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Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno in mostra alla Biblioteca don Milani di San Martino

Della grafica per azione impressiva e della stampa originale d’arte, non gira molta conoscenza tecnica, pratica e operativa sul territorio. Per questo è da salutare favorevolmente l’iniziativa del Comune di San Martino in Strada e della biblioteca comunale di organizzare, a partire da martedì 3 settembre, una presentazione di acqueforti del calcografo lodigiano Teodoro Cotugno, acquafortista di prolungata consuetudine operativa e riflessiva da convertire i tagli in incavi, in valori grafici e quindi in immagini, referenziando soggetti naturalistici, che sono poi quelli della propria ricerca artistica di pittore. Da offrire quindi anche una solida didattica. Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – questo il titolo della mostra, destinata a durare sino al 15 settembre e che venerdì 6 settembre il critico Tino Gipponi presenterà nelle sale di piazza Pagano -: offre una rappresentazione “dolce” e varia del territorio laudense; blocca i dati del vero, dell’impressione e dell’emozione con una serie di scorci e paesaggi dove trovano comprensione acque, vigneti, cascinali, monumenti storici, chiese e altre forme significative. Soggetti e temi che fanno parte del patrimonio iconografico dell’artista e del suo modulo stilistico, avviato quarant’anni fa, appena diplomato ai corsi di perfezionamento di grafica di Urbino. La sua è infatti una esperienza artistica e umana che dura ormai una vita supportata da valori umanistici. I venti fogli portati in esposizione fanno ovviamente parte di un esteso deposito di emozioni tradotte con una grafica fatta di finezze, di messaggi e di fiducia nella natura ai quali l’artista ha affidato la propria sensibilità creativa e fa ritrovare brezze di serenità meditativa e amore per la propria terra. In parecchie occasioni si è detto di Cotugno di un “artista poeta”, cantore “dei silenzi”, “della luce”, “del sentimento”, “della terra” ecc. Definizioni che nascondono – forse – ridondanza di retorica, che trovano però verità nelle tante pagine pacate affidate a lastre e punte, raschietti, composti, carte e paste abrasive, bulini, lenti, ecc., in prevalenza nei valori di tono e di luce e nell’abilità del disegno, in cui l’artista depone il respiro e il canto della sua anima. L’’evoluzione di questa grafica chiamata per semplicità “di paesaggio”, in cui scorre sotto il segno scaltro e seducente una narrazione di lucidissima sensibilità che oggi risulta più sciolta e libera nel rappresentare, determinata nel ritmo e nella misura formale ideale. Quella di Cotugno è una produzione che sospinge il fruitore a socchiudere le palpebre e a godere della soavità delle visioni, a coglierne la vivacità e il rigore, il modo tutto diretto con cui l’artista grafico coglie colti scorci, archeologie urbanistiche, simboli del passato, intrecci di cultura e società da rendere “immagate” e non “stranite” le presenze nel capoluogo e nel territorio. Nelle stampe di Cotugno non c’è solo la manualità, l’abilità nella traduzione dei luoghi; c’è, insieme, la ricerca di esprimere l’intuizione poetica, lo stesso momento fatto di brividi intensi, di assonanze della memoria, di vibrazioni tonali ed espressive. Nelle stampe esposte il visitatore troverà l’immedesimazione dell’artista nel paesaggio, ma anche distacco, passione controllata, equilibrio di lumi, immediatezza fenomenica e un pizzico di nostalgia. Il bianco/ nero delle sue acqueforti, gli serve – alla fine – per rendere la qualità del sentimento lodigiano. Aldo Caserini La mostra: Il Lodigiano nelle acqueforti di Teodoro Cotugno – Biblioteca comunale Don Lorenzo Milani, San Martino in Strada, piazza Pagano 3 – Apertura 3 settemebre, inaugurazione 6 settembre ore 19,30 con una presentazione di Tino Gipponi – Orari: martedì, mercoledì, giovedì: 15,30-18,30; venerdì 9,30-11,30/ 14,30 – 18; sabato e domenica 14,30-18, Fino al 15 settempre.

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Luigi Timoncini sarà ricordato a Carte d’Arte 2019

Un’acquaforte di Luigi Timoncini




A Luigi Timoncini, artista milanese recentemente scomparso sarà ordinata quest’anno una delle “Stanze della Grafica”, sezione che distingue all’interno di Carte d’Arte, la rassegna di stampa originale d’arte giunta alla XXII edizione. Timoncini si era fatto conoscere dai lodigiani grazie alle premure di Gaetano Cornalba, uno dei pilastri organizzativi delle “vetrine” d’arte della Associazione Quartieri e artefice silenzioso e in disparte di scelte che hanno fornito risveglio in città per la grafica originale d’arte, premure poi passate all’attuale presidente dell’Associazione, Gian Maria Bellocchio, che ne ha ampliato con successo contenuti e orizzonti. Timoncini sarà ricordato con un gruppo di lavori insieme a un altro maestro dell’incisoria milanese, Pietro Diana, deceduto tre anni prima, entrambi in qualche modo legati all’iniziativa lodigiana, giunta quest’anno al ventesimo compleanno, un percorso che ha portato in evidenza un centinaio di artisti incisori tra i quali alcuni che per indole, esperienza, fascino comunicativo e ricerca dell’espressione, sono collocabili tra i migliori incisori d’Italia: Federica Galli, Angela Colombo, Pietro Diana, André Beuchat, Floriano Bodini, Maria Jannelli, Eva Aumann, Togo, Agostino Zaliani, Alberto Rocco, Girolamo Tregambe, Teodoro Cotugno, Trento Longaretti, Livio Ceschin, per citarne alcuni. Timoncini, del quale ci interessiamo qui, ha marcato il suo contatto con l’Alaudense con una cartella per gli Amici della Grafica e una mostra di lavori calcografici alla Pusterla di Casalpusterlengo, l’esposizione a Carte d’arte del ’96, la presenza alla II Biennale d’Arte di Lodi e due personali, la prima al Tempio dell’Incoronata, la seconda alla Chiesa dell’Angelo. Prima della morte era ancora dei pochi artisti che nella Milano europea tendevano a una fusione di fantasia (linguistica) e raffigurazione, praticandola per vie imprevedibili, dall’evocazione e dall’illusione, al simbolo e alla analogia, alla rappresentazione realistica, assicurando in ogni caso all’opera, sempre una chiara prospettiva di giudizio e di ordine (di equilibrio formale). Timoncini riusciva sempre a stupire perché aveva implicita la capacità di sorprendere, così come riusciva ad essere convincente là dove introduceva, nella forma o nei contenuto, quel poco o tanto di inatteso che rendeva la sua grafica o la sua pitture vive e acute. Faentino trapiantato a Milano, il maestro ha praticato linguaggi mai offuscati dalla nebbia padana, Anche quando questa si chiamava “Realismo esistenziale”. L’immagine, quale che fosse, ha sempre avuto in lui centralità e concretezza nel rappresentare le problematiche dell’uomo, nell’essere testimone del proprio tempo. E’ stato un artista che non ha mai vissuto l’arte come un semplice esercizio estetico, ne ha sempre dichiarato e rispettato il compito etico. Le sue opere sono distaccate dal rumore equivoco di tanta contemporaneità. Attraverso una pluralità di accenti e di argomenti, di elaborazioni simboliche e di richiami alla forma, ancora ieri, in pieno mercatismo delle arti i suoi fogli stampati richiamavano alla coerenza linguaggio e contenuto, tanto che, affrontando nella grafica il racconto biblico e il messaggio del trascendente gli ha fornito una analisi e una sintesi pertinenti alla condizione umana. Non era una sfida presuntuosa, ma una scelta consapevole affinché l’arte attualista uscisse dalla retorica decorativa. Aldo Caserini

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Pietro Diana prossimamente a Carte D’Arte 2019

La venticinquesima edizione di Stanze della Grafica che l’Associazione Monsignor Quartieri ha in organizzazione per novembre allo Spazio Arte Bipielle, prevede un omaggio oltre che a Timoncini a Pietro Diana, uno dei più colti e raffinati incisori italiani.
Chi abbia familiarità e interesse alla “lingua” grafica, della punta e dell’acido, dell’acquaforte e dell’acquatinta, non rimarrà deluso dal riguardare i fogli stampati dall’artista milanese, peraltro già fatti conoscere, al Museo Civico di Lodi, a Cascina Roma a San Donato, agli “Stampatori” di Soncino, alla X edizione della Oldrado da Ponte, a Castelleone, Soresina, Casalpusterlengo, Melzo e al Centro dell’Incisione Alzaia Naviglio Grande eccetera.Diana è stato dei pochi per i quali la calcografia non ha avuto segreti: febbrile e appassionato nella ricerca delle multiformità qualitative e comunicative, è stato un printre-graveur di insuperabile destrezza e drammatica lucidità nella tecnica finalizzata alla ideazione e realizzazione della stampa originale d’arte; di instancabile rigore e inquietante poesia come dimostrano la serie dei suoi cicli: “Animali, Amore”, “I mostri”, “Da Garcia Lorca, “Apocalisse”, “Castelli, “Per l’Anno Santo” eccetera..
Dieci anni fa, il 28 dicembre, Pietro Diana avrebbe compiuto 86 primavere, intensamente vissute a dare immagine a idee, coltivare l’essenzialità nel disegno e nel tratteggio e perfezionarsi nella sovrapposizione di vellutate intensità di scuri in una figurazione ricca di castelli diroccati e sublimi, di animali spaventosi, poi di falene e di civette accanto a corpi femminili.
Si era diplomato con De Amicis e Disertori a Brera nel 1954 e aveva iniziato quasi da subito a macinare esperienza tra lastre, inchiostri, mordenti, torchi e attrezzi, ad approfondire le qualità fisiche dei procedimenti, fino a forgiare una lingua espressiva ricca di fantasia e poesia, di impatto tra forma e immagine.
Nel suo percorso artistico ha conciliato l’asportazione del metallo e la docenza (esercitata dal 1976 al 1997). Un tragitto in cui ha accordato le distinte identità anche attraverso premi e riconoscimenti, tenendo conferenze, svolgendo collaborazioni su riviste specialistiche, partecipando a personali, mostre collettive e biennali di cui sarebbe davvero una pretesa darvi qui conto, così come dare cenno agli interventi analitici dei tanti critici che ne hanno affrontato la profondità dei temi elaborati e non tutti tranquillizzanti, la sua poetica figurale e la sintesi di segno(Carlo Munari, Rossana Boscaglia, Mario Girardi, Marco Valsecchi).
Ciò nonostante, della sua attività creativa si è saputo sempre poco, avendo il “maestro” (per quarant’anni, titolare della prima cattedra di tecniche dell’incisione a Brera) deciso un atteggiamento defilato dal grande pubblico e dalla stampa, riservando le sue preferenze al lavoro tosto, alla ricerca, al perfezionamento, alla salvaguardia del mestiere e della disciplina, all’insegnamento.
Partito con un occhio naturalistico morandiano Diana abbandonò presto i modelli giovanili di riferimento. Scoperse come superamento della pittura “ il mondo” della calcografia, individuando nei temi della notte quel mondo fantastico, tormentato e sorprendente che ha tradotto in un migliaio di incisioni: una sorta di teatro delle inquietudini e delle metamorfosi, costruito su personali coordinate, incurante delle mode e delle novità delle avanguardie ( l’Informale, la Nuova Figurazione, la Pop e altro). Diana ha preferito guardare a un maestro spagnolo che citava spesso nelle conversazioni: Goya. Al quale assegnava il concetto che i mostri non nascono da un’inventiva senza riferimento, ma in un mondo interiore insondabile razionalmente.

Aldo Caserini

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Prossimo omaggio a Felice Vanelli alla Centropadana

Dopo due mostre di ottimo livello dedicate a Chighine e a Cotugno, concluse con significativi riscontro di pubblico, il limpido equilibrio dello spazio centrale di Palazzo Sommariva-Ghisi a Lodi, sede della Banca Centropadana si appresta ad accogliere in coincidenza con la ricorrenza di San Bassiano, un “omaggio” a Felice Vanelli, affidato alla curatela artistica di Tino Gipponi.

Una mattinata del luglio scorso l’ottantenne Vanelli risolveva le proprie tribolazioni terrene, delle quali pochissimi erano a conoscenza, perché fuori d’ogni enigma, come un Giobbe biblico, egli aveva voluto che la forza espiativa della sofferenza e la sacralità della morte non fossero turbate. Sulla sua storia d’artista richiama ora l’attenzione la mostra alla Centropadana con l’intento di ricordare la figura di pittore-scultore-artefice e far riprendere contatto con gli squarci di verità, sacralità, poesia e storia che l’hanno accompagnato in oltre sessanta anni di attività artistica..

In Vanelli soggetto e forma, immagine e simbolo plastico, si alternano e si fondono, compongono insieme pagine di un diario appassionato in cui è testimoniato il rapporto di tre dimensioni temporali: il tempo della esperienza individuale dell’artista, il tempo della storia e della cultura locale, il tempo metafisico e religioso.

Vanelli fu ceramista, scultore, pittore, affreschista, decoratore, grafico e unificò in chiave operativa e fattuale molte specializzazioni. I suoi lavori arredano case, uffici, luoghi pubblici, piazze, giardini, soprattutto chiese. Naturalmente non tutti sono del medesimo livello, ma molti hanno una specificità di linguaggio: sono fuori dai vincoli delle mode e del convenzionale.

All’ iniziale culto “michelangiolesco” l’artista ha fatto seguire uno sviluppo di indirizzi personali ricavati dall’ esperienza e dalla conoscenza tecnica e culturale. Era un figurativo, che combatteva “i malevoli spiriti che veleggiano a stormi” (citava, un po’ a modo suo, Montale, per non fare i nomi dei “modernisti” di casa). Si vantava d’essere artista di mestiere e tecnica, e soprattutto di “sentimento”. Intendeva dire di cuore, impulso, sensazione. Non si fece mai (o quasi) guidare dal desiderio di meravigliare con “audacie” o bizzarrie. Fino all’ultimo diede testimonianza della sua fiducia nell’immagine; che, nata dall’artista viveva della fedeltà alla natura, all’uomo, alla sua storia, alla sua religiosità.

Scultura e affresco, sono arrivati dopo la pittura, e dopo ancora è approdata la ceramica, quando l’ enfasi aveva fatto posto all’efficacia e lui s’era messo a stringere sull’indispensabile.

Nella pittura su muro diede sfogo alla passione disegnativa con cui ha narrato la realtà e la speranza dell’uomo, attraverso semplici miti e figure della più comune simbologia popolare. In scultura ha manifestato i segreti del rilievo, dell’alto mezzorilievo e basso praticati con attenzione al grado di dare spessore alla figura rispetto alla lastra del fondo. Qualità tecniche che si ritrovano nella ceramica, dove in gioco entrarono la policromia, l’ingobbo, la lucentezza, le tecniche e i tempi di cottura. Le qualità più specifiche che riportano il lavoro manuale alla grande dignità artigiana.

Generi e generazioni al Cesaris di Casalpusterlengo

Mercoledì 6 dicembre all’I.I.S. “Cesaris” di Casalpusterlengo, all’interno del ciclo “Cesaris per le Arti Visive” a cura di Amedeo Anelli, si inaugura una nuova collettiva di artisti, diversi dei quali ormai di casa all’istituto di via Cadorna, continuativamente coinvolti in ogni esposizione. “Generi e generazioni” vuole essere il titolo della “vetrina”, presentata al Cesaris, tracciata come “ viaggio nel visuale, dalla pittura alla grafica originale, ed alla ceramica, dal manifesto alla vignetta, dalla fotografia al libro d’artista, all’album”.
In mostra figureranno lavori di autori non certo privi d’ispirazione: Edgardo Abbozzo, Giacomo Bassi, Andrea Cesari, Guido Conti, Lele Corvi, Franco De Bernardi, Gianfranco De Palos, Mario Ferrario, Giuseppe Novello, Mario Ottobelli, Punch, Fulvio Roiter, Giulio Sommariva, Giancarlo Scapin, Manifesti Sovietici, Cinzia Uccelli e Riccardo Valla.
L’esibizione di autori “veramente nuovi” sono lo scrittore parmense Guido Conti, ideatore e curatore per il Corriera della sera della collana “La scuola del racconto” e vincitore con il libro Il grande fiume Poi versione e-book del premio Apple come miglior libro elettronico italiano. Di lui è quasi un vincolo citare alcuni dei suoi libri: Il coccodrillo sull’altare, I cieli di vetro, Arrigo Sacchi. Calcio totale Il grande fiume Po, Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore, Il volo felice della cicogna Nilou, i giorni meravigliosi dell’Africa... Da sempre appassionato studioso dell’opera zavattiniana, Guido Conti ha curato la raccolta degli scritti giovanili di Cesare Zavattini, Dite la vostra. Con lui sarà il grande fotografo veneto (scomparso lo scorso anno), di scuola originariamente neorealista, Fulvio Roiter, famoso per aver sviluppato con «forza narrativa e occhio poetico» foto in bianco e nero, in cui collocava personaggi ed oggetti della vita di ogni giorno. Ai due fanno contorno i pittori lodigiani (defunti) di scuola figurativa Mario Ferrario e Mario Ottobelli, il ceramista (deceduto) Giancarlo Scapin, già apprezzato dai lodigiani per la forza con cui ha sostenuto l’importanza del lavoro umano e messo impegno nel dare dimostrazione del rapporto mano-mente, il graphic novel Punch. A tutti è affidato di evitare che l’esposizione possa scivolare nel “dejà vu”, anche se gli artisti “confermati di nuovo” hanno più volte dimostrato di sapersi destreggiare nella varietà delle classificazioni fiorite tra tanti sprechi e lussi del contemporaneo, in grado quindi di uscire vivi dalla “gabbia” dei generi, ovvero del modo o maniera di praticare un’arte in correlazione con soggetti e temi iconografici. Esasperando la metafora di ponte, il concetto di genere ne rappresenta uno levatoio che all’occorrenza può sia dividere che unire, comprese le generazioni.

 

La mostra terminerà il 5 febbraio 2018. Orari di apertura: da lunedì a venerdì ore 8,00 – 17,30; sabato ore 8,00 – 14,00. Festività escluse.

 

 

 

 

 

 

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Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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Arte e spiritualità di Hokusai a Villa Borromeo a Arcore

 

La mostra curata da Bruno Gallotta

Questa volta non è l’invisibile al centro dell’ampiezza e dell’acutezza di una relazione che racconta natura e spiritualità, passato e presente. A far riaffiorare il pensiero e la nostalgia del sacro e dello spirituale sono 100 vedute del Fugj, “cento modi di parlare di Dio senza nominarlo”, portati in mostra da Bruno Gallotta, che già lo fece con successo un paio d’anni fa all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi, rivelandosi curatore sensibile, dotato di acutezza di sguardo e di ardore.
La mostra che le Scuderie di Villa Borromeo ad Arcore si apprestano ad ospitare dal 7 al 22 di ottobre, a parte location e allestimento, è una riproposta delle 100 vedute del monte Fuji dal grande Hokusai, realizzata con la premessa di contribuire a togliere opacità al messaggio artistico e filosofico del maestro giapponese, e insieme contrastare il disperato muro del dubbio secolaristico.
Promossa dalla associazione culturale DO.GO. di Montanaso Lombardo l’esposizione si avvale dell’accompagnamento di due conferenze: una di Giuseppe Jiso Forzani l’8 ottobre, dedicata al tema “Arte, natura, religione nella sensibilità giappone”, l’altra, il 14 ottobre, dello stesso curatore della mostra, destinata a una “lettura” originale dell’opera dell’artista. Il sabato successivo prevede un terzo incontro con il pubblico, questa volta della scrittrice Ornella Civardi, traduttrice di scrittori moderni e contemporanei come Kawabata, Mishima, Mori Ōgai, Yoko Ōgawa, Nishiwaki Junzaburō e Kawabata, che presenterà “Jisei, poesie dell’Adda”, un reading di poesie giapponesi, avvalendosi dell’accompagnamento del violinista Alessandro Zyumbrosckj.
Il programma annunciato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Arcore e dalla associazione Do.Go. con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, della Regione Lombardia, del Consolato Generale del Giappone a Milano è proposto sotto l’ egida del Ministero dei beni culturali.
Affidato alle competenze artistiche, interpretative, culturali, ed anche tecniche ed organizzative di Bruno Gallotta,  uno dei massimi esperti di cultura giapponese e studioso dell’artista-filosofo, l’evento poggia sulle Cento vedute del monte Fuji, che costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo di Hokusai, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e della sua potenza immaginativa. Ma la parte espositiva si riconduce in certo senso al libro “Hokusai. 100 vedute del Fuji. 100 modi per parlare di Dio senza nominarlo” (ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduzioni), in cui Gallotta ha raccolto e riassunto le personali riflessioni attorno all’opera dell’ artista, nato nel 1760 e morto nel 1849.
Mostra e libro permettono insieme di interpretarne segni, simboli e contenuti dell’opera di Hokusai e di fornire una lettura degli “intenti spirituali” di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente del monte Fuji, definendone l’esegetica e l’inesauribile simbologia.
L’interpretazione di Gallotta non si ferma, in ogni caso, all’ inventiva e ai simboli, ma arriva ai procedimenti di sviluppo di quelle cose che “non sono arte”. Ovvero di quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che hanno agito sulla personalità e sulle scelte dell’artista

 

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Attilio Maiocchi pittore sensibile ed esperto a cinquant’anni dalla morte

Tra qualche mese saranno cinquant’anni che Attilio Maiocchi ha terminato il suo percorso di vita. Nella pittura lodigiana ha rappresentato una pagina del Novecento senza le spinte della modernità, rispettosa del passato e scrupolosa e prudente, di caStità formale. Allora in città giravano i nomi di Zaninelli, Vailetti (Giuseppe), Migliorini, Monico, Vecchietti, mentre sul territorio muovevano quelli di Belloni, Novello, Groppi, Carrera, Brambati, Spelta.
Tenendo conto che l’apparato critico delle iniziative a lui dedicate (la retrospettiva del 1969 al Museo Civico di Lodi, curata dalla Società Storica Lodigiana; quella del 1978 al Salone dei Notai della Pro Loco e della Familia Ludesana; quella del 1988 del Circolo San Cristoforo; e quella del 2000 all’ex-chiesa dell’Angelo) hanno fornito rapidissime sintesi delle connessioni della sua pittura, una eventuale nuova “rievocativa” riproporrebbe probabilmente gli stessi problemi di definizione filologica e di semiotica figurativa del pssato.
L’immagine che si ricorda di Maiocchi è di un artista del suo tempo, contagiato dall’esercizio della pittura, e, insieme, dalla meticolosa ricerca della qualità visiva; di un professionista affidabile, che tendeva a dare di sé i due poli di una conoscenza fattiva, pratica della tecnica e la spiritualità del prodotto finale in stretto legame dialettico.
Solo la padronanza del “come si fa” , della materialità dell’opera – ci disse una volta che eravamo con Ugo Maffi nel suo studio di via XX settembre – è in grado di garantire la qualità di quel prodotto intellettuale che è l’opera di pittura.
Come vi è riuscito possono bastare i ritratti e alcuni paesaggi.
Maiocchi fu pittore dalla attività intensissima (ben oltre duecento i ritratti, più vicini ai cinquecento i paesaggi di tutte le dimensioni). Provava gioia nel dipingere e questo spiega il suo frenetico comporre: un’attività partita nel 1919, con l’ingresso a Brera, dopo il militare, ma già praticata da ragazzo, riservandogli più tempo di quanto non dedicasse a far barbe nel negozio del papà.
Degli anni Venti, Trenta e Quaranta, non si conosce molto, o quanto meno si conosce in misura insufficiente e imperfetta: alcune acqueforti degli anni Trenta, qualche ritratto (quello all’Alciati (1927). suo maestro d’ accademia, (1927), un autoritratto giovanile (?), quello da “maturo” (1923), quello della moglie Nilla, il ritratto del padre (1924), quello del “Vecchio” (1927), con cui vinse il premio del ministero alla P. I., quello della suocera (1934), del prof. Lorenzetti (1938), delle figlie Anna e Gabriella bambine, quelli che stanno nella quadreria dell’Ospedale); eppoi, qualche natura morta, qualche paesaggio di Fiera di Primiero, del Lago di Garda, impressioni della laguna veneta, un gruppo di oli localmente importanti come “L’arcata del ponte sull’Adda” (1930) “Mura di Lodi” (1935) , “L’Adda al Geraletto” (1937), “Piazzale della Stazione Ferroviaria” (1936), “La chiesa di San Francesco”, “Il Protiro del Duomo di Lodi”. Un nuovo “omaggio” potrebbe far compiere qualche passo avanti utile A tracciarne la storia pittorica, approfondirne i caratteri e le componenti stilistiche, indagarne i contorni, le tecniche, le influenze, il gusto. Ma servirebbe prima un censimento generale della sua produzione.

 

 

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Libri d’Artista, una antologica di Fernanda Fedi e Gino Gini all’Archivio Storico di Lodi

L’iniziativa promossa da Kamen’, Associazione Archivi-Amo, Amici del Nebiolo
L’inaugurazione a settembre (sabato 16 ore 17) con le presentazioni
di Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli

I libri, o più esattamente l’editoria libraria, appartengono ai secoli della modernità. Ma per dirla semplificando Cesare De Michelis, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e collaboratore dell’inserto “Domenica” del “Sole24ore”, quella modernità si è ormai trasformata.
Per molti esperti non solo ha perso peso ma anche autorevolezza. C’è però un “filone” creativo che senza progetti prescrittivi ambisce a un primato di natura precipuamente estetica: il libro d’artista. Considerato da molti un estro fantasioso impostosi in tempi di subbugli e instabilità in cui traballano molti (troppi) libri non necessari così come anche molti prodotti dell’espressività attualistica, i libri d’artista si oppongono con le armi dell’ arte, l’ impronta diversa, la folta confluenza di circostanze alla frattura tra arte e vita
Sulla strada di Angiolieri e del Burchiello è possibile incontrare Gino Gini e Fernanda Fedi, due meneghini uniti nella vita e nell’arte, che non perdono occasione di creare libri d’artista dominati di volta in volta dall’elegia o dal pensiero filosofico o dal frammento iconico-ideogrammatico-scritturale-pittorico, che prendono per la gola raffinati collezionisti.
I loro nomi sono affermati a livello europeo, posizionati in modo autonomo, senza eccedere a snobismi né a consumismi. Noti lo sono anche ai sudmilanesi e ai lodigiani per avere animato con esposizioni a Cascina Roma a San Donato, “Semina Verbi” a Casalpusterlengo, “Il Viaggiatore” a Sant’Angelo Lodigiano, La Biennale d’arte a Lodi. Nella loro molteplice e varia produzione artistica l’esperienza del “Libro d’Artista” si colloca in posizione non secondaria: Gini è promotore, teorico, storico e archivista, e, insieme a Fernanda Fedi, ha realizzato a Milano l’unico Archivio Nazionale dei libri d’Artista. (Archivio 66. Libri d’Artista). In oltre una cinquantina d’anni ù stato raccolto e catalogato più di un migliaio di libri di tipologie tecniche diverse: libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box libri preziosi, minilibri.
Negli ultimi “Libri d’Artista” prodotti direttamente, la Fedi sviluppa frammenti dai significati antropologici. Orienta forme visive impaginate di grafemi, in cui l’occhio coglie richiami sacrali, magici e rituali in un fitto combinarsi di concettualismo e di incantamenti grafici. Non diversamente la riflessione suggerita da Gini, che sviluppa una diversificazione del linguaggio attraverso lo svolgimento del possibile. In “contrappunto” una pluralità di immagini e scritti di accompagnamento, di piani e tipologie tecniche che conferiscono peculiarità in chiave di poesia visiva.
Fedi e Gini saranno coi loro libri d’artista all’Archivio Storico di Lodi in via Fissiraga dal 16 al 30 settembre con una “Antologica” destinata a documentare la produzione tra il 1974 e il 2017. L’evento è procurato dalla collaborazione congiunta della Associazione Archivi-Amo, della rivista semestrale Kamen’ e della Associazione culturale Amici del Nebiolo di Tavazzano. All’inaugurazione, già in calendario per le 17 di sabato 16 settembre, porteranno il loro contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. In tale occasione verrà presentato il nuovo libro d’artista realizzato dalla Fedi e da Gini, pubblicato dalle Edizioni Piccolo di Livorno nella collana “Memorie d’artista”.

 

 

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