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Ricordo di Bruna Weremeenco: nel vortice delle forme geometriche

 

Nell’opera di Bruna Weremeenco – già dalle prime esperienze fresche d’accademia e del debutto alla Laus, fino alle ultime frutto di esperta abilità – la pittrice scomparsa giorni fa all’età di 88 anni, rivela l’orientamento a stare lontana dai vizi intrinseci delle “sperimentazioni” e degli “aggiornamenti” lessicali.
Nella vasta composizione e scomposizione del suo universo ha scelto di legare ogni cosa a un’altra cosa in un continuo cercarsi di forme nello spazio, senza precipitare nelle correnti d’attrazione, che nella sua vasta produzione comunque esistono, se non altro come punto di riferimento e richiamo: Brera, il Liceo e l’Accademia, con gli elementi costruttivi che stabiliscono rapporti per associazione di cadenze; la discorsività e il dispositivo plastico di De Amicis; il colore poggiato alla forma in funzione della forma di Borra; la rilettura in chiave neocubista di Cantatore che rende evocativo il silenzio.
Oltre il naturale smarrimento procurato dalla sua uscita dalla scena artistica cittadina e territoriale, si avverte come doverosa una riflessione dei risultati artistici da lei lasciati. La Weremeenco non ha avuto una posizione aggregante o di trascinamento nell’arte locale; è stata però una protagonista attiva e discreta, soddisfatta più del proprio ruolo di insegnante e del consenso procurato dai suoi appuntamenti espositivi (ultimo quello curato da Arensi e Cremaschi per conto della Associazione Monsignor Quartieri). Su un piano più esteso, per oltre mezzo secolo ha però anche saputo mantenere l’ espressività lontana dalle disarmonie del quotidiano e dalle apprensioni del vivere contemporaneo. Non ha perciò tallonato le correnti artistiche che dalla metà del secolo scorso avevano preso a perseguire la “rottura” con l’arte del passato. La sua pittura si è sempre salvata dalle scosse profonde che agivano (anche localmente) all’interno della vita sociale e politica. Ha preferito praticare un percorso creativo meno cupo e accidentato, in comunicazione con la natura, sviluppando una pittura meno mendicante e senza sregolatezze, in grado di tenere insieme l’intenzione positiva dell’immagine e le evidenti suggestioni costruttiviste.
I critici hanno definita “post-cubista”. Quanto corrisponda a chiarire il suo linguaggio non sappiamo. La sua pittura è il risultato di una sintesi dinamica regolata da linee- forza personali, che permette un gioco ritmico minuto e intenso. La figurazione e il racconto sono conformati a costanti evocative e simboliste di contenuto assolutamente personale.
Riassunta nella sua fisionomia essenziale, senza nessuna soggezione alle regole della imitazione, la Weremeenco affida alla pittura uno stile costruito sulla insistenza della memoria e dell’ immaginazione, sulla ispirazione attorno a ricordi e suggestioni personali. La sua pittura “libera” nudi giovanili, volti anziani, icone chiese e sogni, paesaggi, cavalli, eccetera; soggetti emblematici che “girano” in una sorta di circolarità con le forme geometrizzate, lanciate da prospettive curvilinee che variano il motivo senza esaurirlo.
In molte delle opere è evidente la concordantia del comporre e dell’ordine, l’affidamento alle seduzioni del disegno. Compare finanche una maestria di formazione accademica. Passa soprattutto dalla figura femminile, che è forza predominante su altri soggetti. Il nudo è il denominatore della solidità plastica, la fonte di materia cromatica all’interno delle dinamiche. In forme imprigionate e castigate da variazioni e movimenti geometrici la Weremeenco manifesta una propria profondità meditativa, il desiderio di poesia, l’aspirazione a saldare i ricordi e la frattura fra arte e vita.

 

Luigi Timoncini: “La lunga ombra delle beatitudini”

Luigi Timoncini, classe 1928, radici faentine, da almeno una settantina d’anni personaggio di spicco del mondo artistico milanese, apprezzato per il suo percorso partito sul finire degli anni Cinquanta con il “Realismo esistenziale” (insieme a Banchieri, Ceretti, Ferroni, Guerreschi, Romagnoli, ecc. ma in posizione sempre defilata) e, ultimamente, condiviso nella interpretazione di testi biblici con Gianfranco Ravasi.
Timoncini e noto anche ai lodigiani: per aver partecipato nel 2006 a “Carte d’Arte” all’ex-chiesa dell’Angelo; per avere proposto, nel 2014, al Tempio dell’Incoronata, il ciclo di incisioni “Uomo sulla strada del Golgota”; per avere contribuito, allo spazio Bipielle, al successo di “Lo spirito, il corpo, il sacro nell’arte contemporanea”con Vago, Baratella, Raciti ecc.; e, infine, per cartella realizzata anni fa per degli Amici della Grafica di Casale.
Nel composito mondo dell’arte attuale si differenzia per le sue “provocazioni”: l’Apocalisse, l’Ultima cena, La Risurrezione, via Crucis, la Crocefissione. Ultima, l’avere affidato al disegno il mistero delle Beatitudini. Parlare oggi di beatitudini può suonare una “noiosa provocazione”. L’attenzione e le speranze dell’uomo guarda ben altri modelli. Dalla cognizione di ciò è maturata in lui la scelta di dare ad esse “espressione”, di interpretare (“visivamente”) la Parola. Beati i miti…, Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia…, Beati i misericordiosi…,Beati i puri di cuore…, Beati gli operatori di pace…,Beati i perseguitati… Sono le indicazioni emblematiche affidate all’approfondimento segnico.
La sua è un’arte che nasce non come sperimentazione bensì dalla meditazione a cui Timoncini non sottrae una buona dose di emozione. Dopo avere acceso l’attenzione con “L’uomo sulla via che porta al colle del Cranio”, collegandosi al ciclo dedicato a Emmaus e al mito della Torre di Babele, la nuova serie di elaborati “artiglia” l’ interesse con le Beatitudini per dare una risposta alla condizione umana.
Nel segno grafico e nella composizione i lavori hanno una intensità che è anche polemica: contro gli imperanti modelli mediatici. Oggi – dichiara – si discute molto di politica, finanza, economia, lavoro. Ma “la condizione umana rimane inquieta, incerta, contraddittoria”. Attraverso il segno grafico egli realizza una immagine non isolata dalla storia, che assume un valore rappresentativo e al tempo stesso enigmatico, a volte ambiguo a volte sfuggente, in cui, appoggiandosi anche a citazioni letterarie (Siniavsky, Quasimodo, Valèry, Van Der Meer, Kierkergard, Mazzolari ecc…) riprende e interpreta il discorso della Montagna.
Il messaggio è a riappropriarsi della capacità di riflessione, a cogliere elementi di speranza. E, naturalmente, a non trascurare la qualità dell’arte. Che anche in questa occasione egli rivela severa e particolare, intessuta di ricchezze tecniche e di segno, ricca di simboli e allegorie, di toni drammatici mai quietanti.

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“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

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“Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e un’acquaforte di Teodoro Cotugno

Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e acquaforte di Teodoro Cotugno, ultimo fresco di stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi con in copertina “Ricordo di una passeggiata”, acquaforte di Luigi Bartolini – maestro un-incisore-copertinaatipico che spesso ha ceduto a un impulso frenetico e polemico contro l’ignoranza del mondo della grafica – è una microstoria essenziale, un fabliau ma senza essere in versi, non retorico né celebrativo, una di quelle pubblicazioni che acquistano forma, significato e fantasia più la si legge e guarda, la si tiene tra le mani e si riceve vitale coscienza che certe iniziative hanno sulle tendenze dei lettori, i loro gusti e i loro interessi.
Stampato in 50 esemplari su carta Hahnemühle (carta di elezione per soddisfare le esigenze di artisti), con disegni e una acqueforte di Teodoro Cotugno tirata dallo stesso su proprio torchio calcografico, “Un incisore” è una autentica chicca che parla d’incisione da tre punti di vista: letterario, per parte di Biasion (1914-1996), che fu artista a tutto tondo, pittore, incisore, scrittore e critico d’arte (Tempi bruciati, Sagapo’ ecc.), amico di Solmi, Sereni, Pound, Pomilio, Sinisgalli, Chiara, ostinatamente sostenitore del valore del disegno, che come prosatore ha privilegiato il racconto come mezzo di interpretare caratteri, sentimenti e fatti; per parte del carattere del personaggio di riferimento (Bartolini), elemento necessario alla vera e profonda comprensione di un “testo” artistico. Scelta logica se, come sosteneva Federico Zeri, la filologia – il riconoscimento dello stile –può offrire soltanto il grado zero, il fondamento necessario a una storia più comprensiva di cui essa stabilisce unicamente il vocabolario; e l’ interdipendenza della qualità formale, ruolo decisivo in Cotugno, la cui produzione grafica è propriamente di mediazione, amplificazione e enfatizzazione, un percorso lirico che richiede lavoro ed energia, impegno e risorse in tempi in cui la regola sembra essere affidata al solo primato della propaganda.biasiondessinportrait200
Il racconto con cui Biasion spiega il suo incontro col maestro marchigiano è essenziale e curioso:”lavorava con prudenza, prima di toccare la lastra ci pensava sette volte. Poi, all’improvviso, la punta scattava come invasata…” Ma non nasconde aspetti del caratteraccio dell’artista di Capramontana che a una osservazione dello scrittore replica con espressione villana: “se l’artista è libero non deve tener conto a nessuno di quel che fa…” Tutto l’opposto insomma di Biasion che nel suo tragitto artistico e in quello di insegnante all’Accademia di Firenze avvertì la responsabilità di misurare il proprio passo su quello della società, sforzando il ritmo e la chiarezza perché il pubblico potesse seguirlo.
Pur ammirando la poesia dell’estroso e sanguigno del secondo, è al primo che Teodoro Cotugno ha guardato e guarda t-cotugno-acquaforte-un-incisore-scan_pic0030con estrema attenzione anche nei dettagli, che con Biasion collaborò in diverse occasioni ed ha ora raccolto l’invito della vedova di dare pubblicazione a “Un incisore”, un omaggio all’insegnamento del maestro e dell’amico. Gli interventi con cui il lodigiano illustra il testo confermano come la sua arte segnica sia il prodotto di una crescita maturata, affidata al rigore del disegno, alla durata delle idee, alla lezione dei maestri. E’ una esperienza che riflette l’importanza decisiva di un incontro e di una amicizia ed ha qualcosa che non tutti quelli del suo mestiere posseggono: una solida cultura, che sa degli aspetti umani e di quelli dell’arte, anche i meno visibili.

L’OPERA: Renzo Biasion, Un incisore, con una acquaforte e disegni di Teodoro Cotugno – Racconto stampato su carta Hahnemühle in 50 esemplari stampato dalla Tpografia Sollecitudo di Lodi in 50 esemplasti, 2016, s.i.p.

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Riccardo Buttaboni: Sarabande, chimismi e dialoghi con la memoria storica

Buttaboni 3La personale di Riccardo Buttaboni all’ex- chiesa dell’Angelo, di recente conclusione, è degna di qualche ‘riguardo’ supplementare, se non altro per strapparla al grigio che segue ogni mostra una volta chiusi i battenti. Presentata da Marina Arensi l’esposizione ha riportato sulla scena cittadina un artista di affinata vivezza, autore di una pittura segmentata da un lato da orme ‘attualiste’e, dall’altro da forme e richiami figurativi ( momenti storici, mitici, ritualistici e velature romantiche), riacquisiti con perfetta fruizione in linea con i gusti d’oggi.
Oli, acquerelli, pastelli, disegni, pur negli spezzettamenti che la diversità dei linguaggi in mostra ha indicato – senza BUTTABONI 2012deroghe all’equilibrio espositivo- , hanno rafforzato le qualità note dell’artista: il suo interesse – quasi una posizione etica o ideologica – per il mondo ideale (museale) e a quelle per la pittura fantastica – fatta di sarabande, segni grafici e chimismi cromatici, da segnalare nell’ovvia diversa articolazione delle forme e del tessuto materiale, l’ acutezza dell’apertura critica.
Buttaboni disegna e dipinge adottando di volta in volta linguaggi e tecniche diverse, riservando un interesse assoluto al controllo della tecnica e del tono che accresce la forza espressiva. Non esita a scegliersi opere di maestri e a lavorarvi sopra. Senza limitarsi però alla pura riproposizione. La curiosità pratica e l’osservazione riservata alle opere “storiche” danno la misura culturale personale.buttaboni4
Nella vasta gamma all’ex-chiesa dell’Angelo una attenzione particolare hanno raccolto i disegni, in cui hanno trovato conferma la perizia di mano e di occhio dell’artista, e la sensibilità musicale (non a caso egli è noto anche come musicista)attraverso ritmi e movimenti di abilità e narrazione visiva.
Abbagliato dalle maschere, dai personaggi, dalle scene, dai costumi, dal colore, Buttaboni esplora nei suoi disegni le matrici della grafica e quelle del linguaggio teatrale e della pittura. Scandaglia effetti e movimenti, segno e colore con capacità abbagliante nel trasferire l’appagamento fantastico al visitatore.Di questi momenti vibranti di poesia, creati con estrosa libertà del gesto e un abile uso del pigmento, la mostra di Buttaboni ha offerto persuasiva dimostrazione di intelligenza e di equilibrio, mettendo in corso un confronto tra questo tipo di pittura personale – vivace e libera, creata con estrosità e finezza -, e quella di soggettistica storica in cui a prevalere è elemento iconografico – filtrato con sensibilità formale senza veicolare messaggi distorti.

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

 

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CHARTA: I libri donati alla Statale di MIlano

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L’ultimo atto di Charta si compie all’Università Statale di Milano, dove il fondatore, Giuseppe Liverani, si iscrisse  mentre si avevano le prime avvisaglie del maggio francese, che attraversate le Alpi sarebbe diventato il Sessantotto italiano.  Dagli anni Novanta e per decenni, la bottega di via della Moscova a Milano è stata il fiore all’occhiello del made in Italy dell’editoria italiana, ha prodotto cataloghi di mostre e libri d’arte, ha diffuso cultura. Ora non resta che il rimpianto. La  perdita non è da poco. “Non ci siamo voluti adeguare all’attuale mercato editoriale”, raccontano gli l’editori.
Fondata il 14 luglio del 1992 la Copy & Press Office si è da sempre occupata di arte in ogni sua forma: la pittura, la scultura, la fotografia, l’architettura, il design, ecc. Ha dato vita alla collana ‘Parole di Carta’, significativa già dal nome. Non meno importante  il rapporto di collaborazione avuto con enti culturali, case di moda, marchi aziendali di primo piano e soprattutto la diffusione delle opere di artisti italiani e internazionali.
Il primo titolo “Museo d’Arte e Architettura” inaugurò la collaborazione con il Castello di Rivoli. L’attività  di Charta è difficile da conteggiare, i numeri sono da capogiro:: oltre novecento i titoli pubblicati in Italia e distribuiti in tutto il mondo, circa 1900 gli artisti e oltre 2000 autori. Accanto all’attività editoriale è da ricordare quella non meno significativa di solidarietà con il mondo delle associazioni, portata avanti attraverso ‘Library’, un corpus di 101 libri (selezionati da un catalogo che ne comprende quasi 1000) donati a istituzioni e associazioni no profit impegnate nella diffusione della cultura. Le più recenti a LIBERA e alla Casa di Reclusione di Bollate (Milano). Recentemente Charta ha completato altre donazioni a due biblioteche comunali milanesi, Affori e Valvassori Peroni, e alla Biblioteca dell’Accademia di Brera per gli studenti d’arte. Donazioni sono state fatte inoltre a istituzioni cubane e americane, ma quella che assume significato particolare è senz’altro la donazione alla Biblioteca Comunale de L’Aquila, distrutta dal terremoto.
Arte e la cultura hanno trovato in questa insolita casa editrice, che ha sempre ritenuto i libri strumenti essenziali al progresso dell’umanità, la più valida rappresentante L’ultimo atto ha riguardato la donazione dell’intero catalogo, proveniente dalla biblioteca personale di Liverani, all’Università Statale di Milano  La scelta del Dipartimento dei Beni Culturali e Ambientali dell’Università, chiude idealmente un cerchio, ricorda Anna Maria Brizio e Marco Rosci, professori di Storia dell’Arte alla Statale che ebbero Liverani studente appassionato.

Maestri minori ma sempre giganti

I “Grandi Maestri” allo Spazio Arte Tiziano Zalli a Lodi

Non è un panorama ma una “scelta” erudita

ANTONIO D'ENRICO (detto Tanzio da Varallo) 1575-1635 La battglia di Sennacherib, olio su tela, 152x90 cm

ANTONIO D’ENRICO
(detto Tanzio da Varallo)
1575-1635
La battglia di Sennacherib, olio su tela, 152×90 cm

Dei tanti eventi che caricano di richiami i calendari dei grandi centri Grandi Maestri non ha la variabilità né l’ intemperanza. Non si affanna dietro a sistemi espositivi. Non ha “linee” da imporre ma solo opere da servire, aa offrire al godimento e all’apprezzamento della gente. Non è un panorama, ma una selezione erudita. Il risultato, un po’ monodico nelle scelte iconografiche, è fondamentale. L’arte allo Spazio Tiziano Zalli si colloca tra la A maiuscola e la curiosità. Al fondo di alcune effusioni c’è la qualità, la valorizzazione del motivo, la tendenza al simbolo. La rappresentazione oscilla tra i risultati di bottega, i manuali di pratica accademica e i moti spontanei dell’animo, della riflessione e della contemplazione, seguendo le avventure della pittura nei secoli. In altro momento, una mostra che non sarebbe dispiaciuta a Berenson, uno che “viveva” l’opera d’arte singola, “da girarla e rigirarla sul palato del mio spirito, di meditare e sognare su di essa, nella speranza di meglio comprenderla”
I lavori sono propri di una scelta di dipinti realizzati tra il XIV e il XX secolo, collezionati principalmente dalla Popolare di Novara e dal Credito Bergamasco e dalla Popolare di Lodi. Le opere non presentano legami particolari. Le storie che raccontano sono storie a sé, separatamente dotate di capacità di narrazione: senz’altro lo sono degli aspetti iconografici ed estetici, ma prendono anche un giusto interesse le risorse del collezionismo.
Inaugurata venerdì, la mostra che aveva già riscosso successo a Bergamo alla Fondazione Creberg aggiungerà ulteriore prestigio alla Fondazione BPL, dove è destinata a durare fino all’11 ottobre. Già da ora si può dire che grazie alla coordinazione nell’ordinamento e allestimento di Angelo Piazzoli, responsabile del patrimonio artistico del Banco e della Fondazione Creberg,, di Francesca Rossi e Michela Parolini che lo hanno sostenuto nel lavoro e hanno collaborato con il sovrintendente Mario Ciacchi per la parte di competenza dell’Opificio di Firenze, è assicurato alla esposizione un prestigio professionale di alto livello. Così come le note e i testi di Michela Parolini per il catalogo “Grandi Maestri” e del pittore e restauratore Roberto Bellucci, punto di riferimento dell’Opificio delle Pietre Dure fiorentino, estensori con Paolo Plebani, Sergio Rebora, Francesca Rossi e altri alcora degli interventi in catalogo. Offrono dal punto di vista della descrizione storica e culturale contributi esemplari.
I riflettori sono centrati sulla monumentale “Maternità” del ferrarese Gaetano Previati, un’opera dalla vita travagliata, sottratta a lungo alla fruizione pubblica, basilare del “debutto” alla Triennale di Brera, nel maggio del 1891, del Divisionismo italiano: tecnica neoimpressionista, sinonimo di quel pointillisme inventato da Seraut: “riproduce le addizioni di luce mediante una separazione metodicamente minuta delle tinte complementari” scrisse il Previati le cui pennellate fluide e filamentose influenzarono Pelizza da Volpedo ( l’autore del Quarto Stato) , Angelo Morbelli, Plinio Lomellini, Emilio Longoni e Carlo Fornara. Compreso un lodigiano: Silvio Migliorini, “ pittore senza abusi” che la tecnica pittorica l’apprese praticamente da solo, rompendo con gli schemi e le convenzioni di certo realismo. Del Previati è in mostra ancheLavacro dell’umanità, un olio esposto la prima volta a Lodi nel 1908 al Seminario vescovile.
Tra i dipinti del 1400-1500 si fanno ammirare la Madonna in Adorazione di Francesco Botticini, la la regale Madonna con bambino di Giovanni di Tano Fei, la Madonna col Bambino di Martino Piazza, una tempera su tavola che mette in evidenza in primissimo piano un bambino vistosamente nudo sullo sfondo di un paesaggio animato di sicura tradizione bergognonesca: Di richiamo sono anche due tavole di abilità illustrativa di Calisto Piazza e raffiguranti episodi miracolosi di San Bassiano, riferiti alla guarigione di un lebbroso e alla liberazione di un indemoniato. Più o meno dello stesso periodo appartengono la Sacra famiglia dell’abruzzese Polidoro da Lanciano, la Sacra famiglia dell’aretino Santi di Tito, il Ritratto di gentiluomo del bolognese Bartolomeo Passerotti,.
Tra i dipinti del XVII secolo è possibile ammirare Alessandro Turchi, il leonardesco Andrea Salmeggia, avvicinarsi alla storia biblica con La battaglia di Sannacherib raccontata da Abramo D’Errico, mentre il seduttivo Suicidio di Cleopatra è opera di Giovanni Andrea Ferrari. Quadri di diversa indicazione, tra i poli del sacro e del profano sono opera di Giovanni Lanfranco, Giovanni Battista Caracciolo, Pieter von Laer, Luca Giordano, Pietro Bellotti, Bartolomeo Guidobono, il Legnanino, Gastar von Wirtel, Francesco Guardi. Non mancano per finire con il Novecento: una strisciata di cielo azzurro sulla neve di Carlo Carrà un’Isola di San Giorgio di Giorgio De Chirico e una Composizione di Afro Basaldella e una tecnica mista su carta di Antoni Tàpies. La mostra garantisce soprattutto alle giovani generazioni, quindi alla scuola, strumenti di conoscenza e interpretativi della storia dell’arte nel suo percorso costitutivo. E’ un invito a restaurare quel sentimento.

 

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I GRANDI INCISORI DAL XV AL XVIII SECOLO AL MUSEO DELLA STAMPA D’ARTE DI LODI

ALRECHT DURER (1471-1528), Auroritratto

ALRECHT DURER (1471-1528), Auroritratto

Per capire l’arte d’oggi e i suoi “supercampioni” non c’è bisogno di conoscere la storia e neppure la cronologia dell’arte antica, moderna e postmoderna, ma la collocazione assunta dagli strumenti del sistema. Ovverosia mostre, cataloghi, musei, aste, relazioni, marketing, media, soprattutto quelli che rendono evidenti certi “filoni” e favoriscono l’industria del training…
Impegnarsi nella realizzazione di eventi culturali come quello che a settembre il Museo della Stampa d’arte Andrea Schiavi metterà in campo a Lodi, insieme a capacità organizzative richiedono coraggio, ambizione e un pizzico d’azzardo. Significa avere consapevolezza di un metodo di conoscenza che consente di riconoscere la qualità dei protagonisti della storia artistica, attraverso le tecniche espressive e contenutistiche che hanno permesso le successive esperienze dando dimensione a nuove stagioni. Un approccio che fa a cazzotti con tante teorie dell’ effimero su cui si reggono ipotesi interpretative e e modelli esplicativi oggi diffusi.
Nel Cinquecento e ancor più nel Seicento l’incisione calcografica ha svolto un ruolo decisivo, quello di importante mass-media a fianco della stampa tipografica. Con la produzione successiva ha consentito la circolazione delle immagini, lo scambio, la trasformazione delle culture e delle ideologie. Ha svolto un ruolo di eccezionale portata storica, che oggi, a torto, si dimentica.
L’incisione che verrà presentata al Museo della Stampa d’Arte di Lodi costituisce un autentico concentrato iconografico di luoghi comuni, varianti, invenzioni originali; accoglie scene, schemi, personaggi, visioni del divino e della religiosità; ripropone i generi del paesaggio, della vita quotidiana, dell’architettura, della natura morta eccetera. Non descrive solo aspetti della storia dell’incisione (quindi dell’arte) ma ne rintraccia gli influssi incrociati tra artisti, tra artisti e botteghe, tra scuole, tendenze e componenti culturali.
Reso possibile dalla preziosa collaborazione del collezionista pavese Giuseppe Simoni l’evento espositivo è affidata a Tino Gipponi, curatore succulento e critico urticanti come quando denuncia gli “indirizzi disordinati” di certe iniziative che indugiano a scelte “di avvicinabilità conformistica tra dilettantismo e impolverata accademia”.
La rassegna lodigiana prende il la da Wolghemut, maestro di bottega di Alberth Dürer, prosegue con nove fogli del superbo Rembrandt, va avanti con Giorgio Ghisi e Castiglione Il Grechetto, scruta Hopfer, indugia su Goya e Pietro Bruegel, esalta Guido Reni, il seicentesco Contarini, Salvator Rosa, Piranesi, fa incontrare raimondeschi e innovatori, bolognesi ed emiliani, i Carracci e i toscani, i napoletani i veneti e i romani, la poetica barocca e l’estetica edonistica, l’incisione sacra e la società del tempo…
In Italia l’attrazione verso la arte incisoria divenne acuta quando gli schemi quattrocenteschi del fare arte si spezzarono. Quando lo stato di equilibrio promosso con la Pace di Lodi del 1454, durato una quarantina d’anni s’infranse e iniziarono le “invasioni”. Col Manierismo si diffuse lo scambio di esperienze tra artisti italiani e nordici. Interessante della mostra è che questi rapporti si potranno individuare e arrivare a nuove appaganti curiosità.

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“GRANDI MAESTRI”: Selezione di capolavori del Banco Popolare allo Spazio Arte Tiziano Zalli

Fuori dai caveau, per gli occhi di tutti,  in una grande mostra a Lodi dopo l’estate

GAETANO PREVIATI: "Maternità"

GAETANO PREVIATI:
“Maternità”

La stagione delle mostre allo Spazio Tiziano Zalli Bipielle Arte riprenderà dopo l’estate con una esposizione di dipinti scelti dalle collezioni provenienti dalle diverse sedi del Gruppo Bancario. La mostra fa parte di un lavoro di recupero coordinato dal Patrimonio Artistico del Banco Popolare con la collaborazione di esperti d’arte. “Grandi Maestri” indagherà i capolavori della collezione del Gruppo, attraverso una trentina di opere convocate da alcune sedi territoriali fra cui la Banca Popolare di Novara, la Banca di Verona, il Credito Bergamasco e la Popolare di Lodi.
L’iniziativa è rivolta alla valorizzazione dei beni artistici del Paese e punta a promuovere da parte del Banco il proprio patrimonio culturale favorendone la conoscenza anche a esperti e appassionati, a istituzioni universitarie, accademiche e culturali.
Le vaste ed eterogenee raccolte delle diverse banche che fanno parte del Gruppo sono il frutto di tradizioni collezionistiche locali: ne fanno parte disegni, stampe antiche e moderne, libri antichi, sculture, coralli, arazzi, ceramiche e soprattutto dipinti.

GIORGIO DE CHIRICO: "L'isola di San Giorgio a Vwenezia"

GIORGIO DE CHIRICO:
“L’isola di San Giorgio a Vwenezia”

«La collezione del Banco Popolare – ha dichiarato Angelo Piazzoli, coordinatore del Patrimonio Artistico – costituisce una storia tutta italiana: numerosi istituti di credito, nel corso del XX secolo, hanno collezionato opere d’arte. Oggi, riscopriamo questa vocazione, riportando a nuova luce frammenti di patrimoni comuni, per spingere tutti a guardare alle proprie radici. L’ambizione della mostra è di indagare attraverso la bellezza del passato, il presente e progettare il futuro.
L’esposizione lodigiana a cura della Fondazione Banca Popolare di Lodi, presieduta da Duccio Castellotti, si prefigura dunque come un appuntamento da non perdere sia per i pezzi che andranno in esposizione che per l’allestimento. L’esposizione di via Polenghi Lombardo12, sarà inoltre animata (dal 12 settembre all’11 ottobre) dalla presenza dei visitatori di Expo  Allo scenario contribuiranno cinque opere provenienti dalla sede lodigiana e cioè due Callisto Piazza (“San Bassiano che guarisce un lebbroso” e “San Bassiano che libera un’indemoniata”), un Martino Piazza (“Madonna con Bambino), un Giorgio De Chirico (“Isola di San Giorgio”), e un Afro Basaldella (“Composizione 1957”). Di grande richiamo risulterà inoltre la

CALLISTO PIAZZA "San Bassiano libera l'indemoniata"

CALLISTO PIAZZA
“San Bassiano libera l’indemoniata”

«Maternità di Gaetano Previati, che – spiega Piazzoli – è per diverse ragioni una delle opere più importanti della pittura italiana dell’Ottocento.
Il monumentale dipinto (cm 175,5x412x4,5) segna una svolta cruciale nel passaggio dalle poetiche naturaliste e realiste in pittura alle nuove tendenze simboliste, attraverso l’adozione della tecnica divisionista. Eseguita tra il 1890 e il dopo una lunga gestazione di cui sono testimonianza due bozzetti a olio e diversi disegni, Maternità venne presentata a Milano alla prima edizione della Triennale di Brera nel 1891, diventando immediatamente un vero e proprio caso.
“La tela di Previati fu al centro di polemiche e di accese discussioni per le scelte figurative diverse e rivoluzionarie rispetto a ciò che offriva il contesto artistico italiano in quegli anni», sottolineano i curatori Paolo Plebani, Sergio Rebora e Francesca Rossi.
Una “chicca” in esposizione sarà l’opera su carta dello spagnolo Antoni  Tapies, protagonista di quell’impresa collettiva rappresentata dall’Informale, spinta a un punto limite di conoscenza e di rottura.
L’evento – è persuasione della Fondazione lodigiana – aiuterà a riscoprire la vocazione della Popolare e a riportare a

AFRO BASALDELLA "Composizione"

AFRO BASALDELLA
“Composizione”

nuova luce frammenti di patrimoni comuni. L’ambizione di “Grandi Maestri”, che si inaugurerà dopo l’estate e racchiuderà una trentina di dipinti scelti dal XIV al XX secolo, è di indagare attraverso opere del passato il presente e progettare il futuro, risvegliando la consapevolezza della identità e dello stare insieme.
Ponendosi il problema di una catalogazione, il Banco aveva quattro anni fa affidato al Museo di Castelvecchio l’incarico di una ricostruzione. Nel catalogo on line (ancora in corso) sono entrate un gruppo di opere presenti in 29 città. La “memoria” raccoglie i rivoli di un collezionismo ricco e vario, e fa capire l’attenzione intelligente delle banche del gruppo per la storia culturale del Paese.

 

 

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