Archivi categoria: Arte

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lombardo alla Bcc Centropadana

 

 

 

 

Dopo Alfredo Chighine “Centropadana” preannuncia un appuntamento altrettanto alto e attendibile: una selezione di 35 stampe originali di Teodoro Cotugno aiuteranno a ritrovare il suo mondo limpido e poetico: chiese, monumenti, cascinali, stagioni, vigneti, colture, corsi d’acqua, lanche, archeologie rurali, efflorescenze ecc., un mondo scrutato oltre l’immediatezza, pieno di particolari e diversificazioni L’esposizione sarà curata da Tino Gipponi, critico e collezionista lui stesso, esperto in incisione e stampa d’arte ad incavo e altre maniere.Già a suo tempo Trento Longaretti colse come la grafica di Cotugno nascondesse “incanti e magnetismi”, Renzo Biasion fece notare la forza della sua “visione fatta di luce” con cui l’immagine era definita; e Tino Gipponi, ne sottolineò (alla Ponte Rosso) la tecnica, fattasi più “distesa”, “sorvegliata”, sottoposta a un “costante progredire”, e orientata a un ”naturalismo poetico”.L’attuale mostra cade in un momento non facile per l’incisione, con la grande stagione ridotta a ricordo. Sorte vuole vi siano ancora artisti (pochi) che si “avventurano” e affidano ad essa immagini di riferimento immediato, annotazioni, cronache dei sentimenti e delle sensazioni coagulate dal valore naturalistico. Cotugno vi si applica dagli anni settanta, con risultati oggi sorprendenti: di esiti, si vuole dire, distintivi, soprattutto per segno, tecnica e carica espressiva; di registro descrittivo e figurativo di dimensione interiore, ricco di suggestioni, idee e poesia.La mostra si preannuncia pertanto con intatti requisiti per riattizzare attenzione all’“autentico”. Negli ultimi decenni l’acquafortista ha contrastato gli smarrimenti diffusi da tanta arte “veloce” e “moderna”, attraverso un sentimento aperto al rapporto con la natura e alla figurazione. Oggi nessuno può negargli importanza di primo piano, una identità inconfondibile, distintiva, una capacità nel dare spicco al chiarore della carta con l’”essenzialità” della “scrittura”. Non è un estroso, né uno stravagante, tanto meno un capriccioso. Al contrario, ha mano e polso rigidi e occhio fermo da dare corposità e carezzevoli morbidezze ai paesaggi con esibizioni in cui domina l’ampiezza luminosa, la naturalezza distesa, il sentimento di tutta l’immagine.L’incognita del descrittivo è tenuta “a bada”: attraverso la luce, i volumi, e, più in generale, le forme della natura e dei luoghi. A eccellere è la “visione”, vezzeggiata dal segno lieve, trasparente, discreto e però determinato nel cogliere e trasmettere le rarefazioni scintillanti della terra e della cultura. La sua grafica è catturata dall’ osservazione “diretta” ed “emotiva” della natura e trasferita con un segno che è oggi visibilmente mutato nella struttura, “meno convenzionale”, più libero, più “distintivo e personale”.

Il segno di Teodoro Cotugno nel vedutismo lodigiano – da domenica 12 a domenica 26 novembre 2017 – inaugurazione sabato 11 novembre, ore 17.00 Atrio della BCC Banca Centropadana Corso Roma 100 – Lodi – a cura di Tino Gipponi – orari: tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00; sabato e domenica: dalle 10.00 alle 12.30 ee dalle 16.00 alle 19.00

 

 

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Arte e spiritualità di Hokusai a Villa Borromeo a Arcore

 

La mostra curata da Bruno Gallotta

Questa volta non è l’invisibile al centro dell’ampiezza e dell’acutezza di una relazione che racconta natura e spiritualità, passato e presente. A far riaffiorare il pensiero e la nostalgia del sacro e dello spirituale sono 100 vedute del Fugj, “cento modi di parlare di Dio senza nominarlo”, portati in mostra da Bruno Gallotta, che già lo fece con successo un paio d’anni fa all’ex-chiesa dell’Angelo a Lodi, rivelandosi curatore sensibile, dotato di acutezza di sguardo e di ardore.
La mostra che le Scuderie di Villa Borromeo ad Arcore si apprestano ad ospitare dal 7 al 22 di ottobre, a parte location e allestimento, è una riproposta delle 100 vedute del monte Fuji dal grande Hokusai, realizzata con la premessa di contribuire a togliere opacità al messaggio artistico e filosofico del maestro giapponese, e insieme contrastare il disperato muro del dubbio secolaristico.
Promossa dalla associazione culturale DO.GO. di Montanaso Lombardo l’esposizione si avvale dell’accompagnamento di due conferenze: una di Giuseppe Jiso Forzani l’8 ottobre, dedicata al tema “Arte, natura, religione nella sensibilità giappone”, l’altra, il 14 ottobre, dello stesso curatore della mostra, destinata a una “lettura” originale dell’opera dell’artista. Il sabato successivo prevede un terzo incontro con il pubblico, questa volta della scrittrice Ornella Civardi, traduttrice di scrittori moderni e contemporanei come Kawabata, Mishima, Mori Ōgai, Yoko Ōgawa, Nishiwaki Junzaburō e Kawabata, che presenterà “Jisei, poesie dell’Adda”, un reading di poesie giapponesi, avvalendosi dell’accompagnamento del violinista Alessandro Zyumbrosckj.
Il programma annunciato dall’assessorato alla Cultura del Comune di Arcore e dalla associazione Do.Go. con il patrocinio della Provincia di Monza e Brianza, della Regione Lombardia, del Consolato Generale del Giappone a Milano è proposto sotto l’ egida del Ministero dei beni culturali.
Affidato alle competenze artistiche, interpretative, culturali, ed anche tecniche ed organizzative di Bruno Gallotta,  uno dei massimi esperti di cultura giapponese e studioso dell’artista-filosofo, l’evento poggia sulle Cento vedute del monte Fuji, che costituiscono la parte decisiva dell’iter creativo di Hokusai, quella che meglio mette in evidenza la forza delle sue composizioni e della sua potenza immaginativa. Ma la parte espositiva si riconduce in certo senso al libro “Hokusai. 100 vedute del Fuji. 100 modi per parlare di Dio senza nominarlo” (ed. DO.GO,, Media & Grafica Lodi, 2015, pp 100 e 100 riproduzioni), in cui Gallotta ha raccolto e riassunto le personali riflessioni attorno all’opera dell’ artista, nato nel 1760 e morto nel 1849.
Mostra e libro permettono insieme di interpretarne segni, simboli e contenuti dell’opera di Hokusai e di fornire una lettura degli “intenti spirituali” di tante spirali, ventagli, flutti, chiaroscuri, giuncacee, vuoti prospettici, tartarughe, alberi, rocce, animali, nuvole, ninfe e geroglifici, fauna, flora e naturalmente del monte Fuji, definendone l’esegetica e l’inesauribile simbologia.
L’interpretazione di Gallotta non si ferma, in ogni caso, all’ inventiva e ai simboli, ma arriva ai procedimenti di sviluppo di quelle cose che “non sono arte”. Ovvero di quelle componenti di pensiero, spiritualità, cultura che hanno agito sulla personalità e sulle scelte dell’artista

 

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Attilio Maiocchi pittore sensibile ed esperto a cinquant’anni dalla morte

Tra qualche mese saranno cinquant’anni che Attilio Maiocchi ha terminato il suo percorso di vita. Nella pittura lodigiana ha rappresentato una pagina del Novecento senza le spinte della modernità, rispettosa del passato e scrupolosa e prudente, di caStità formale. Allora in città giravano i nomi di Zaninelli, Vailetti (Giuseppe), Migliorini, Monico, Vecchietti, mentre sul territorio muovevano quelli di Belloni, Novello, Groppi, Carrera, Brambati, Spelta.
Tenendo conto che l’apparato critico delle iniziative a lui dedicate (la retrospettiva del 1969 al Museo Civico di Lodi, curata dalla Società Storica Lodigiana; quella del 1978 al Salone dei Notai della Pro Loco e della Familia Ludesana; quella del 1988 del Circolo San Cristoforo; e quella del 2000 all’ex-chiesa dell’Angelo) hanno fornito rapidissime sintesi delle connessioni della sua pittura, una eventuale nuova “rievocativa” riproporrebbe probabilmente gli stessi problemi di definizione filologica e di semiotica figurativa del pssato.
L’immagine che si ricorda di Maiocchi è di un artista del suo tempo, contagiato dall’esercizio della pittura, e, insieme, dalla meticolosa ricerca della qualità visiva; di un professionista affidabile, che tendeva a dare di sé i due poli di una conoscenza fattiva, pratica della tecnica e la spiritualità del prodotto finale in stretto legame dialettico.
Solo la padronanza del “come si fa” , della materialità dell’opera – ci disse una volta che eravamo con Ugo Maffi nel suo studio di via XX settembre – è in grado di garantire la qualità di quel prodotto intellettuale che è l’opera di pittura.
Come vi è riuscito possono bastare i ritratti e alcuni paesaggi.
Maiocchi fu pittore dalla attività intensissima (ben oltre duecento i ritratti, più vicini ai cinquecento i paesaggi di tutte le dimensioni). Provava gioia nel dipingere e questo spiega il suo frenetico comporre: un’attività partita nel 1919, con l’ingresso a Brera, dopo il militare, ma già praticata da ragazzo, riservandogli più tempo di quanto non dedicasse a far barbe nel negozio del papà.
Degli anni Venti, Trenta e Quaranta, non si conosce molto, o quanto meno si conosce in misura insufficiente e imperfetta: alcune acqueforti degli anni Trenta, qualche ritratto (quello all’Alciati (1927). suo maestro d’ accademia, (1927), un autoritratto giovanile (?), quello da “maturo” (1923), quello della moglie Nilla, il ritratto del padre (1924), quello del “Vecchio” (1927), con cui vinse il premio del ministero alla P. I., quello della suocera (1934), del prof. Lorenzetti (1938), delle figlie Anna e Gabriella bambine, quelli che stanno nella quadreria dell’Ospedale); eppoi, qualche natura morta, qualche paesaggio di Fiera di Primiero, del Lago di Garda, impressioni della laguna veneta, un gruppo di oli localmente importanti come “L’arcata del ponte sull’Adda” (1930) “Mura di Lodi” (1935) , “L’Adda al Geraletto” (1937), “Piazzale della Stazione Ferroviaria” (1936), “La chiesa di San Francesco”, “Il Protiro del Duomo di Lodi”. Un nuovo “omaggio” potrebbe far compiere qualche passo avanti utile A tracciarne la storia pittorica, approfondirne i caratteri e le componenti stilistiche, indagarne i contorni, le tecniche, le influenze, il gusto. Ma servirebbe prima un censimento generale della sua produzione.

 

 

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Libri d’Artista, una antologica di Fernanda Fedi e Gino Gini all’Archivio Storico di Lodi

L’iniziativa promossa da Kamen’, Associazione Archivi-Amo, Amici del Nebiolo
L’inaugurazione a settembre (sabato 16 ore 17) con le presentazioni
di Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli

I libri, o più esattamente l’editoria libraria, appartengono ai secoli della modernità. Ma per dirla semplificando Cesare De Michelis, direttore della rivista “Studi novecenteschi” e collaboratore dell’inserto “Domenica” del “Sole24ore”, quella modernità si è ormai trasformata.
Per molti esperti non solo ha perso peso ma anche autorevolezza. C’è però un “filone” creativo che senza progetti prescrittivi ambisce a un primato di natura precipuamente estetica: il libro d’artista. Considerato da molti un estro fantasioso impostosi in tempi di subbugli e instabilità in cui traballano molti (troppi) libri non necessari così come anche molti prodotti dell’espressività attualistica, i libri d’artista si oppongono con le armi dell’ arte, l’ impronta diversa, la folta confluenza di circostanze alla frattura tra arte e vita
Sulla strada di Angiolieri e del Burchiello è possibile incontrare Gino Gini e Fernanda Fedi, due meneghini uniti nella vita e nell’arte, che non perdono occasione di creare libri d’artista dominati di volta in volta dall’elegia o dal pensiero filosofico o dal frammento iconico-ideogrammatico-scritturale-pittorico, che prendono per la gola raffinati collezionisti.
I loro nomi sono affermati a livello europeo, posizionati in modo autonomo, senza eccedere a snobismi né a consumismi. Noti lo sono anche ai sudmilanesi e ai lodigiani per avere animato con esposizioni a Cascina Roma a San Donato, “Semina Verbi” a Casalpusterlengo, “Il Viaggiatore” a Sant’Angelo Lodigiano, La Biennale d’arte a Lodi. Nella loro molteplice e varia produzione artistica l’esperienza del “Libro d’Artista” si colloca in posizione non secondaria: Gini è promotore, teorico, storico e archivista, e, insieme a Fernanda Fedi, ha realizzato a Milano l’unico Archivio Nazionale dei libri d’Artista. (Archivio 66. Libri d’Artista). In oltre una cinquantina d’anni ù stato raccolto e catalogato più di un migliaio di libri di tipologie tecniche diverse: libri-oggetto, libri fisarmonica, libri monotipo, libri box libri preziosi, minilibri.
Negli ultimi “Libri d’Artista” prodotti direttamente, la Fedi sviluppa frammenti dai significati antropologici. Orienta forme visive impaginate di grafemi, in cui l’occhio coglie richiami sacrali, magici e rituali in un fitto combinarsi di concettualismo e di incantamenti grafici. Non diversamente la riflessione suggerita da Gini, che sviluppa una diversificazione del linguaggio attraverso lo svolgimento del possibile. In “contrappunto” una pluralità di immagini e scritti di accompagnamento, di piani e tipologie tecniche che conferiscono peculiarità in chiave di poesia visiva.
Fedi e Gini saranno coi loro libri d’artista all’Archivio Storico di Lodi in via Fissiraga dal 16 al 30 settembre con una “Antologica” destinata a documentare la produzione tra il 1974 e il 2017. L’evento è procurato dalla collaborazione congiunta della Associazione Archivi-Amo, della rivista semestrale Kamen’ e della Associazione culturale Amici del Nebiolo di Tavazzano. All’inaugurazione, già in calendario per le 17 di sabato 16 settembre, porteranno il loro contributo Isabella Ottobelli e Amedeo Anelli. In tale occasione verrà presentato il nuovo libro d’artista realizzato dalla Fedi e da Gini, pubblicato dalle Edizioni Piccolo di Livorno nella collana “Memorie d’artista”.

 

 

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Il corpo umano nella figurazione di Tindaro Calia

Di Tindaro Calia di Dio si è detto e scritto in gran quantità. L’artista milanese si è fatto conoscere anche dai lodigiani con un gruppo di mostre all’ex-chiesa dell’Angelo, alla Muzza di Cornegliano, a La Cornice, allo Spazio Arte Bipielle e la presenza in diverse collettive. Con l’ultima esibizione ha praticamente riaffermato la profondità della propria esperienza e della ricerca pittorica avviata negli anni Settanta. Ha posto sotto i riflettori l’esistenza tra la maniera di affrontare le figure, lo stesso “dialettismo” e lo stesso gusto di conferire un modo realisticamente “impressionante”.
Già docente al Liceo artistico Calisto Piazza, le sue esibizioni fanno sempre snocciolare aggettivi; non solo quelle che hanno senso in rapporto alle espressioni figurative, che sono poi le stesse che recuperano e riportano alla definizione di realismo.
Calia è artista vigile nel cogliere la realtà attraverso la dimensione umana e quotidiana e a tradurla in immagini intensamente morali, di valore educativo. Come tali, strumento di una teoria che può far venire in mente “Corrente” ma prima ancora – azzardiamo un poco -, Courbet, che fu da par sua artista attento a cogliere la realtà nella sua dimensione quotidiana e umana, e tradusse “i costumi, le idee, l’aspetto di un’epoca” in composizioni aperte alle situazioni e agli esperimenti formalmente più liberi, purché “entro la rappresentazione”.
Nella testimonianza critica di Giorgio Severo, al centro della sensibilità del pittore viene individuato il corpo umano, “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio, come ragione di ogni poetica”. Riafferma a sua volta Dominga Carruba: “La poetica della pittura di Calia rievoca l’allegoria che alberga tra l’apparenza narrata dal vedere quel che appare dintorno e la verità riconosciuta con l’intuizione, che non si ferma alle forme apprese dai sensi né al “sentito dire” di vana sostanza che la ragione elabora.
I consensi ch’egli quotidianamente riceve sono dunque il risultato di una pittura non ingannevole indirizzata a indagare la figura umana, con cui il pittore ha definito culturalmente e professionalmente l’ampiezza del proprio orizzonte intellettuale e artistico.
Al di là delle nuove attribuzioni che gli si potrebbero attaccare, una cosa è certa: la sua è una pittura che pur avendo un profondo carattere iconografico è tutt’altro che un prodotto commerciale. E’ figurativa nel senso migliore del termine, di idee. Arricchita di composto intellettuale, spirituale e affettivo.
Tematizzando i fili della ricerca e pur rispettando modalità ricorsive, fornisce di indicazioni somatizzanti l’individuo, l’umanità e delle stagioni della vita. Unitamente ai dettagli pittorici, è il suo un discorso che “va oltre” la pura e semplice espressione. Rende il corpo umano “specchio e sintesi di ogni sentimento e di ogni giudizio” . Ne fa ragione di poetica

 

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Ricordo di Bruna Weremeenco: nel vortice delle forme geometriche

 

Nell’opera di Bruna Weremeenco – già dalle prime esperienze fresche d’accademia e del debutto alla Laus, fino alle ultime frutto di esperta abilità – la pittrice scomparsa giorni fa all’età di 88 anni, rivela l’orientamento a stare lontana dai vizi intrinseci delle “sperimentazioni” e degli “aggiornamenti” lessicali.
Nella vasta composizione e scomposizione del suo universo ha scelto di legare ogni cosa a un’altra cosa in un continuo cercarsi di forme nello spazio, senza precipitare nelle correnti d’attrazione, che nella sua vasta produzione comunque esistono, se non altro come punto di riferimento e richiamo: Brera, il Liceo e l’Accademia, con gli elementi costruttivi che stabiliscono rapporti per associazione di cadenze; la discorsività e il dispositivo plastico di De Amicis; il colore poggiato alla forma in funzione della forma di Borra; la rilettura in chiave neocubista di Cantatore che rende evocativo il silenzio.
Oltre il naturale smarrimento procurato dalla sua uscita dalla scena artistica cittadina e territoriale, si avverte come doverosa una riflessione dei risultati artistici da lei lasciati. La Weremeenco non ha avuto una posizione aggregante o di trascinamento nell’arte locale; è stata però una protagonista attiva e discreta, soddisfatta più del proprio ruolo di insegnante e del consenso procurato dai suoi appuntamenti espositivi (ultimo quello curato da Arensi e Cremaschi per conto della Associazione Monsignor Quartieri). Su un piano più esteso, per oltre mezzo secolo ha però anche saputo mantenere l’ espressività lontana dalle disarmonie del quotidiano e dalle apprensioni del vivere contemporaneo. Non ha perciò tallonato le correnti artistiche che dalla metà del secolo scorso avevano preso a perseguire la “rottura” con l’arte del passato. La sua pittura si è sempre salvata dalle scosse profonde che agivano (anche localmente) all’interno della vita sociale e politica. Ha preferito praticare un percorso creativo meno cupo e accidentato, in comunicazione con la natura, sviluppando una pittura meno mendicante e senza sregolatezze, in grado di tenere insieme l’intenzione positiva dell’immagine e le evidenti suggestioni costruttiviste.
I critici hanno definita “post-cubista”. Quanto corrisponda a chiarire il suo linguaggio non sappiamo. La sua pittura è il risultato di una sintesi dinamica regolata da linee- forza personali, che permette un gioco ritmico minuto e intenso. La figurazione e il racconto sono conformati a costanti evocative e simboliste di contenuto assolutamente personale.
Riassunta nella sua fisionomia essenziale, senza nessuna soggezione alle regole della imitazione, la Weremeenco affida alla pittura uno stile costruito sulla insistenza della memoria e dell’ immaginazione, sulla ispirazione attorno a ricordi e suggestioni personali. La sua pittura “libera” nudi giovanili, volti anziani, icone chiese e sogni, paesaggi, cavalli, eccetera; soggetti emblematici che “girano” in una sorta di circolarità con le forme geometrizzate, lanciate da prospettive curvilinee che variano il motivo senza esaurirlo.
In molte delle opere è evidente la concordantia del comporre e dell’ordine, l’affidamento alle seduzioni del disegno. Compare finanche una maestria di formazione accademica. Passa soprattutto dalla figura femminile, che è forza predominante su altri soggetti. Il nudo è il denominatore della solidità plastica, la fonte di materia cromatica all’interno delle dinamiche. In forme imprigionate e castigate da variazioni e movimenti geometrici la Weremeenco manifesta una propria profondità meditativa, il desiderio di poesia, l’aspirazione a saldare i ricordi e la frattura fra arte e vita.

 

Luigi Timoncini: “La lunga ombra delle beatitudini”

Luigi Timoncini, classe 1928, radici faentine, da almeno una settantina d’anni personaggio di spicco del mondo artistico milanese, apprezzato per il suo percorso partito sul finire degli anni Cinquanta con il “Realismo esistenziale” (insieme a Banchieri, Ceretti, Ferroni, Guerreschi, Romagnoli, ecc. ma in posizione sempre defilata) e, ultimamente, condiviso nella interpretazione di testi biblici con Gianfranco Ravasi.
Timoncini e noto anche ai lodigiani: per aver partecipato nel 2006 a “Carte d’Arte” all’ex-chiesa dell’Angelo; per avere proposto, nel 2014, al Tempio dell’Incoronata, il ciclo di incisioni “Uomo sulla strada del Golgota”; per avere contribuito, allo spazio Bipielle, al successo di “Lo spirito, il corpo, il sacro nell’arte contemporanea”con Vago, Baratella, Raciti ecc.; e, infine, per cartella realizzata anni fa per degli Amici della Grafica di Casale.
Nel composito mondo dell’arte attuale si differenzia per le sue “provocazioni”: l’Apocalisse, l’Ultima cena, La Risurrezione, via Crucis, la Crocefissione. Ultima, l’avere affidato al disegno il mistero delle Beatitudini. Parlare oggi di beatitudini può suonare una “noiosa provocazione”. L’attenzione e le speranze dell’uomo guarda ben altri modelli. Dalla cognizione di ciò è maturata in lui la scelta di dare ad esse “espressione”, di interpretare (“visivamente”) la Parola. Beati i miti…, Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia…, Beati i misericordiosi…,Beati i puri di cuore…, Beati gli operatori di pace…,Beati i perseguitati… Sono le indicazioni emblematiche affidate all’approfondimento segnico.
La sua è un’arte che nasce non come sperimentazione bensì dalla meditazione a cui Timoncini non sottrae una buona dose di emozione. Dopo avere acceso l’attenzione con “L’uomo sulla via che porta al colle del Cranio”, collegandosi al ciclo dedicato a Emmaus e al mito della Torre di Babele, la nuova serie di elaborati “artiglia” l’ interesse con le Beatitudini per dare una risposta alla condizione umana.
Nel segno grafico e nella composizione i lavori hanno una intensità che è anche polemica: contro gli imperanti modelli mediatici. Oggi – dichiara – si discute molto di politica, finanza, economia, lavoro. Ma “la condizione umana rimane inquieta, incerta, contraddittoria”. Attraverso il segno grafico egli realizza una immagine non isolata dalla storia, che assume un valore rappresentativo e al tempo stesso enigmatico, a volte ambiguo a volte sfuggente, in cui, appoggiandosi anche a citazioni letterarie (Siniavsky, Quasimodo, Valèry, Van Der Meer, Kierkergard, Mazzolari ecc…) riprende e interpreta il discorso della Montagna.
Il messaggio è a riappropriarsi della capacità di riflessione, a cogliere elementi di speranza. E, naturalmente, a non trascurare la qualità dell’arte. Che anche in questa occasione egli rivela severa e particolare, intessuta di ricchezze tecniche e di segno, ricca di simboli e allegorie, di toni drammatici mai quietanti.

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“ART ON PAPER” ALLA PONTE ROSSO con Novello, Cotugno, Longaretti, De Amicis

Le mostre di arte figurale riflettono impudicamente non solo lo stato del mercato, ma lo stato dell’esperienza e della vita culturale di una città, di un territorio o di un paese. E’ un po’ come guardarsi allo specchio e riconoscere le tendenze, le assenze, i gusti, gli inganni, gli interessi, le frodi ai quali spesso noi contemporanei ci abbandoniamo  Nei quadri come nei libri, acquistano forma e significato le cose più segrete: le fantasie, i linguaggi, la poesia, l’impegno, l’immaginazione, i contenuti, la cultura e altre (tante) cose ancora. Oggi, per esempio, è diffusa una generale disappetenza per l’arte su carta e più specificatamente per l’arte del disegno (abbozzo, schizzo, macchia, disegno classico, non-finito, eccetera). Si ignorano le testimonianze teoriche e critiche intorno ad essa e più generalmente all’arte su carta, condotta con tecniche diverse: matite, inchiostri, acquerellati, pastelli, acquerelli, tempere, tecniche miste, grafica (incisioni, litografie) e riproduzioni (stampe/posters e cartoline). Contro tale inclinazione, muove la mostra attualmente in corso alla galleria Ponte Rosso di Milano fino al 7 maggio prossimo. Si tratta di una collettiva di lavori su carta, ricca di aperture, che nelle diverse forme grafiche, mette in luce significati e sviluppi strutturali. Insieme alle capacità e alle diverse soluzioni dei singoli artisti esibisce il divenire di un processo espressivo da offrire al visitatore manifestazioni grafiche poeticamente valide nonché la conoscenza dell’abito di utilizzazione estremamente vasto che ne facevano i maestri del Novecento.
Il significato dell’esposizione non è solo di riportare l’attenzione sulle singole “scritture”, ma sulla “qualità” tecnica dei risultati e sulla originalità delle rappresentazioni visive. I lavori esposti dalla galleria di via Brera sono pieni di informazioni circa i temi e i soggetti riprodotti, frutto di una “abilità” manuale non semplicemente accademica. In maestri quali Beltrame, Della Zorza, Consadori, De Amicis, Pellini eccetera, si scopre quasi sempre la presenza nel processo operativo del processo mentale.
Citare tutti i presenti che si distinguono per l’apertura al nuovo e la fiducia nel raccontare o rivelano nel disegno un sentimento poetico umanamente e civilmente partecipe, richiederebbe colonne intere. Non possiamo in ogni caso dimenticare di segnalare la presenza dei lodigiani: di Novello, Longaretti, Cotugno, Brambati autori che nella tradizione si misurano con scelte di grande rispetto di natura estetica. Chiariscono le qualità formali della loro ampia produzione figurale in pittura e rivelano con orgoglio la forza della rappresentazione, dell’impaginazione e del disegno mescolando nelle forme compiute conoscenza, memoria, carattere e fantasia. Un esempio suggestivo e sorprendente che conferisce complessi significati espressivi ai rispettivi interventi.

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“Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e un’acquaforte di Teodoro Cotugno

Un incisore” di Renzo Biasion con disegni e acquaforte di Teodoro Cotugno, ultimo fresco di stampa della Tipografia Sollecitudo di Lodi con in copertina “Ricordo di una passeggiata”, acquaforte di Luigi Bartolini – maestro un-incisore-copertinaatipico che spesso ha ceduto a un impulso frenetico e polemico contro l’ignoranza del mondo della grafica – è una microstoria essenziale, un fabliau ma senza essere in versi, non retorico né celebrativo, una di quelle pubblicazioni che acquistano forma, significato e fantasia più la si legge e guarda, la si tiene tra le mani e si riceve vitale coscienza che certe iniziative hanno sulle tendenze dei lettori, i loro gusti e i loro interessi.
Stampato in 50 esemplari su carta Hahnemühle (carta di elezione per soddisfare le esigenze di artisti), con disegni e una acqueforte di Teodoro Cotugno tirata dallo stesso su proprio torchio calcografico, “Un incisore” è una autentica chicca che parla d’incisione da tre punti di vista: letterario, per parte di Biasion (1914-1996), che fu artista a tutto tondo, pittore, incisore, scrittore e critico d’arte (Tempi bruciati, Sagapo’ ecc.), amico di Solmi, Sereni, Pound, Pomilio, Sinisgalli, Chiara, ostinatamente sostenitore del valore del disegno, che come prosatore ha privilegiato il racconto come mezzo di interpretare caratteri, sentimenti e fatti; per parte del carattere del personaggio di riferimento (Bartolini), elemento necessario alla vera e profonda comprensione di un “testo” artistico. Scelta logica se, come sosteneva Federico Zeri, la filologia – il riconoscimento dello stile –può offrire soltanto il grado zero, il fondamento necessario a una storia più comprensiva di cui essa stabilisce unicamente il vocabolario; e l’ interdipendenza della qualità formale, ruolo decisivo in Cotugno, la cui produzione grafica è propriamente di mediazione, amplificazione e enfatizzazione, un percorso lirico che richiede lavoro ed energia, impegno e risorse in tempi in cui la regola sembra essere affidata al solo primato della propaganda.biasiondessinportrait200
Il racconto con cui Biasion spiega il suo incontro col maestro marchigiano è essenziale e curioso:”lavorava con prudenza, prima di toccare la lastra ci pensava sette volte. Poi, all’improvviso, la punta scattava come invasata…” Ma non nasconde aspetti del caratteraccio dell’artista di Capramontana che a una osservazione dello scrittore replica con espressione villana: “se l’artista è libero non deve tener conto a nessuno di quel che fa…” Tutto l’opposto insomma di Biasion che nel suo tragitto artistico e in quello di insegnante all’Accademia di Firenze avvertì la responsabilità di misurare il proprio passo su quello della società, sforzando il ritmo e la chiarezza perché il pubblico potesse seguirlo.
Pur ammirando la poesia dell’estroso e sanguigno del secondo, è al primo che Teodoro Cotugno ha guardato e guarda t-cotugno-acquaforte-un-incisore-scan_pic0030con estrema attenzione anche nei dettagli, che con Biasion collaborò in diverse occasioni ed ha ora raccolto l’invito della vedova di dare pubblicazione a “Un incisore”, un omaggio all’insegnamento del maestro e dell’amico. Gli interventi con cui il lodigiano illustra il testo confermano come la sua arte segnica sia il prodotto di una crescita maturata, affidata al rigore del disegno, alla durata delle idee, alla lezione dei maestri. E’ una esperienza che riflette l’importanza decisiva di un incontro e di una amicizia ed ha qualcosa che non tutti quelli del suo mestiere posseggono: una solida cultura, che sa degli aspetti umani e di quelli dell’arte, anche i meno visibili.

L’OPERA: Renzo Biasion, Un incisore, con una acquaforte e disegni di Teodoro Cotugno – Racconto stampato su carta Hahnemühle in 50 esemplari stampato dalla Tpografia Sollecitudo di Lodi in 50 esemplasti, 2016, s.i.p.

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Riccardo Buttaboni: Sarabande, chimismi e dialoghi con la memoria storica

Buttaboni 3La personale di Riccardo Buttaboni all’ex- chiesa dell’Angelo, di recente conclusione, è degna di qualche ‘riguardo’ supplementare, se non altro per strapparla al grigio che segue ogni mostra una volta chiusi i battenti. Presentata da Marina Arensi l’esposizione ha riportato sulla scena cittadina un artista di affinata vivezza, autore di una pittura segmentata da un lato da orme ‘attualiste’e, dall’altro da forme e richiami figurativi ( momenti storici, mitici, ritualistici e velature romantiche), riacquisiti con perfetta fruizione in linea con i gusti d’oggi.
Oli, acquerelli, pastelli, disegni, pur negli spezzettamenti che la diversità dei linguaggi in mostra ha indicato – senza BUTTABONI 2012deroghe all’equilibrio espositivo- , hanno rafforzato le qualità note dell’artista: il suo interesse – quasi una posizione etica o ideologica – per il mondo ideale (museale) e a quelle per la pittura fantastica – fatta di sarabande, segni grafici e chimismi cromatici, da segnalare nell’ovvia diversa articolazione delle forme e del tessuto materiale, l’ acutezza dell’apertura critica.
Buttaboni disegna e dipinge adottando di volta in volta linguaggi e tecniche diverse, riservando un interesse assoluto al controllo della tecnica e del tono che accresce la forza espressiva. Non esita a scegliersi opere di maestri e a lavorarvi sopra. Senza limitarsi però alla pura riproposizione. La curiosità pratica e l’osservazione riservata alle opere “storiche” danno la misura culturale personale.buttaboni4
Nella vasta gamma all’ex-chiesa dell’Angelo una attenzione particolare hanno raccolto i disegni, in cui hanno trovato conferma la perizia di mano e di occhio dell’artista, e la sensibilità musicale (non a caso egli è noto anche come musicista)attraverso ritmi e movimenti di abilità e narrazione visiva.
Abbagliato dalle maschere, dai personaggi, dalle scene, dai costumi, dal colore, Buttaboni esplora nei suoi disegni le matrici della grafica e quelle del linguaggio teatrale e della pittura. Scandaglia effetti e movimenti, segno e colore con capacità abbagliante nel trasferire l’appagamento fantastico al visitatore.Di questi momenti vibranti di poesia, creati con estrosa libertà del gesto e un abile uso del pigmento, la mostra di Buttaboni ha offerto persuasiva dimostrazione di intelligenza e di equilibrio, mettendo in corso un confronto tra questo tipo di pittura personale – vivace e libera, creata con estrosità e finezza -, e quella di soggettistica storica in cui a prevalere è elemento iconografico – filtrato con sensibilità formale senza veicolare messaggi distorti.

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

Articolo pubblicato da Il Cittadino di Lodi il 6 dic 2016

 

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