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CORRADO NINZOTTI : 20 SGUARDI VIVI AD ACQUANEGRA

Corrado Ninzotti _un_fotografo_al_meseaCi sono posti in cui si entra di fretta per necessità e con impazienza si esce. In generale sono gli uffici pubblici. Gilla Stagno, responsabile della commissione cultura del Comune di Acquanegra, già lo scorso anno aveva trasformato alcuni locali del Municipio a Villa Anselmi, in location per esposizioni, “acchiappando” l’interesse dei cremonesi e quello dei confinanti del Basso lodigiano.
Considerando che con “Un artista al mese” l’obiettivo era stato “centrato” con successo, l’assessora lo ha rilanciato con un nuovo programma dedicato a ‘Un fotografo al mese’.
Corrado Ninzotti, cremonese, è il primo ospite quest’anno di Villa Anselmi, dove rimarrà esposto fino al 30 giugno (lunedì – sabato, 9 – 13, ingresso libero). Dopo di lui saranno Antonio Scolari (fotografo naturalista e di popoli), Federico Zovadelli (professionista che ha pubblicato su Repubblica, il Corriere ecc.), Fabio De Gennaro (fotografo naturalista), Enrico Madini (medico e istruttore subacque) e i meno noti Mattia Lanzi e Federico Rebecchi.
I 20 “sguardi” di Ninzotti rivelano le qualità proprie delle immagini e informano che l’ autore ha spostato l’obiettivo sul volto umano. Ha cioè ripreso il gusto di colpire il cuore. Prima d’ora, si era fatto notare per l’ attenzione che riversava su forme esperimentali, o “creative”. Superati di poco i cinquanta ora egli è tornato a un modello di realismo espressivo (peraltro mai del tutto abbandonato), che restituisce ai scatti immediatezza descrittiva, qualità, nuovi sentimenti.
Dopo le “macro”, le doppie esposizioni, le forme “alternative”, i reportage, Ninzotti è tornato al piacere del ritratto, recuperando dal proprio archivio personale scatti intriganti, che danno spazio al volto e non al corpo.
Impegnato nel settore grafico, attualmente dedito a portare a compimento il progetto “Arti e mestieri”, ad Acquanegra espone una ventina di stampe in bianco e nero e a colori. Sono facce, espressioni, sguardi, fisionomie “catturate” durante i numerosi viaggi, e che portano in evidenza con la qualità delle immagini una umanità senza razze, né età né religioni: un mondo che sorprende con l’intensità degli sguardi. Ninzotti ferma l’obiettivo sull’ espressione dell’occhio, e coglie l’unicità di ognuno.

 “Un fotografo al mese” – Villa Anselmi – Comune di Acquanegra – Fino al 30 giugno 2016. Visitabile dal lunedì al sabato dalle ore 9,00 alle ore 13,00.
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“Alfabeti”, un meta-racconto di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti a San Donato M.

Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

“Alfabeti”, la mostra di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti Mogol, inaugurata sabato alla Galleria d’Arte Contemporanea Guidi a Cascina Roma a San Donato Milanese (piazza delle Arti, 2) è una esposizione che i cultori dell’arte contemporanea faranno bene a non trascurare. Non perché Rapetti Mogol è “figlio d’arte” e Colin è l’art director del Corriere della Sera che ha progettato La Lettura, ma perché affrontano tematiche di attualità e d’interesse. Nelle opere tengono insieme scrittura e liquidità, brandelli di colore e carta stampata, foto e scrittura figurata, grafia e pittura, sistematicità e poesia per gli occhi. Danno significato alto alla fusione di forma e contenuto. Parlano di sedimentazione del vedere, del tempo, della memoria. Il loro alfabeto è d’avanguardia. Di un’altra avanguardia. Fino a poco tempo fa ignorata da una modernità troppo frettolosa e distratta.
Colin e Rapetti sviluppano un discorso rigorosamente culturale sui rischi dei “linguaggi troppo brevi e troppo veloci”. Ma nelle sale ci si rende conto anche di come parola e immagine possono crescere insieme, per metafora o per gioco, indipendentemente dal significato. Gli alfabeti dei due artisti non sono l’abbiccì con cui a scuola si insegnava a leggere con ordine e profitto. Estensivamente, l’abbecedario vuole far cogliere il senso e il significato del linguaggio e dell’espressione e la “velocità” con cui si alternano.

Alfredo Rapetti Mogol

Alfredo Rapetti Mogol

Rapetti lo fa attraverso una campionatura di tele e fogli saturi di scritture e di inchiostro trasparente e corsivo, con sovrapposizioni e tecniche diverse. Colin – voce originale e autonoma nel panorama artistico italiano -, mostrando uno “spirito d’archeologo”, prelevando segni, parole e immagini per dare razionalità produttiva alla interpretazione. Il concetto di “composizione” ha una posto centrale nel suo operato.
Già con la mostra di venti anni fa all’Arengario (Presente storico) documentò momenti di tragedia e momenti leggeri, spostando la lente d’ingrandimento sulla “memoria storica”, bussola per districarsi su dove dirigersi. Sessantenne, il podernonese ha una spiccata attenzione per le immagini fotografiche che pulisce, smonta, unisce, evidenzia, stratifica. Una decina d’anni fa propose la “rivisitazione” di una serie di quadri celebri per denunciare la “menzogna” dell’arte. Attraverso la metafora picassiana. Oggi racconta il punto in cui siamo: “persi” a causa della “assuefazione del guardare”. In

Un lavoro di Gianluigi Colin

Un lavoro di Gianluigi Colin

costante relazione con il pubblico Colin sembra concentrato a certificare la memoria individuale e la memoria collettiva attraverso la narrazione del potere, la leggerezza del calcio, i manifesti dei politici, i fatti di costume e la moda (ciclo Liturgie). Nel ciclo Mitografie sono invece le icone e gli eventi del presente ad essere selezionati in quell’oceano che i mezzi di comunicazione di massa esibiscono senza interruzioni ogni giorno.
MOGOL !Rapetti Mogol sperimenta molteplici direzioni: segni, tracce graffiti, coniugati con visualizzazioni mentali e psicologiche possono persino dar forma a una poetica “conciliare”. Il segno – come impronta traccia scrittura -, ha evidenza preponderante, mentre le “stesure” (calligrafie, grafismi e colori) derivano da acetati, inchiostri, legni, carte, tele, cemento. Il carattere è a volte sperimentale, altre volte può essere quello  di un immaginista del secolo scorso. Dal punto di vista visivo le opere scoprono la mobilità delle parole e i mutamenti dei caratteri; mostrano valenze misteriose, poetiche, segniche intriganti. Stanno al crocevia del linguaggio scritto e di quello dipinto, in cui mescolano per motivi didattici sia scritture, sia segni ideografici, sia gesti che segni sillabici. Creano pagine assai vicine alle attività della poesia visiva. Di alcune operazioni è forse inutile cercare il senso. Rapelli si affida più alle “forme delle parole” e al segno per rendere affascinante la rappresentazione personale.

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ENRICO DELLA TORRE / 85mo COMPLEANNO, 70 anni di MOSTRE

DELLA TORRE 1

DUE MOSTRE LO FESTEGGIANO: A CEMABBIO (VARESE)
E ALLA GALLERIA MARINI A MILANO

Allievo di Borra e Funi a Brera negli anni a scavalco tra ’40 e ‘50, Enrico Della Torre è cresciuto come artista singolare. Intendendo per singolare l’artista raro e inconfondibile per percorso e per linguaggio. Tanto per intenderci: uno che obbliga a riandare a Roland Barthes o a Italo Calvino se si vuole indagare il suo racconto visivo.
Della Torre è partito figurativo, liberatosi poi in immagini di fantasia di tutte le combinazioni possibili, fatte di astratta sintesi e sensibilità poetica. Fuori e senza i disagi degli ismi.
Nativo di Pizzighettone, dove l’Adda divide le terre alaudensi da quelle cremonesi e fornisce una natura fatta di geometrie, luce, avifauna, acque, pioppeti, colture, nebbie – l’ esatta misura per lui e per la sua sensibilità di poeta – ha tenuto attivo fino ai primi anni ‘90 un proprio atelier.
Nell’approfondimento analitico della sua arte la natura della Bassa abduana ha significato molto per Della Torre, è stata quasi un accompagnamento dell’esperienza artistica: la si trova infatti disseminata con intensità e continuità d’esercizio in pitture e grafiche. Il 26 giugno Della Torre compie gli 85 anni e 70 li compie la sua carriera espositiva, partita nel 1956 alla galleria dell’Ariete a Milano. A festeggiarlo due mostre: una a Comabbio in provincia di Varese , dove fino al 6 giugno sono esposte sette acqueforti ispirate al poeta gradese Biagio Marin e una quarantina di collage, l’altra alla galleria Marini a Milano, dove fino al 2 luglio si possono vedere oli, pastelli, grafiche.
Pittore figurativo? O astratto? E’ la domanda che abitualmente accompagna ogni esposizione di Della Torre . CheDELLA TORRE - Pizzighettone ancora regge se ci si interroga tra figurazione e astrazione, tra ordine geometrico e forme sorgive e segniche, sulle parti che in lui si scambiano incessantemente, nella continua metamorfosi e dialettica dei significati. Segno che per intensità, densità e – insieme – leggerezza l’arte di Della Torre regge perfettamente contro il groviglio attualista. In lui l’’immagine e la forma astratta sono simbolo di una realtà integrale, in cui si fondono sensazione e idea, logica chiarezza e inconscio, rappresentazione e invenzione, preveggenza e memoria. In Della Torre un filo misterioso tiene insieme i nutrimenti di Klee, Matisse, Hokusai e la moralità morandiana. Curiosamente lo stesso filo motiva la sua ampia presenza in musei e collezioni pubbliche. E pure la fama europea raggiunta attraverso la serie di mostre personali tenute con successo a Francoforte, Hattingen, BIelefeld, Lugano, Haus, Bellinzona, Diessen am Ammersee, Berlino, ecc.
Nel susseguirsi di personali e collettive anche i lodigiani e i sudmilanese possono recuperare i diversi momenti delle sue trasfigurazioni poetiche e astrazioni: la mostra “La fantasia della natura”, organizzata da Tino Gipponi al Museo Civico di Lodi (1984), quella degli Amici della Grafica di Casalpusterlengo alla Pusterla (1986), degli Amici del Castello al Mediceo di Melegnano (1985), le personali alla Biblioteca comunale di Cassano d’Adda (1986), al Centro Culturale di Pizzighettone (1992), da Bramati Arte a Vaprio d’Adda (1995 e 2000), oltre le edizioni con incisioni originali come quelle curate dal poeta lodigiano Sandro Boccardi (“La tempora”, Scheiwiller), dal critico graffignanino Elda Fezzi insieme a Roberto Tassi (“Della Torre incisioni, dipinti”, Centofiorini), da Tino Gipponi (“Protagonisti di una amicizia ideale, Lodilibri) eccetera.
Nelle mostre in corso si coglie come Della Torre ha raggiunto la fusione dell’immagine spontanea e primaria con la più colta e calibrata struttura stilistica; come grafica e pittura nascono con il flusso della sua vitalità poetica, con la genesi e la trasformazione delle sue idee, delle sue sensazioni, delle sue emozioni.

 

 

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Gino Carrera: la pulsione alla vita e al piacere e la pulsione alla morte

La recente mostra al “Soave” a cura dell’associazione culturale Il Dodo, della Pro Loco e del Comune di Codogno di un nucleo di oli e grafiche di Gino Carrera, provenienti dalle collezioni private di Carlo Emilio e Gianteresio Bignami, ha avuto il merito di aver riposizionato l’attenzione su uno dei maggiori artisti alaudensi del dopoguerra, uno dei CARRERA Il ragionierepochi che ha rappresentato il lodigiano in giro per il mondo, e l’unico che ha saputo tenersi legato alle proprie radici contadine e “bassaiole”. L’arte di Carrera ha fatto i conti con queste radici: nodose sino allo spasimo nel recupero delle visioni e dei ricordi; spesso incattivite nelle deformazioni, eppure umanissime; quasi dolci nei timbri di ordine poetico. Sono esse che danno il senso dei suoi quadri, delle sue acqueforti e acquetinte e disegni. Che hanno aggiunto capacità artistica dicotomica: da un lato una grafica dai sapori felliniani; dall’altra una pittura di altissimo livello, di qualità drammatica, di realismo impressionista, e tuttora, poco indagata. Carrera sapeva guardare alle cose, cercare in esse lo spirito che le muoveva. Tino Gipponi individuò questa sua capacità nello scontro tra “Eros e thanatos”. I temi del conflitto dualistico (freudianamente inteso) della pulsione della vita al piacere e della pulsione della morte, non escludono però la presenza di problematiche più ampie. Soprattutto là dove il piacere e il peccato si metamorfizzano, pur senza sparire del tutto. Allora a emergere sono più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. Prevalgono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza rispetto a quelli della morte. Molti hanno letto inCarrera Gino 2 ciò una storia psicoanalitica. I lavori al Soave hanno confermato certo uno tripudio di straziamenti e di pulsioni, ma anche evidenziato tessiture di linguaggio di chiara derivazione europea. Reminiscenze baconiane, direbbero gli esperti. Carrera amava torturare la forma. Come faceva Bacon, ma con motivazioni diverse. Con intenzione precisa: scontrarsi con la cultura del tempo (che è poi ancora la nostra) che esorcizzava la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano. Ciò spiega i risultati di un’arte drammatica, specifica e personale. Che costringe a guardare e riguardare ai suoi lavori e a riscoprire prima di ogni altra cosa , la profondità dell’umano.

 

 

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Franco Corradini: Le ultime parole di Cristo sulla croce tra teologia e pittura

CORRADINI: "Pater, in manus tua commendo spiritum meum" Lc 23,46 - Tecnica mista su tela e tavola, cm280x540 (2011)FRANCO CORRADINI: LE SETTE ULTIME PAROLE DI CRISTO SULLA CROCE I quattro Vangeli narrano, ognuno a suo modo, la morte di Gesù e le frasi ultime da lui pronunciate. A seconda dei riferimenti che la forma cronologica prevede delle Sette parole, ci si può avvicinare con approssimazione al mistero della crocifissione. Da qui anche le differenti immagini narrative che sono state offerte da pittori moderni (Gauguin, Fontana, Bacon, Malevic, Chagall, Dalì, Rouault, Nolde ecc.), da artisti contemporanei (Fontana, Cassinari, Kokoska, Manzù, Minguzzi, Fazzini,, Vangi, ecc.), e, naturalmente, da pittori delle epoche trascorse ma anche da musicisti e compositori (Haydin, Schutz, Gounod, Franck) che hanno interpretato nella loro opera il dramma del Dio crocefisso e le parole da lui lasciate prima che accadesse. Ci prova, ci ha provato, anche Franco Corradini, artista di Borgonovo Val Tidone (Pc) che con una serie di lavori dall’accento ambiguamente figurale ordinate nella ex-chiesa di San Cristoforo, invita non solo ad osservare con meraviglia il Calvario e le “contraddizioni” che prendono forma attraverso la materia, il colore e la luce cogliendo orizzonti estetici ai quali ci eravamo da lungo tempo disabituati. Di Corradini, che aveva presentato lo stesso ciclo pittorico nei chiostri della Basilica di S. Antonino di Piacenza, i lodigiani conoscono poco. La sua presenza sul territorio alaudense si riduce a un paio di occasioni, due collettive, una all’ex-Soave di Codogno, l’altra di grafica all’ex-chiesa dell’Angelo in compagnia di Maffi, Grmas e Petringa. Il piacentino è artista che da sempre indaga con la ricerca espressiva il sacro e che da sempre mette in rapporto il linguaggio artistico con la qualità spirituale dei sensi, le forme con la “Parola”. La mostra lodigiana, promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri è una riprova della adattabilità e riattualizzazione della sua arte alle tematiche che celebrano il Mistero, interpretato nelle diverse forme: di sofferenza umanissima e tragica, di simbolo e progetto di salvezza, di giustizia e amore per l’umanità. I sette trittici sviluppano con originalità espressiva e coerenza compositiva le ultime parole di nostro Signore: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”; “In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso”; “Donna, ecco tuo figlio”; “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; “Ho sete”;”Tutto è compiuto”; “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”, aggiungendo alla lettura che ne danno teologi, biblisti, liturgisti, ebraisti una interpretazione figurale drammatica capace di coinvolgere con una coloritura violenta ed emotiva il visitatore da obbligarlo quasi a una sorta di pelustrazione dei simboli distribuiti nelle tele, a penetrare nei frammenti per darsi ragione della sconfitta dell’umano. Dotato di inventiva, Corradini abbozza, disegna, ridisegna, utilizza carte, frammenti, materia, mescola la figura all’informale, l’oscurità alla luce, la quiete alla tenebra, il gemito al mistico, il Crocefisso all’umano. Conferma capacità di fare sintesi dei mezzi espressivi, non solo, ma dei concetti che danno contenuto, senza farsi tentare dalla spettacolarizzazione. Intreccia con autodisciplina e incalzanti rimandi le forme alle parole, alla teologia, al rapporto col trascendentale e con la storia. E’ come volesse far ritrovare il concetto di sacro all’arte del nostro tempo che se non lo ha proprio smarrito, lo ha sicuramente molto stemperato. Da pittore lo fa imprimendo tensione al gesto e alla materia, mettendo in gioco tracce di energia spirituale, riscrivendo il rapporto con Cristo, che esiste comunque, lasciando al fruitore la percezione che la sua sofferenza che affiora dall’impronta materica, incarna la sofferenza dell’uomo.

CORRADINI: “Pater, in manus tua commendo spiritum meum” Lc 23,46 – Tecnica mista su tela e tavola, cm280x540 (2011)

I quattro Vangeli narrano, ognuno a suo modo, la morte di Gesù e le frasi ultime da lui pronunciate. A seconda dei riferimenti che la forma cronologica prevede delle Sette parole, ci si può avvicinare con approssimazione al mistero della crocifissione. Da qui anche le differenti immagini narrative che sono state offerte da pittori moderni (Gauguin, Fontana, Bacon, Malevic, Chagall, Dalì, Rouault, Nolde ecc.), da artisti contemporanei (Fontana, Cassinari, Kokoska, Manzù, Minguzzi, Fazzini,, Vangi, ecc.), e, naturalmente, da pittori delle epoche trascorse ma anche da musicisti e compositori (Haydin, Schutz, Gounod, Franck) che hanno interpretato nella loro opera il dramma del Dio crocefisso e le parole da lui lasciate prima che accadesse.
Ci prova, ci ha provato, anche Franco Corradini, artista di Borgonovo Val Tidone (Pc) che con una serie di lavori dall’accento ambiguamente figurale ordinate nella ex-chiesa di San Cristoforo, invita non solo ad osservare con meraviglia il Calvario e le “contraddizioni” che prendono forma attraverso la materia, il colore e la luce cogliendo orizzonti estetici ai quali ci eravamo da lungo tempo disabituati.
Di Corradini, che aveva presentato lo stesso ciclo pittorico nei chiostri della Basilica di S. Antonino di Piacenza, i lodigiani conoscono poco. La sua presenza sul territorio alaudense si riduce a un paio di occasioni, due collettive, una all’ex-Soave di Codogno, l’altra di grafica all’ex-chiesa dell’Angelo in compagnia di Maffi, Grmas e Petringa. Il piacentino è artista che da sempre indaga con la ricerca espressiva il sacro e che da sempre mette in rapporto il linguaggio artistico con la qualità spirituale dei sensi, le forme con la “Parola”. La mostra lodigiana, promossa dalla Associazione Monsignor Quartieri è una riprova della adattabilità e riattualizzazione della sua arte alle tematiche che celebrano il Mistero, interpretato nelle diverse forme: di sofferenza umanissima e tragica, di simbolo e progetto di salvezza, di giustizia e amore per l’umanità.
I sette trittici sviluppano con originalità espressiva e coerenza compositiva le ultime parole di nostro Signore: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”; “In verità ti dico: Oggi sarai con me in Paradiso”; “Donna, ecco tuo figlio”; “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”; “Ho sete”;”Tutto è compiuto”; “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”, aggiungendo alla lettura che ne danno teologi, biblisti, liturgisti, ebraisti una interpretazione figurale drammatica capace di coinvolgere con una coloritura violenta ed emotiva il visitatore da obbligarlo quasi a una sorta di pelustrazione dei simboli distribuiti nelle tele, a penetrare nei frammenti per darsi ragione della sconfitta dell’umano.
Dotato di inventiva, Corradini abbozza, disegna, ridisegna, utilizza carte, frammenti, materia, mescola la figura all’informale, l’oscurità alla luce, la quiete alla tenebra, il gemito al mistico, il Crocefisso all’umano. Conferma capacità di fare sintesi dei mezzi espressivi, non solo, ma dei concetti che danno contenuto, senza farsi tentare dalla spettacolarizzazione. Intreccia con autodisciplina e incalzanti rimandi le forme alle parole, alla teologia, al rapporto col trascendentale e con la storia. E’ come volesse far ritrovare il concetto di sacro all’arte del nostro tempo che se non lo ha proprio smarrito, lo ha sicuramente molto stemperato. Da pittore lo fa imprimendo tensione al gesto e alla materia, mettendo in gioco tracce di energia spirituale, riscrivendo il rapporto con Cristo, che esiste comunque, lasciando al fruitore la percezione che la sua sofferenza che affiora dall’impronta materica, incarna la sofferenza dell’uomo.

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GIGI MONTICO, ACQUERELLI BRASILIANI

MONTICO 3Nuova mostra di Gigi Montico, artista di Dovera con studio anche a Lodi dove è insegnante ai corsi della Bottega degli Artisti. Si inaugura venerdì 5 febbraio all’I.I.S. “Cesaris” all’interno della XIV edizione del ciclo “Cesaris per le Arti Visive”, a cura di Amedeo Anelli dove verrà proposta una serie di Acquerelli brasiliani frutto del suo recente viaggio nel paese sudamericano.
Di Gigi Montico, la cui produzione si è potuta vedere di recente al Caffè Letterario, si è detto e scritto molto negli ultimi tempi, che riesce quasi difficile aggiungere qualcosa di nuovo. Creatività ed estrosità sono già state messe in evidenza con dovizia, negli ultimi cinque anni Montico è stato presente sul territorio a Semina verbi, al Museo Arte Sacra Casalpusterlengo, a “Syrix II. Aspetti dell’Arte nel Lodigiano nel secondo Novecento”, con una personale – “Trasmutazioni” curata da Amedeo Anelli – al “Cesaris” Casalpusterlengo, ha partecipato a “10 anni di Cesaris per le arti visive” oltre che alla collettiva “Ciò che unisce”, tenutasi a Caselle Landi, ha partecipato alle edizioni di Naturalia al Castello di Fombio, a Gong I e II e a varie mostre itineranti.
Nell’arte di Montico convivono qualità di volta in volta diverse: intuizione e casualità, materia e manualità, estrosità e rigore, e alcuni dei tanti “ismi” che fanno sintesi attualista. Nella sua molteplice e complessa produzione c’è di tutto, dagli oggetti ai materiali di recupero, sottratti alla dissoluzione dandogli una dimensione artistica, psicologica, anche politica. Le opere sono spesso gremite di lacerti e frammenti, adottati con stupore, pietà, nostalgia; trasformati con gioco arguto e struggente, carico di volta in volta di memoria, desiderio, sogno, beffa. Anche di progettualità razionale, regolata da buone abitudini e buona coscienza. Negli acquerelli di prossima presentazione al Cesaris pare invece avere ritrovato una carica emotiva, tradotta in poesia espressiva libera, veloce e ottica.montico 2
Sono lavori che si possono vedere in tanti modi. L’artista punta molto sull’emozione, che afferma con un alto potenziale di fantasia da stimolare l’approccio del pubblico verso forme espressive non nuove e comunque sempre suggestive.
Nelle invenzioni convergono modalità di una lunga esperienza artistica e una serie di dati originali con cui il pittore accende le rappresentazioni, raggiungendo una visionarietà deliziata dal segno, dal gesto, dai ritmi e dal folclore. Di sicuro mestiere, virtuoso e intrigante, Montico tira fuori soluzioni intelligenti in cui mette insieme un po’ di avanguardie francesi e tedesche ricollegando il tutto con soluzioni personali originali che non possono non catturare l’interesse dei visitatori.

 

Gigi Montico : Acquerelli brasiliani – I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, in via Cadorna – Orari apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17, 30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse. Inaugurazione venerdì 5 febbraio

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“Luci e Ombre”, Adriano Rossoni e Ilia Rubini a Bipielle Arte

ROSSONI Scan_Pic0210Quanta pittura ai nostri giorni è “impegnata”? Non nel senso di politicamente o polemicamente engagèe , ma eticamente impegnata a formulare un’immagine che non sia semplice esercitazione lessicale tecnico-sperimentale, ma espressione di una autentica ricerca di rispecchiamento esteso a tutta l’umanità, non sia perciò solo documento solitario individuale ma manifestazione comunicabile al prossimo, agli altri, al mondo? Forse, una risposta si può estrarre dalla bella mostra inaugurata sabato a Bipielle Arte da due artisti che affrontano temi umanissimi, psicologici, patetici che riguardano l’uomo e la sua figura, il suo bisogno di speranza e di riscatto, trasmessi in maniera più o meno diretta, più o meno traslata o allusiva. Uno è un maestro bergamasco, già docente nella “cugina” Crema e ora all’Accademia Santa Giulia di Brescia, un narratore “certificato” su una linea classicheggiante, impegnato a dare alle immagini significazioni simboliche ed estensive in chiave filologica; l’altra è una pittrice locale, di derivazione neo-realista e d’ispirazione vagamente letteraria, disposta a dare significato a visioni soggettive e interiori. Questi in sintesi gli stimoli della figuratività che Adriano Rossoni e Ilia Rubini offrono nella mostra allo spazio di via Polenghi Lombardo.

Ilia Rubini: "Destino"

Ilia Rubini: “Destino”

L’artista bergamasco è noto per lo stile, gli interessi culturali, il percorso artistico, per essere artefice di una figurazione impregnata di “pensiero”. Nel lodigiano è stato visto più volte negli ultimi tre anni: all’ex-chiesa di San Cristoforo in una personale sul mito classico e una seconda volta con uno straordinario telero di 14 metri per 6 dedicato alla Risurrezione, mentre una terza presentazione è stata dedicata a Ulisse e ai migranti vittime di viaggi disperati.
I lavori in Bipielle (sanguigne su carta bianca, con acrilico su tela, matite r conté su fondo grigio, matite e pastelli ad olio ecc.) ribadiscono pertanto un’arte di qualità grafica alta e di senso, che si intreccia in vario modo a narrazioni e a corpi, in cui il visitatore ritrova sentimenti, impulsi ed emozioni e l’artista fa incontrare la ragione (la filosofia) e il quotidiano (il momento, il batter d’occhio, la poesia), e, più spesso, la memoria, la storia.Diversi quelli della Rubini, che vanno incontro più a un gusto di recupero letterario giostrato in chiave realistica, a cui è concessa qualche tentazione esibitiva. Si tratta di lavori in cui è prevalente un senso visivamente monocorde. Gli oli più impegnativi nascono da una lettura della vita in cui convergono richiami a certo figurativo “impegnato”, intrappolano espressioni e sensibilità nel il monocromatismo. La poetica e la pittura non convergono nelle declinazioni con quelle di Rossoni. sono espressivamente e suggestivamente diverse, ma non si disturbano. La Rubini è più posizionata nel dare valore a verità soggettive, a creare sottili e misteriosi contrappunti attraverso i simboli. Nella sua arte si riconosce un momento storico di precise preferenze estetiche, di cui mostra radici come poche ai nostri giorni capita di vedere, di profonda e vissuta esperienza.

(Nota pubblicata sul quotidiano del Lodigiano e Sudmilano “il Cittadino” il 18 gennaio 2016)

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Lorenzo Buongiorni / Grafica d’arte, variazioni sul tema

Bongiorni Lorenzo xilografoDa tempo oramai imprecisabile si dice che “la grafica d’arte è in crisi”. Quasi un assioma. C’è solo un particolare che può risultare confutativo: i numerosi artisti che nelle varie tecniche (punta secca, acquaforte, acquatinta su lastre di rame e zinco, silografia, linoleumgrafia e materiali sintetici) cercano soluzioni espressive originali e di linguaggio. Basta un’occhiata ai Dizionari degli incisori, al patrimonio degli Archivi calcografici, all’ elenco che Grafica d’Arte fornisce, per rendersi conto e cogliere in quale misura la produzione sia tuttora diffusa da garantire rilevanza all’arte della grafica originale e della grafica illustrativa.
Tra i più noti che lodigiano e suldmilano vi si dedicano si citano: Teodoro Cotugno, Flavia Belò, Luigi Poletti, Franchina Tresoldi, Luigi Maiocchi, Gabriele Vailati, Vittorio Vailati, Giovanni Pozzi, Alberico Gnocchi, Stefano Gerardi, Elena Amoriello, Agostino Arrivabene, Marcello Simonetta, Marco Uggé, Lorenzo Bongiorni, Fabio Brognara, Paola Maestroni, Marcello Chiarenza, Simone Occhiato,…
Bongiorni è tra gli acquafortisti, xilografi, pittori del territorio che tengono vivo l’interesse per il linguaggio calcografico, seriamente impegnato a valorizzare una identità legata alla socializzazione della figurazione. Nel suo atelier incide e stampa su torchio a mano, con risultati di segno e di senso. Le immagini ricche di particolari, sfiorano a volte il carattere illustrativo, sempre però con rigore discreto. Bongiorni non è di coloro che si limitano al riscontro realistico, dà spazio a percezioni liriche, naturalistiche e sentimentali. Sovrapposte al vero gli esiti svelano come il segno inciso può dare luogo a relazioni anche complesse.

Un'acquaforte di Lorenzo Buongiorni

Un’acquaforte di Lorenzo Buongiorni

A parte una mostra personale all’ex-chiesa dell’Angelo e le comparse alla Oldrado e a Carte d’Arte, è un artista poco incline alla “vetrina”. L’esposizione che annuncia per il 26 gennaio al “Bizzo” in via Cavour a Lodi, dove proporrà una selezione delle sue ultime opere è l’ occasione per scoprire qualcosa di più di lui e della sua arte: l’unità semantica e le componenti segniche ed espressive dei legami che conferiscono alle immagini continuità di messaggio e di metafore. Allievo all’inizio del nuovo secolo di Antonio Battistini e Andrzaj Bartozak ai corsi internazionali di Urbino, figurativo per insegnamento e per scelta, Bongiorni è un attrezzato incisore, attento a meditare e mentalmente predisporre quel che è possibile per arricchire le sue stampe. E’ autore di segni quieti, descrittivi e simbolici, lucidamente articolati da cui non esclude forme di compiacimento e di disinvolta spigliatezza. Genere che non manca di precedenti, e che in lui ha robustezza più di tutto negli apporti tecnici, e negli esiti di lucente freschezza. La mostra al Bizzo darà in ogni caso riscontro anche del resto: del buon impianto compositivo, della varietà chiaroscurale, delle novità del segno inciso e di quello stampato e di come i risultati della sua ricerca coincidono sempre più e meglio con le esigenze espressive.

Lorenzo BongiorniOpera grafica –Caffetteria Bizzo di Gabriele Bizzoni, Lodi, via Cavour – Tutti i giorni tranne il lunedì – Dal 26 gennaio p.v.

(Nota pubblicata dal quotidiano del lodigiano e sudmilanese “Il Cittadino” il 19 gennaio 2016)

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Elena Amoriello, al di là della pittura

Amoriello fotoLa personalità di Elena Amoriello è certo una delle più singolari e anche delle più difficili da situare nel panorama locale. Chi volesse circoscriverla in una classificazione rigida sarebbe quasi certamente vittima di qualche abbaglio. Nella produzione di questa artista, vista di recente al Caffé Letterario a Lodi, pervenuta con libertà al rigore attraverso il “pathos” piuttosto che attraverso il raziocinio (anche se razionalità, logica e giudizio gli fanno scudo) non c’è nulla di “precostituito”. Per contro, anche chi la volesse includere tra gli epigoni di esperienze “post” informali o concettuali o del nuovo ordine sbaglierebbe di grosso. Purtroppo, a causa degli impegni familiari e di quelli richiesti dalla docenza, negli ultimi anni l’artista si è vista costretta a ridurre le occasioni di aggiornare i risultati del proprio cammino. Un percorso già segnato da studi e ricerche (l’Amoriello si è laureata con una tesi sull’arte spaziale di Lucio Fontana) che hanno portato a un alto punto la sua visione di un’arte materica metaforica ed emblematica attraverso esperienze che vanno dall’uso dei materiali alle procedure, dalle sperimentazioni alla “redenzione” della tecnica sino a costituire per prassi esecutiva e risultati formali una “scenografia cosmica” esemplare per fattura e fantasiosità.
A parte questa preventiva considerazione, l’arte dell’Amoriello resta per contenuto semantico, per tensione strutturale, morfologica e compositiva una delle più interessanti espressioni, con un suo peculiare medium espressivo, apparse sull’orizzonte artistico locale.
A distanza di alcuni lustri dalle prime esperienze espositive l’artista può essere fiera di avere raggiunto una autonomia di linguaggio e una personalità che nessuno può contestargli. Non cederemo noi alla tentazione di interpretare a tutti i costi i suoi diversi moduli espressivi, assegnando loro particolari significati oltre la semplice funzione formale. L’arte di questa lodigiana è “sua”. Ha timbro squillante, “metallico”, originale nelle soluzioni. Attraverso forma e materia celebra l’energia e la suggestione di un universo fantastico che nasce spontaneamente dalla accorta manipolazione di elementi materici e formali. Un ottimo esempio di espressione, non il gran “collé effimero che si vede in giro, frutto di un abbracciare l’ indistinzione tra arti, negando l’esclusività di un materiale o di una corposità. La qualità del risultato è nell’eleganza estetica. Non nell’arte non-arte, ma in una espressività che non priva di codici di identificazione, offre sempre spunti che richiamano o saldano con un “qualcosa” del cosmo, della natura, di una qualche potenza generativa.Amoriello
L’ esperienza espressiva dell’artista è decisamente segnata dal linguaggio calcografico con cui fa convivere elementi diversi, sfruttando al meglio anche la fase di stampa. Nei risultati misti intervengono elementi integrativi: a volte indefiniti, ambigui, a volte precisi e distintivi. In queste varietà, tutto è importante e contribuisce all’ esito finale, sempre e comunque filtrato dall’occhio estetico dell’autrice. Molti lavori dell’Amoriello si possono “toccare” e “sentire”, permettono un avvicinarsi “fisico”. Ciò procura suggestioni inopinatamente particolari e soggettive. Le realizzazioni confermano la personale capacità dell’autrice di essere nel presente e di confrontarsi con il passato attraverso scelte iconiche e aniconiche: ipotesi, scenari, forme che incarnano concetti, emozioni, onde di senso. O anche “formule del pathos”, ovverosia del sentimento, dell’emotività, del lirismo, del ricordo, di un “qualcosa” che viaggia e muta nel tempo, al pari degli occhi che lo guardano.

 

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Francesco Borsotti e le forme dell’intenzione

L'artista casalese Francesco Borsotti

L’artista casalese Francesco Borsotti

Se oggi l’arte, come dicono alcuni studiosi delle tendenze presenti nell’arte, sfiora l’ illustrazione è perché gli artisti che la producono amano la superficie, la facciata. Non tutti, beninteso. Tanto che resiste il concetto del poeta “esploratore” di parole e altrettanto quello dell’artista visivo che si combina con l’esplorazione anche quando il suo racconto nasce su “rovine” (memorie, sogni, immagini, anamnesi ecc.) “rimontate” in una prospettiva superiore o semplicemente diversa.
La pittura di Francesco Borsotti e la narrazione che l’accompagna traboccano di reminiscenze, simboli, attribuzioni.
Superati i sessantacinque anni (è nato nel 1949), la sua ricerca va avanti da decenni, costruita su un bagaglio di episodi e ricordi domestici, di congiunzioni e nessi esperenziali, di formule, metafore e tropi, unita a una serie di legami matematici, logici e razionali.
Da sempre il casalese è noto per la sua matrice essenzialmente concettuale. Le scelte che di volta in volta propone s’appoggiano all’idea origine dell’intervento. Quasi sempre però l’applicazione o procedimento rivela uno scrupolo da smentire uno dei presupposti estetici della “poetica concettuale”: quello che prevede la sospensione di ogni commento sulla bellezza e sulla abilità artistica. Interpretazioni alle quali Borsotti non solo non rinuncia, ma  su cui richiama spesso attenzione.  La sua è una pratica

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artistica che va oltre le idee da comunicare. In tal senso, può considerarsi un concettualista anomalo, che allarga il campo d’azione dall’idea agli strumenti espressivi, alle formule logiche e matematiche, alla qualità del linguaggio. Realizza un’arte dai contenuti “difficili”, in quanto arte di pensiero che trova imperio nel ricorso largo alle simbologie. Ma anche un’ arte che sa farsi gustare per la qualità del lavoro, per l’originalità e l’alto artigianato con cui è costruita; per la capacità di convincere con quel che sta dietro: il metodo, l’impegno, la scelta delle tecniche, i procedimenti di volta in volta rispettati.
Sessantasette anni, sono pochi i dati biografici che lo riguardano: la frequenza dei corsi d’arte alla St. Ives School of Painting Cornwall in Inghilterra, di disegno agli Artefici dell’Accademia di Brera, di calcografia applicata all’industria al Castello Sforzesco di Milano.
Mappa della Muzza di BorsottiBorsotti è l’unico artista del territorio a praticare un’arte concettuale e che ha in sé una tensione religiosa e spirituale. Difficile risalire alle influenze. Tra i nomi che fa venire in mente ce n’è uno: quello del francese Boltanshi che nella sua opera ricostruisce la  relazione tra memoria, biografia e quotidianità, tra presente e passato, tra realtà e finzione. Come arriva a fare Borsotti nei suoi eleganti “album di famiglia”, in cui mette in “consultazione” la propria vita, gli affetti, la fede, attraverso  materiali, tecniche e procedure che ne consolidano il messaggio.
Lo fa con linguaggio “elastico”, che a volte pare scivolare verso un assoluto per il dato manuale e tecnico, sempre Pietre_11ricchissimo e prezioso. I lodigiani hanno potuto ammirarlo più di una decina di anni fa in “Archeologia domestica”, l’unica sua mostra personale a Casalpusterlengo, al Viaggiatore di Sant’Angelo Lodigiano in una esposizione interamente di grafica,  per gli interventi  nella chiesa dei santi Bartolomeo e Martino e all’Ospedale di Casale e le partecipazioni alla Oldrado da Ponte,  a CasaIdea di Tavazzano, al  Gandini e al Cesaris, al San Domenico a Crema, al San Cristoforo a Lodi.
Nei suoi lavori l’idea si basa sulla attività della mano e dell’occhio. Per Borsotti tagliare, incollare, mixare è pensare e vedere. Nei “collage” parte da dati dell’esistenza: la figura, la memoria, i ricordi, le stoffe, lo spazio, l’occhio. I “frammenti”  intervengono sul convenzionale della figurazione e della visione procurando “nuove forme e sensazioni”. In ciò appare un artista non contaminato dalla volontà riproduttiva del “vero”, che fa affiorare precise segnalazioni di elementi riferibili a un’intima volontà di proiezione del suo “io” profondo.


 

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