LA PITTURA ASTRATTA-GEOMETRICA DI EMILIO CLERICI


Come si dice: Non è mai troppo tardi. Per parlare di un pittore di casa mai citato, mai rincorso o sviolinato. Un artista oggi ottuagenario, difficile da definire in tutti i suoi aspetti creativi in quanto da sempre pratica la pittura stando separato dagli apparati e dagli ambienti artistici locali. Deciso, per scelta personale mai  dichiarata, di praticare la pittura senza inseguire il consenso; isolandosi dal contesto artistico locale come un monaco di Theotocopuli cresciuto di dottrina e rigore lontano dai rapporti e dalla confusione procurata dalla accelerazione delle mostre intervenute sul territorio, alcune delle quali che con l’arte hanno avuto poco o nulla a che fare.

Emilio Clerici (Emilietto per gli amici), classe 1938, diplomato alla Scuola Superiore d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, ha avuto come insegnante di pittura e composizione Francesco Fedeli: un artista meneghino, reduce della ritirata dell’ARMIR in Russia, allievo di Lilloni; un pittore, incisore, affreschista e sceneggiatore apprezzato anche come restauratore e collaboratore di alcuni importanti registi teatrali e cinematografici.

Scomposizione-composizione

In tanti anni di esercizio pittorico praticati in assoluta riservatezza, Clerici ha avuto scarse occasioni di esibirsi in pubblico e far conoscere i risultati della propria ricerca  oltre i doni accademici

Per quel poco di cui abbiamo memoria, si presentò in pubblico solo in mostre collettive: al Centro Vanoni, al Circolo Ada Negri, alla “Büsa” e in una edizione della Oldrado. Il suo nome non è mai spuntato sulla stampa locale, neppure quando a metà degli anni Sessanta vinse il Premio Banca Provinciale Lombarda per “il suo lavorare sul linguaggio e leggere il passato e il presente”, premio che gli fu consegnato da Carlo Carrà,  allora insegnante a Brera.

Di Clerici pittore si sa poco, quasi niente. Noi che fummo suoi compagni di scuola e di giochi all’oratorio, scoprimmo che teneva in mano i pennelli da una confidenza del comune amico Gaetano Cornalba. Come dicevamo frequentò, sotto la guida di Fedeli, la Scuola Superiore d’Arte del Castello, ma i suoi avvii da pittore si possono solo immaginare, non molto dissimili da quelli dei coetanei: Maffi, Volpi, Ronchetti, Vanelli, Mai, Vailetti (Benito), Poletti, Napoli, Scagnelli, Maiorca, Tresoldi eccetera. Un drappello di ventenni interessati a una pittura che allora inseguiva i canoni formali del tempo. Variavano certo i temi, e orientavano a dare una immagine alle forme, che in Clerici, erano quelle abbastanza consuete del paesaggio descrittivo, agreste, privo d’enfasie ricco di sentimento.

Dopo qualche anno, scoprirà Morandi e la sua pittura variò il registro delle figurazioni. A un certo punto però avvertì che il “morandismo” lo costringeva a un repertorio che lo faceva riconoscibile dalla fissità. Se ne liberò con la scoperta del cubofuturismo che gli risvegliò nella mente un tumulto di immagini , una pastoia di elementi geometrici che con l’esperienza e i cambiamenti si renderanno più rilevanti.

Negli anni Ottanta le forme della rappresentazione diventeranno  astratte, lo spazio e il tempo scomposti nell’immagine. Al pittore non interessava più la riproduzione dell’oggetto, che però non  abbandonerà del tutto, Chitarre, brocche, tavoli, sedie, oggetti comuni sono individuabili all’interno di un tipo di rappresentazioni che occupano  di  scomposizioni l’intera superficie del quadro.

Come i cubisti Clerici scompone e ricompone. Ignoriamo se mosso da un intendimento o dal suo sentire, quello di trasferire alla pittura il ritmo della vita d’oggidì fatta di dinamismo e di tanta confusione. Qualcuno potrà vedervi  una scelta “anacronistica”; noi avvertiamo “passaggi” rivolti a recuperare una organizzazione del quadro diversa e contrapposta alle innumerevoli esperienze correnti, note più per rifiutare ogni regola e ogni interpretazione.

L’individuazione di una articolazione ritmica di elementi geometrici nella sua pittura esprime qualcosa di più che curiosità e movimento di forme. Clerici, ha i suoi riferimenti “storici”, che non staremo a dire. E’ pittore che non imita, ma crea, che cerca la musica attraverso le forme poste in prospettive diverse.

Nel recente variare, l’utilizzazione degli elementi geometrici e delle forme cubiche egli realizza una sequenza di “momenti” che, con qualche approssimazione, fanno pensare a tracce di artisti dell’avanguardia russa o anche europea, o, perché no?, milanese.

Suggeriscono una dinamica del tempo, che segmenta e ridefinisce il principio d’ordine delle cose e, parzialmente, dello spazio. Clerici risulta, senza dichiararsi, un pittore che rompe con le convenzioni e le gerarchie  (alto/basso) e le polarità (forma/contenuto, intelletto/sentimento). Senza alcun programmatico favore del “nuovo” a tutti i costi, egli pratica una pittura che piace al fruitore e lo induce ad allontanarsi da quel carico di idee a cui storia e attualità lo hanno reso assuefatto.

Aldo Caserini

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