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“Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e un’acquaforte di Teodoro Cotugno

Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e acquaforte di Teodoro Cotugno, ultimo fresco di stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi con in copertina “Ricordo di una passeggiata”, acquaforte di Luigi Bartolini – maestro un-incisore-copertinaatipico che spesso ha ceduto a un impulso frenetico e polemico contro l’ignoranza del mondo della grafica – è una microstoria essenziale, un fabliau ma senza essere in versi, non retorico né celebrativo, una di quelle pubblicazioni che acquistano forma, significato e fantasia più la si legge e guarda, la si tiene tra le mani e si riceve vitale coscienza che certe iniziative hanno sulle tendenze dei lettori, i loro gusti e i loro interessi.
Stampato in 50 esemplari su carta Hahnemühle (carta di elezione per soddisfare le esigenze di artisti), con disegni e una acqueforte di Teodoro Cotugno tirata dallo stesso su proprio torchio calcografico, “Un incisore” è una autentica chicca che parla d’incisione da tre punti di vista: letterario, per parte di Biasion (1914-1996), che fu artista a tutto tondo, pittore, incisore, scrittore e critico d’arte (Tempi bruciati, Sagapo’ ecc.), amico di Solmi, Sereni, Pound, Pomilio, Sinisgalli, Chiara, ostinatamente sostenitore del valore del disegno, che come prosatore ha privilegiato il racconto come mezzo di interpretare caratteri, sentimenti e fatti; per parte del carattere del personaggio di riferimento (Bartolini), elemento necessario alla vera e profonda comprensione di un “testo” artistico. Scelta logica se, come sosteneva Federico Zeri, la filologia – il riconoscimento dello stile –può offrire soltanto il grado zero, il fondamento necessario a una storia più comprensiva di cui essa stabilisce unicamente il vocabolario; e l’ interdipendenza della qualità formale, ruolo decisivo in Cotugno, la cui produzione grafica è propriamente di mediazione, amplificazione e enfatizzazione, un percorso lirico che richiede lavoro ed energia, impegno e risorse in tempi in cui la regola sembra essere affidata al solo primato della propaganda.biasiondessinportrait200
Il racconto con cui Biasion spiega il suo incontro col maestro marchigiano è essenziale e curioso:”lavorava con prudenza, prima di toccare la lastra ci pensava sette volte. Poi, all’improvviso, la punta scattava come invasata…” Ma non nasconde aspetti del caratteraccio dell’artista di Capramontana che a una osservazione dello scrittore replica con espressione villana: “se l’artista è libero non deve tener conto a nessuno di quel che fa…” Tutto l’opposto insomma di Biasion che nel suo tragitto artistico e in quello di insegnante all’Accademia di Firenze avvertì la responsabilità di misurare il proprio passo su quello della società, sforzando il ritmo e la chiarezza perché il pubblico potesse seguirlo.
Pur ammirando la poesia dell’estroso e sanguigno del secondo, è al primo che Teodoro Cotugno ha guardato e guarda t-cotugno-acquaforte-un-incisore-scan_pic0030con estrema attenzione anche nei dettagli, che con Biasion collaborò in diverse occasioni ed ha ora raccolto l’invito della vedova di dare pubblicazione a “Un incisore”, un omaggio all’insegnamento del maestro e dell’amico. Gli interventi con cui il lodigiano illustra il testo confermano come la sua arte segnica sia il prodotto di una crescita maturata, affidata al rigore del disegno, alla durata delle idee, alla lezione dei maestri. E’ una esperienza che riflette l’importanza decisiva di un incontro e di una amicizia ed ha qualcosa che non tutti quelli del suo mestiere posseggono: una solida cultura, che sa degli aspetti umani e di quelli dell’arte, anche i meno visibili.

L’OPERA: Renzo Biasion, Un incisore, con una acquaforte e disegni di Teodoro Cotugno – Racconto stampato su carta Hahnemühle in 50 esemplari stampato dalla Tpografia Sollecitudo di Lodi in 50 esemplasti, 2016, s.i.p.

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Riccardo Buttaboni: Sarabande, chimismi e dialoghi con la memoria storica

Buttaboni 3La personale di Riccardo Buttaboni all’ex- chiesa dell’Angelo, di recente conclusione, è degna di qualche ‘riguardo’ supplementare, se non altro per strapparla al grigio che segue ogni mostra una volta chiusi i battenti. Presentata da Marina Arensi l’esposizione ha riportato sulla scena cittadina un artista di affinata vivezza, autore di una pittura segmentata da un lato da orme ‘attualiste’e, dall’altro da forme e richiami figurativi ( momenti storici, mitici, ritualistici e velature romantiche), riacquisiti con perfetta fruizione in linea con i gusti d’oggi.
Oli, acquerelli, pastelli, disegni, pur negli spezzettamenti che la diversità dei linguaggi in mostra ha indicato – senza BUTTABONI 2012deroghe all’equilibrio espositivo- , hanno rafforzato le qualità note dell’artista: il suo interesse – quasi una posizione etica o ideologica – per il mondo ideale (museale) e a quelle per la pittura fantastica – fatta di sarabande, segni grafici e chimismi cromatici, da segnalare nell’ovvia diversa articolazione delle forme e del tessuto materiale, l’ acutezza dell’apertura critica.
Buttaboni disegna e dipinge adottando di volta in volta linguaggi e tecniche diverse, riservando un interesse assoluto al controllo della tecnica e del tono che accresce la forza espressiva. Non esita a scegliersi opere di maestri e a lavorarvi sopra. Senza limitarsi però alla pura riproposizione. La curiosità pratica e l’osservazione riservata alle opere “storiche” danno la misura culturale personale.buttaboni4
Nella vasta gamma all’ex-chiesa dell’Angelo una attenzione particolare hanno raccolto i disegni, in cui hanno trovato conferma la perizia di mano e di occhio dell’artista, e la sensibilità musicale (non a caso egli è noto anche come musicista)attraverso ritmi e movimenti di abilità e narrazione visiva.
Abbagliato dalle maschere, dai personaggi, dalle scene, dai costumi, dal colore, Buttaboni esplora nei suoi disegni le matrici della grafica e quelle del linguaggio teatrale e della pittura. Scandaglia effetti e movimenti, segno e colore con capacità abbagliante nel trasferire l’appagamento fantastico al visitatore.Di questi momenti vibranti di poesia, creati con estrosa libertà del gesto e un abile uso del pigmento, la mostra di Buttaboni ha offerto persuasiva dimostrazione di intelligenza e di equilibrio, mettendo in corso un confronto tra questo tipo di pittura personale – vivace e libera, creata con estrosità e finezza -, e quella di soggettistica storica in cui a prevalere è elemento iconografico – filtrato con sensibilità formale senza veicolare messaggi distorti.

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

 

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CHARTA: I libri donati alla Statale di MIlano

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L’ultimo atto di Charta si compie all’Università Statale di Milano, dove il fondatore, Giuseppe Liverani, si iscrisse  mentre si avevano le prime avvisaglie del maggio francese, che attraversate le Alpi sarebbe diventato il Sessantotto italiano.  Dagli anni Novanta e per decenni, la bottega di via della Moscova a Milano è stata il fiore all’occhiello del made in Italy dell’editoria italiana, ha prodotto cataloghi di mostre e libri d’arte, ha diffuso cultura. Ora non resta che il rimpianto. La  perdita non è da poco. “Non ci siamo voluti adeguare all’attuale mercato editoriale”, raccontano gli l’editori.
Fondata il 14 luglio del 1992 la Copy & Press Office si è da sempre occupata di arte in ogni sua forma: la pittura, la scultura, la fotografia, l’architettura, il design, ecc. Ha dato vita alla collana ‘Parole di Carta’, significativa già dal nome. Non meno importante  il rapporto di collaborazione avuto con enti culturali, case di moda, marchi aziendali di primo piano e soprattutto la diffusione delle opere di artisti italiani e internazionali.
Il primo titolo “Museo d’Arte e Architettura” inaugurò la collaborazione con il Castello di Rivoli. L’attività  di Charta è difficile da conteggiare, i numeri sono da capogiro:: oltre novecento i titoli pubblicati in Italia e distribuiti in tutto il mondo, circa 1900 gli artisti e oltre 2000 autori. Accanto all’attività editoriale è da ricordare quella non meno significativa di solidarietà con il mondo delle associazioni, portata avanti attraverso ‘Library’, un corpus di 101 libri (selezionati da un catalogo che ne comprende quasi 1000) donati a istituzioni e associazioni no profit impegnate nella diffusione della cultura. Le più recenti a LIBERA e alla Casa di Reclusione di Bollate (Milano). Recentemente Charta ha completato altre donazioni a due biblioteche comunali milanesi, Affori e Valvassori Peroni, e alla Biblioteca dell’Accademia di Brera per gli studenti d’arte. Donazioni sono state fatte inoltre a istituzioni cubane e americane, ma quella che assume significato particolare è senz’altro la donazione alla Biblioteca Comunale de L’Aquila, distrutta dal terremoto.
Arte e la cultura hanno trovato in questa insolita casa editrice, che ha sempre ritenuto i libri strumenti essenziali al progresso dell’umanità, la più valida rappresentante L’ultimo atto ha riguardato la donazione dell’intero catalogo, proveniente dalla biblioteca personale di Liverani, all’Università Statale di Milano  La scelta del Dipartimento dei Beni Culturali e Ambientali dell’Università, chiude idealmente un cerchio, ricorda Anna Maria Brizio e Marco Rosci, professori di Storia dell’Arte alla Statale che ebbero Liverani studente appassionato.

Maestri minori ma sempre giganti

I “Grandi Maestri” allo Spazio Arte Tiziano Zalli a Lodi

Non è un panorama ma una “scelta” erudita

ANTONIO D'ENRICO (detto Tanzio da Varallo) 1575-1635 La battglia di Sennacherib, olio su tela, 152x90 cm

ANTONIO D’ENRICO
(detto Tanzio da Varallo)
1575-1635
La battglia di Sennacherib, olio su tela, 152×90 cm

Dei tanti eventi che caricano di richiami i calendari dei grandi centri Grandi Maestri non ha la variabilità né l’ intemperanza. Non si affanna dietro a sistemi espositivi. Non ha “linee” da imporre ma solo opere da servire, aa offrire al godimento e all’apprezzamento della gente. Non è un panorama, ma una selezione erudita. Il risultato, un po’ monodico nelle scelte iconografiche, è fondamentale. L’arte allo Spazio Tiziano Zalli si colloca tra la A maiuscola e la curiosità. Al fondo di alcune effusioni c’è la qualità, la valorizzazione del motivo, la tendenza al simbolo. La rappresentazione oscilla tra i risultati di bottega, i manuali di pratica accademica e i moti spontanei dell’animo, della riflessione e della contemplazione, seguendo le avventure della pittura nei secoli. In altro momento, una mostra che non sarebbe dispiaciuta a Berenson, uno che “viveva” l’opera d’arte singola, “da girarla e rigirarla sul palato del mio spirito, di meditare e sognare su di essa, nella speranza di meglio comprenderla”
I lavori sono propri di una scelta di dipinti realizzati tra il XIV e il XX secolo, collezionati principalmente dalla Popolare di Novara e dal Credito Bergamasco e dalla Popolare di Lodi. Le opere non presentano legami particolari. Le storie che raccontano sono storie a sé, separatamente dotate di capacità di narrazione: senz’altro lo sono degli aspetti iconografici ed estetici, ma prendono anche un giusto interesse le risorse del collezionismo.
Inaugurata venerdì, la mostra che aveva già riscosso successo a Bergamo alla Fondazione Creberg aggiungerà ulteriore prestigio alla Fondazione BPL, dove è destinata a durare fino all’11 ottobre. Già da ora si può dire che grazie alla coordinazione nell’ordinamento e allestimento di Angelo Piazzoli, responsabile del patrimonio artistico del Banco e della Fondazione Creberg,, di Francesca Rossi e Michela Parolini che lo hanno sostenuto nel lavoro e hanno collaborato con il sovrintendente Mario Ciacchi per la parte di competenza dell’Opificio di Firenze, è assicurato alla esposizione un prestigio professionale di alto livello. Così come le note e i testi di Michela Parolini per il catalogo “Grandi Maestri” e del pittore e restauratore Roberto Bellucci, punto di riferimento dell’Opificio delle Pietre Dure fiorentino, estensori con Paolo Plebani, Sergio Rebora, Francesca Rossi e altri alcora degli interventi in catalogo. Offrono dal punto di vista della descrizione storica e culturale contributi esemplari.
I riflettori sono centrati sulla monumentale “Maternità” del ferrarese Gaetano Previati, un’opera dalla vita travagliata, sottratta a lungo alla fruizione pubblica, basilare del “debutto” alla Triennale di Brera, nel maggio del 1891, del Divisionismo italiano: tecnica neoimpressionista, sinonimo di quel pointillisme inventato da Seraut: “riproduce le addizioni di luce mediante una separazione metodicamente minuta delle tinte complementari” scrisse il Previati le cui pennellate fluide e filamentose influenzarono Pelizza da Volpedo ( l’autore del Quarto Stato) , Angelo Morbelli, Plinio Lomellini, Emilio Longoni e Carlo Fornara. Compreso un lodigiano: Silvio Migliorini, “ pittore senza abusi” che la tecnica pittorica l’apprese praticamente da solo, rompendo con gli schemi e le convenzioni di certo realismo. Del Previati è in mostra ancheLavacro dell’umanità, un olio esposto la prima volta a Lodi nel 1908 al Seminario vescovile.
Tra i dipinti del 1400-1500 si fanno ammirare la Madonna in Adorazione di Francesco Botticini, la la regale Madonna con bambino di Giovanni di Tano Fei, la Madonna col Bambino di Martino Piazza, una tempera su tavola che mette in evidenza in primissimo piano un bambino vistosamente nudo sullo sfondo di un paesaggio animato di sicura tradizione bergognonesca: Di richiamo sono anche due tavole di abilità illustrativa di Calisto Piazza e raffiguranti episodi miracolosi di San Bassiano, riferiti alla guarigione di un lebbroso e alla liberazione di un indemoniato. Più o meno dello stesso periodo appartengono la Sacra famiglia dell’abruzzese Polidoro da Lanciano, la Sacra famiglia dell’aretino Santi di Tito, il Ritratto di gentiluomo del bolognese Bartolomeo Passerotti,.
Tra i dipinti del XVII secolo è possibile ammirare Alessandro Turchi, il leonardesco Andrea Salmeggia, avvicinarsi alla storia biblica con La battaglia di Sannacherib raccontata da Abramo D’Errico, mentre il seduttivo Suicidio di Cleopatra è opera di Giovanni Andrea Ferrari. Quadri di diversa indicazione, tra i poli del sacro e del profano sono opera di Giovanni Lanfranco, Giovanni Battista Caracciolo, Pieter von Laer, Luca Giordano, Pietro Bellotti, Bartolomeo Guidobono, il Legnanino, Gastar von Wirtel, Francesco Guardi. Non mancano per finire con il Novecento: una strisciata di cielo azzurro sulla neve di Carlo Carrà un’Isola di San Giorgio di Giorgio De Chirico e una Composizione di Afro Basaldella e una tecnica mista su carta di Antoni Tàpies. La mostra garantisce soprattutto alle giovani generazioni, quindi alla scuola, strumenti di conoscenza e interpretativi della storia dell’arte nel suo percorso costitutivo. E’ un invito a restaurare quel sentimento.

 

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I GRANDI INCISORI DAL XV AL XVIII SECOLO AL MUSEO DELLA STAMPA D’ARTE DI LODI

ALRECHT DURER (1471-1528), Auroritratto

ALRECHT DURER (1471-1528), Auroritratto

Per capire l’arte d’oggi e i suoi “supercampioni” non c’è bisogno di conoscere la storia e neppure la cronologia dell’arte antica, moderna e postmoderna, ma la collocazione assunta dagli strumenti del sistema. Ovverosia mostre, cataloghi, musei, aste, relazioni, marketing, media, soprattutto quelli che rendono evidenti certi “filoni” e favoriscono l’industria del training…
Impegnarsi nella realizzazione di eventi culturali come quello che a settembre il Museo della Stampa d’arte Andrea Schiavi metterà in campo a Lodi, insieme a capacità organizzative richiedono coraggio, ambizione e un pizzico d’azzardo. Significa avere consapevolezza di un metodo di conoscenza che consente di riconoscere la qualità dei protagonisti della storia artistica, attraverso le tecniche espressive e contenutistiche che hanno permesso le successive esperienze dando dimensione a nuove stagioni. Un approccio che fa a cazzotti con tante teorie dell’ effimero su cui si reggono ipotesi interpretative e e modelli esplicativi oggi diffusi.
Nel Cinquecento e ancor più nel Seicento l’incisione calcografica ha svolto un ruolo decisivo, quello di importante mass-media a fianco della stampa tipografica. Con la produzione successiva ha consentito la circolazione delle immagini, lo scambio, la trasformazione delle culture e delle ideologie. Ha svolto un ruolo di eccezionale portata storica, che oggi, a torto, si dimentica.
L’incisione che verrà presentata al Museo della Stampa d’Arte di Lodi costituisce un autentico concentrato iconografico di luoghi comuni, varianti, invenzioni originali; accoglie scene, schemi, personaggi, visioni del divino e della religiosità; ripropone i generi del paesaggio, della vita quotidiana, dell’architettura, della natura morta eccetera. Non descrive solo aspetti della storia dell’incisione (quindi dell’arte) ma ne rintraccia gli influssi incrociati tra artisti, tra artisti e botteghe, tra scuole, tendenze e componenti culturali.
Reso possibile dalla preziosa collaborazione del collezionista pavese Giuseppe Simoni l’evento espositivo è affidata a Tino Gipponi, curatore succulento e critico urticanti come quando denuncia gli “indirizzi disordinati” di certe iniziative che indugiano a scelte “di avvicinabilità conformistica tra dilettantismo e impolverata accademia”.
La rassegna lodigiana prende il la da Wolghemut, maestro di bottega di Alberth Dürer, prosegue con nove fogli del superbo Rembrandt, va avanti con Giorgio Ghisi e Castiglione Il Grechetto, scruta Hopfer, indugia su Goya e Pietro Bruegel, esalta Guido Reni, il seicentesco Contarini, Salvator Rosa, Piranesi, fa incontrare raimondeschi e innovatori, bolognesi ed emiliani, i Carracci e i toscani, i napoletani i veneti e i romani, la poetica barocca e l’estetica edonistica, l’incisione sacra e la società del tempo…
In Italia l’attrazione verso la arte incisoria divenne acuta quando gli schemi quattrocenteschi del fare arte si spezzarono. Quando lo stato di equilibrio promosso con la Pace di Lodi del 1454, durato una quarantina d’anni s’infranse e iniziarono le “invasioni”. Col Manierismo si diffuse lo scambio di esperienze tra artisti italiani e nordici. Interessante della mostra è che questi rapporti si potranno individuare e arrivare a nuove appaganti curiosità.

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“GRANDI MAESTRI”: Selezione di capolavori del Banco Popolare allo Spazio Arte Tiziano Zalli

Fuori dai caveau, per gli occhi di tutti,  in una grande mostra a Lodi dopo l’estate

GAETANO PREVIATI: "Maternità"

GAETANO PREVIATI:
“Maternità”

La stagione delle mostre allo Spazio Tiziano Zalli Bipielle Arte riprenderà dopo l’estate con una esposizione di dipinti scelti dalle collezioni provenienti dalle diverse sedi del Gruppo Bancario. La mostra fa parte di un lavoro di recupero coordinato dal Patrimonio Artistico del Banco Popolare con la collaborazione di esperti d’arte. “Grandi Maestri” indagherà i capolavori della collezione del Gruppo, attraverso una trentina di opere convocate da alcune sedi territoriali fra cui la Banca Popolare di Novara, la Banca di Verona, il Credito Bergamasco e la Popolare di Lodi.
L’iniziativa è rivolta alla valorizzazione dei beni artistici del Paese e punta a promuovere da parte del Banco il proprio patrimonio culturale favorendone la conoscenza anche a esperti e appassionati, a istituzioni universitarie, accademiche e culturali.
Le vaste ed eterogenee raccolte delle diverse banche che fanno parte del Gruppo sono il frutto di tradizioni collezionistiche locali: ne fanno parte disegni, stampe antiche e moderne, libri antichi, sculture, coralli, arazzi, ceramiche e soprattutto dipinti.

GIORGIO DE CHIRICO: "L'isola di San Giorgio a Vwenezia"

GIORGIO DE CHIRICO:
“L’isola di San Giorgio a Vwenezia”

«La collezione del Banco Popolare – ha dichiarato Angelo Piazzoli, coordinatore del Patrimonio Artistico – costituisce una storia tutta italiana: numerosi istituti di credito, nel corso del XX secolo, hanno collezionato opere d’arte. Oggi, riscopriamo questa vocazione, riportando a nuova luce frammenti di patrimoni comuni, per spingere tutti a guardare alle proprie radici. L’ambizione della mostra è di indagare attraverso la bellezza del passato, il presente e progettare il futuro.
L’esposizione lodigiana a cura della Fondazione Banca Popolare di Lodi, presieduta da Duccio Castellotti, si prefigura dunque come un appuntamento da non perdere sia per i pezzi che andranno in esposizione che per l’allestimento. L’esposizione di via Polenghi Lombardo12, sarà inoltre animata (dal 12 settembre all’11 ottobre) dalla presenza dei visitatori di Expo  Allo scenario contribuiranno cinque opere provenienti dalla sede lodigiana e cioè due Callisto Piazza (“San Bassiano che guarisce un lebbroso” e “San Bassiano che libera un’indemoniata”), un Martino Piazza (“Madonna con Bambino), un Giorgio De Chirico (“Isola di San Giorgio”), e un Afro Basaldella (“Composizione 1957”). Di grande richiamo risulterà inoltre la

CALLISTO PIAZZA "San Bassiano libera l'indemoniata"

CALLISTO PIAZZA
“San Bassiano libera l’indemoniata”

«Maternità di Gaetano Previati, che – spiega Piazzoli – è per diverse ragioni una delle opere più importanti della pittura italiana dell’Ottocento.
Il monumentale dipinto (cm 175,5x412x4,5) segna una svolta cruciale nel passaggio dalle poetiche naturaliste e realiste in pittura alle nuove tendenze simboliste, attraverso l’adozione della tecnica divisionista. Eseguita tra il 1890 e il dopo una lunga gestazione di cui sono testimonianza due bozzetti a olio e diversi disegni, Maternità venne presentata a Milano alla prima edizione della Triennale di Brera nel 1891, diventando immediatamente un vero e proprio caso.
“La tela di Previati fu al centro di polemiche e di accese discussioni per le scelte figurative diverse e rivoluzionarie rispetto a ciò che offriva il contesto artistico italiano in quegli anni», sottolineano i curatori Paolo Plebani, Sergio Rebora e Francesca Rossi.
Una “chicca” in esposizione sarà l’opera su carta dello spagnolo Antoni  Tapies, protagonista di quell’impresa collettiva rappresentata dall’Informale, spinta a un punto limite di conoscenza e di rottura.
L’evento – è persuasione della Fondazione lodigiana – aiuterà a riscoprire la vocazione della Popolare e a riportare a

AFRO BASALDELLA "Composizione"

AFRO BASALDELLA
“Composizione”

nuova luce frammenti di patrimoni comuni. L’ambizione di “Grandi Maestri”, che si inaugurerà dopo l’estate e racchiuderà una trentina di dipinti scelti dal XIV al XX secolo, è di indagare attraverso opere del passato il presente e progettare il futuro, risvegliando la consapevolezza della identità e dello stare insieme.
Ponendosi il problema di una catalogazione, il Banco aveva quattro anni fa affidato al Museo di Castelvecchio l’incarico di una ricostruzione. Nel catalogo on line (ancora in corso) sono entrate un gruppo di opere presenti in 29 città. La “memoria” raccoglie i rivoli di un collezionismo ricco e vario, e fa capire l’attenzione intelligente delle banche del gruppo per la storia culturale del Paese.

 

 

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GALLERIA D’ARTE MODERNA DI MILANO

Cento opere rivendicano il primato della pittura
“Don’t shoot the painter” (Non sparate sul pittore)

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Curata da Francesco Bonami e Emanuela Mazzonis “Don’t shoot the painter” (“Non sparate sul pittore”), la mostra nata dalla collaborazione tra la banca Ubs e la Galleria d’Arte Moderna alla villa Reale di via Palestro a Milano, presenta un centinaio di opere di una novantina di artisti dagli anni Sessanta ad oggi. Come ogni mostra di Bonami si presenta spettacolare e provocatoria insieme, selezionata e ambigua fino a confondere pittorico e pittoresco, novità e invenzione. Una “sfida” per il visitatore. Associando pittura contemporanea e fotografia, vuol significare come i due linguaggi si guardano reciprocamente fino a scambiarsi.

FRANCESCO BONAMI curator

FRANCESCO BONAMI curator

E sicuramente una mostra da non farsi sfuggire, che esclude le altre forme del contemporaneo. Il percorso espositivo si propone infatti come un’esplorazione e un omaggio unico ed esclusivo alla pittura, per sancire il ruolo di quest’ultima come punto di riferimento nella storia dell’arte.
Tra gli artisti esposti in via Palestro figurano nomi di fama internazionale, rappresentati da opere spesso inedite per l’Italia: John Armleder, John Baldessari, Jean-Michel Basquiat, Michaël Borremans, Alice Channer, Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Gunther Förg, Gilbert & George, Katharina Grosse, Andreas Gursky, Damien Hirst, Alex Katz, Bharti Kher, Gerhard Richter, Thomas Struth, Hiroshi Sugimoto, Mark Tansey e Christopher Wool.csm_UBS_Chinese_Dancing_Marden_af615c59b7
Ma c’è soprattutto un dato che distingue l’esposizione: la rassegna privilegia l’osservazione dal punto di vista dei procedimenti e dei materiali con cui sono state fatte le opere. Finalmente c’è chi ha scelto di dare importanza alla realizzazione fisica delle idee, dei progetti, delle poetiche, offrendo di conoscere le articolazione di questi metodi operativi e di mettere a disposizione del pubblico uno strumento critico imprescindibile, addensandosi nella libera dimensione di infinite ricerche che hanno cambiato la nozione stessa di opera e di immagine. Si va così dalla stampa fotografica cromogenica (Struth, Gursky, Christopher WoolCromson, Guowci, Morimura, Ruff) al flash su tela (Sung), alla fotografia su masonite (Baldessari), all’uso di tintura di caffé su zollette di zucchero (Munoz), alla gelatina al silver (Sugimoto), ai guache tradizionali e a quelli col fango (Channer, Tomaselli, Argianos), ai dolci con coloranti e colla (Company), ai colori su materasso (Kuitca), all’acrilico e cotone (Zucker), eccetera. Una pluralità di linguaggi, metodi, processi e sostanze che offrono un ventaglio di modalità di fruizione, e un nuovo impegno di interpretazione.

“Don’t shoot the painter” (“Non sparate sul pittore”) – Cento opere della collezione Ubs – Gam Galleria d’Arte Moderna, via Palestro (villa Reale) Milano – aperta fino al 4 ottobre – Dal martedì a domenica dalle 9 alle 19,30, il giovedì fino alle 22,30

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CERAMICA VECCHIA LODI DI PISATI & MINETTI: L’ARTE DEL DECORO

Pisati e MInetti Croce VerdeUna grande ceramica parietale

 

Una nuova originale ceramica è stata portata a compimento da Angelo Pisati e Giovanni Minetti su bozzetto di Roberto Rognoni della Associazione “Il Diciotto”, nel laboratorio “Ceramica Vecchia Lodi” al quartiere S,Fereolo di Lodi. L’opera parietale è un originale esempio di maestria, legata a procedimenti tecnici e a strutture espressive, costruita con una allegoria emergente su sfondo bianco, particolarmente correlata nel colore e nel disegno alle leggi dell’ottica e della prospettiva; da esaltare l’elemento simbolico della rappresentazione.
Il grande decoro, di eccellenza indiscussa, campeggerà da sabato 23 maggio sulla palazzina, sede della CROCE VERDE di Baggio in piazza Stovani a Milano (fine di via Forze Armate) ed è stato possibile grazie all’Associazione Il Diciotto, all’intervento della Società Reale Mutua Assicurazione e della storica agenzia baggese Morazzoni.
L’opera fa parte di una serie di grandi pannelli decorativi realizzati da Pisati & Minetti. che si osservano con ammirazione per le vie dell’ex- Borgo milanese, ora inglobato nella zona 7, e che raccontano episodi della storia baggese. Storia che “Il Diciotto” e la Ceramica Lodigiana Vecchia Lodi di Pisati & Minetti sono impegnati, sulla base di un impegnativo progetto, a ravvivare per far conoscere la tradizionale borgata prima delle trasformazioni sociali ed economiche arrivate con l’edilizia urbana. Questa aspirazione alla “identità baggese” può suonare strana nella grande Milano di Expo, delle Fiere, dei grattacieli, della moda. Ma non è frutto di nostalgia o di improvvisa voglia di “paese”, bensì del desiderio di affermare i caratteri di un percorso urbano. Da qui la decisione di arredare il quartiere con ceramiche artistiche in grado di produrre sensazioni diverse da quelle che procurano i grandi condomini e i capannoni
La nuova realizzazione delle Ceramica Vecchia Lodi – la nona in ordine di tempo eseguita dagli artieri lodigiani – è in soprarilievo. Esprime una preferenza che gli esperti chiamano “pittorica”, uno stile decorato tipicamente parietale, che può richiamare esperienze di Art nouveau. Il soggetto è rappresentato da una grande fioriera che raccoglie una autentica deflagrazione di fiori e colori in rilievo. Fa ricordare artisti ornatisti che nei secoli addietro parteciparono coi fiori a ricercate sensazioni umane, che i successivi orientamenti estetici hanno fatto dimenticare. Classificazioni a parte, è un lavoro che si fa contemplare per tecnica, energia, intelligenza, grazia, in grado di risvegliare sentimenti di riconoscenza per la CROCE VERDE di Baggio, istituzione nata nel 1911,   che la grande ceramica celebra con un’immagine storica coi primi volontari in bicicletta, i barellieri e la carrozza con cavallo, in posa davanti all’asilo Gianella,
A dispetto della pesante crisi del settore della ceramica artistica, Angelo Pisati e Giovanni Minetti, riescono ancora a far nascere opere di “alta” fattura e “poesia”, dove segni, simboli, indizi e tecnica sono un invito a non perdere nella storia la memoria e, insieme, per altro aspetto, l’ingegno, il senso e la fantasia che ne sono il nutrimento esenziale, corrispondendo al bisogno di un’arte comunicativa su vasta scala..

 

Crove Verde di Baggio, piazza Stovani (Milano) , sabato 23 maggio, ore 10 inaugurazione della grande ceramica parietale che ricorda la fondazione e i suoi volontari dalle 10 alle 12 –

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LA “POESIA MUTA” DEGLI EX LIBRIS

BarbarossaTanto per aprire con una curiosità: alla Biblioteca Vaticana si può vedere l’ex libris a colori e oro di un artista tedesco che nel 1188 ne fece omaggio all’imperatore Federico Barbarossa per avere punito Milano per le barbare incursioni e i saccheggi della piccola Lodi. Non è un vero ex libris, ma una miniatura. Il richiamo serve solo a ricordare i secoli in più che l’ex libris ha rispetto al Bianco e Nero affermatosi solo col XV secolo, quando fu inventata la stampa. Da allora ne è passato del tempo, e gli alti e bassi si sono succeduti. Gli alti l’ex libris li raggiunse nel XVI secolo, grazie ai disegni di Albrecht Durer, Holbein, Cranach, Beham e altri grandi artisti. I bassi li conobbe nell’Ottocento, anche se la sonnecchiosa indifferenza dura ancor oggi a causa del poco amore degli italiani per il libro. Si spiega così anche perché una mostra di ex-libris non la si organizza tutti i giorni. Sono talmente rari i pittori e gli incisori d’oggi che si occupano di questo artistico ornamento librario che è caduto (o è rimasto) in disuso o peggio. Non vogliamo dire che, di tanto in tanto, qualche momento celebrativo o anche solo concorsuale non ci scappi, resta il fatto che il grosso del pubblico gli ex libris non sa cosa siano e quali gli exlibristi, nonostante gli indubbi meriti di una Associazione che non trascura proprio nulla per salvaguardarne la conoscenza, la diffusione e la cultura. Era, questo, un po’ anche il cruccio di Gian Franco Grechi, scrittore di origini cremasche che ha abitato gli ultimi anni della sua vita a Villabissone, in territorio melegnanese, curatore del Fondo Stendhal alla Sormani, organizzatore di concorsi e curatore di esposizioni di quella “poesia muta”, che sono appunto gli ex libris.

L’ex-libris è niente più niente meno, che un segno di proprietà del libro, costituito da un piccolo cartellino applicato nella seconda pagina di copertina di un volume. Può perciò apparire semplicemente un documento dell’avere, del possesso del libro. Ma è anche una documentazione dell’essere, della pulsione ancestrale a lasciare traccia di sè. Per dirla con Egisto Bragaglia, che con Gian Franco Grechi, Marco Fragonara, Paolo Bellini, Cristiano Beccaletto è uno dei maggiori studiosi contemporanei di questa forma espressiva: “L’ex libris è il ritratto intellettuale del lettore che palesa il suo pensiero, i suoi gusti, le sue passioni e anche le verità e i valori nei quali si riconosce”.

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