mi ribello perchè mi sembra di esservi imprigionato. Credo di esprimere un messaggio contemporaneo, che porta vivo e testimoniante il sigillo della nostra complessa epoca: questa è la ragione in forza della quale cerco di entrare nel cuore e nella mente dei miei amici, estimatori, sostenitori“. Le mostre recenti al Cesaris di Casalpusterlengo, alla Casa di Riposo di Pandino, a Milano e al Rotary di Melegnano, hanno confermato questa sua limpidità di pensiero. Una schiettezza intellettuale che i visitatori del Caffè Letterario non faticheranno a riconoscergli. Naturalmente, insieme alle qualità del suo linguaggio.
Montico non è uno che alzi il polverone dell’ impegno sugli sterminati campi della vanità intellettuale. Ma il suo impegno c’è ed è ben visibile. Rivolto a testimoniare, attraverso gli elementi poveri, un atto di riconoscimento all’umano, guardato con simpatia e fiducia.
Immagini, mode, atteggiamenti anziché intrappolarlo come artista, stimolano le sue capacità di selezionare e ritrasmettere, suscitando una sorta di sete visiva intima, schioccante che occupa limpidamente l’occhio.
Multiforme ed eteroclita egli si conferma interprete di una avventura linguistica che, iniziata tanti decenni fa, non è stata mai abbandonato. Nella sua arte non si rintracciano invenzioni temerarie, particolari tensioni o rotture. Con gusto poetico, lirico e ostinato, i suoi lavori parlano di pietas, materia, memoria, consumo, maschere… C’è però anche in essi la capacità di vedere la poesia in certi passaggi obbligati. Con ciò Montico restituisce alle cose “tradite” la parola, il richiamo. Magari anche qualche cenno barocco, adoperato per tradurre certe percezioni accumulate nell’invenzione.

 

Opere di Pierluigi Montico:-.Caffé Letterario, Biblioteca Laudense, Lodi, aperto tutti giorni dalle ore 08.00 alle 23.00 (nei giorni e negli orari di chiusura della Biblioteca l’accesso è possibile esclusivamente da via Fanfulla) Inaugurazione sabato 14 giugno, ore 18..

 

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I MONOTIPI DI MARCO UGGE’ AL CAFFE’ LETTERARIO

Marco Uggè, Monotipo, 30x18

Marco Uggè, Monotipo, 30×18

Comunemente si dice:“ Da non perdere”. E allora, diciamo che il Caffè Letterario, appena inaugurato alla Biblioteca Laudense, da visibilità a un pugno di lavori del lodigiano Marco Uggé, classe 1961, pittore, scultore plastico e grafico di convincente esperienza, noto più per la sua riluttanza a mettersi in mostra, quindi per essere un artista atipico rispetto a tanti suoi colleghi locali. I suoi monotipi, perché con tale tecnica ha realizzato i manufatti esposti, non solo abbelliscono e danno tono al locale, ma strizzano l’occhio al visitatore che è quasi impossibile farseli scappare. Escono dagli archivi personali dell’ artista sempre molto attento a non concedersi al “già visto”; e fanno, con la forza del segno e della materia, da cammeo in un ambiente color gesso, saldando l’ incontro tra avventore e punto di ritrovo, tra caffé e scambio di idee, creando quella giusta atmosfera dove ci si può raccontare la nostra storia.
Il monotipo non è una tecnica incisoria. Consiste nell’intervenire direttamente su una lastra, usando sostanze e inchiostranti, agendo anche per sottrazione. E’ un procedimento vecchio, utilizzato da G.B. Castiglione, di cui si son serviti gli incisori lombardi del secondo Ottocento e che Uggé ha recuperato con grande perizia per ottenere ordinariamente “stampe” di un solo esemplare. Nei suoi fogli si ritrovano, in parte, i risultati già presenti in pittura, quelli affidati alla decostruzione dell’immagine attraverso l’utilizzo di cere, polveri, gessi, terre, fino a far balenare la luce.
Uggé non faceva sapere della sua attività artistica da cinque anni almeno, dalla bella mostra che Alessandro Beltrami e Giorgio gli organizzarono alla galleria Zero Otto in corso Adda. L’attuale pugno di lavori non solo da tono al Caffé Letterario ma sono l’occasione per ritrovare la sua storia d’artista, uno dei rarissimi che a Lodi ha saputo mettere nella propria attività una processualità liberatoria ed espressiva fatta di unicità percettive e di momenti lirici, di silenzi e di visioni coltivate di luce di essenzialità profonda.
L’artista, lo ha dichiarato, non ama lastre perfette. Già questo la dice lunga sulle procedure che adotta. Le lavora a secco. Le sottopone a “cure daMarco Uggé Monotipo 2, 18x24 cavallo”. Come Munch, appunto. Punta ad arricchirle di segni, di irregolarità, di effetti. Tutto ciò conferisce alla lastra valenza estetica. Solo dopo gli interviene lavorando sull’immagine. Il monotipo, lo dice la parola stessa, è una tecnica unica. Uniche sono anche le storie che i suoi fogli raccontano.
Autodidatta, di grande esperienza (fatta di esame, sperimentazione e consapevolezza) egli riafferma nei suoi lavori l’azione che corre tra volontà espressiva e tecnica d’espressione. Al Caffé Letterario sono (per ora) sono poche ma eloquenti opere. Comunque “da non perdere”. L’ auspicio è di vedere di lui qualcosa di più esteso e completo, in grado di esaltare ciò che c’è dietro. I suoi fogli, i suoi monotipi, non sono frutto del “caso”. Anche se questo, ovviamente, può non mancare. Hanno dietro sé prove e ri-prove, un lungo lavoro. L’’immagine è fissata solo quando essa corrisponde all’ idea di partenza.
L’arte di Marco Uggé non si può descrivere, è da vedere. Non si presta alla “spiegazione”. “Dentro” si possono immaginare tante presenze, in relazione diretta col proprio gusto, occhio, esperienza, sensibilità e cultura. L’apprezzamento è comunicato da una sorta di tu per tu con l’ “essenza” oggettuale e “spirituale”.

  Marco Uggé, Monotipi. Caffé Letterario, Biblioteca Laudense, Lodi, aperto tutti giorni dalle ore 08.00 alle 23.00 (nei giorni e negli orari di chiusura della Biblioteca l’accesso è possibile esclusivamente da via Fanfulla).

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I TURBOSAFARY ALLA BIBLIOTECA LAUDENSE

I Turbosafary al lavoro

I Turbosafary al lavoro

Turbosafary con l’esibizione dei quali è stato inaugurato lo spazio espositivo del Caffé Letterario all’interno della Biblioteca Laudense è un composito gruppo di cinque giovani milanesi che da qualche tempo si sta facendo notare (in Italia e all’estero) attraverso una serie di murales, pièces, progress, street art, installazioni, videomapping, NuFormer e altre esibizioni performative.
La personale del gruppo, titolata “TBR 6326”, che come la denominazione del collettivo e i nomi di fantasia degli artisti (Acca, Dilen, Cripsta, Est Her, Tybet) la dice lunga sulla decisione di rompere con gli schemi della tradizione. L’esibizione è un seguito della precedente “Miscellaneous” dedicata a il “gradiente”. L’obiettivo, – offrire “un safari di colori”, di “sovrapposizioni grafiche” e di “stimoli sensoriali” -, ha trovato pronta risonanza nel gruppo “limbuto” anch’esso schierato sul fronte della “contaminazione” fra l’immaginario e il sentire contemporaneo.
Ai Turbosafari non fa difetto certo la fantasia, la creatività tecnica e la capacità immaginativa. Si destreggiano con figurazioni d’effetto, in cui ognuno, nella sarabanda di colori e di graphiche mantiene un proprio stile personale. Elementi cromatici e sfumature riunite a immagini umane, geometrie, natura e visioni vengono dal collettivo sfruttati secondo una linea progettuale che di volta in volta affronta temi sociali o tematiche leggere o superficiali, e comunque li sviluppa estrosamente attraverso travestimenti, maschere e simbolismi, spaziando tra territori onirici e meccanismi del presente, con un linguaggio decisamente “sopra le righe”.
Alcuni di questi grafici si sono già conquistati l’interesse del pubblico con iniziative a Osimo, Lisbona, Ravenna ecc., attraverso personalissimi contributi, in cui non manca mai di evidenziarsi il profilo “mentale”, l’intreccio quasi ossessivo di volti deformati e di animali, condotto non si sa bene se per gioco, emotività o scelta riflessiva.
Acca, Dilen, Cripsta, Est Her, Tybet sono tutti laureati della Naba (Nuova Accademia dei Belle Arti), che a Milano non è solo una scuola ma un centro artistico e culturale fortemente avviato alla sperimentazione e a una formazione volta a integrare ricerca e produzione. I cinque sembrano trovarsi a proprio agio nel creare collegamenti fluidi tra le rispettive pratiche dalle mille sfaccettature, mettendo insieme graphic design, tecniche performative, street art (arte di strada o alte urbana, da non confondere con i graffiti), servendosi di tecniche espressive e comunicative diverse ottenendo risultati di grande impatto, come appunto l’esibizione al Palazzo dei Filippini.
Nell’attuale fase del percorso delle arti visive, seguito al Pop si è in presenza di una frantumazione e proliferazione di stili che possono suggerire una inebriante impressione di democrazia o sembrare incerti e confusi. Nella loro breve carriera post-laurea i Turbosafary hanno rivelato di avere saltato i confini fra generi e di utilizzare al meglio una gamma di linguaggi e di tecniche. Nelle loro produzioni si combinano stili individuali, media e materiali: disegno, pittura, artigianato, fotografia, video, performance ecc. A conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, di quanto sosteneva la Antin. E cioè che “Tutte le opere sono macchine concettuali”, e, ancora, che “tutta l’arte esiste nella mente”.
TBR 6326” alla Biblioteca Laudense è un lavoro collettivo di buona fattura, uno shaker da cocktail ultima generazione. La mostra è completata dall’intervento di Perpetua Edizioni – che si occupa della stampa serigrafica dei Turbosafary

 

 

 

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