I sogni antichi di un pittore moderno. Luigi Volpi alla maniera di Evaristo Baschenis


Fino a una buona metà del secolo scorso il disegno fu materia d’insegnamento. Poi “il finito” perse di di arte applicata (decorazione, oggettistica, fantasy, cartoon, fumetto, illustrazione, ritratto, ecc.). Una “lettura” che non convinceva Luigi (detto Gigi) Volpi, che negli anni Settanta addestrava all’uso del lapis alla Scuola d’arte Cova di Milano Conosceva bene i retroscena della pittura e sosteneva che il disegno era un “congegno di precisione”, una macchina “insostituibile”.

Se siamo qui a parlarne a dodici anni dalla sua morte (marzo 2019), è  per richiamare  un “passaggio” della sua pittura, quello che seguì al lungo racconto della condizione negli istituti psichiatrici.

Finita in dismissione l’utopia sessantottina e dopo ed essersi isolato dai fermenti della realtà milanese per inseguire le “armonie” zen, negli anni Ottanta Volpi spostò decisamente la sua pittura sul “privato” con una lunga serie di autoritratti, figure femminili e dei familiari, dedicandosi tolstojanamente alla bellezza della forma attraverso le nature morte

Naturalmente prima slacciò i residuali richiami al fragile realismo correntizio, poi prese a strizzare l’occhio alla “Metacosa”, che non fu una setta, ma un galleggiare di immagini e simboli poetici; al Fante di Spade strinse amicizia con Bernardino Luino di qualche anno più avanti di lui e faceva parte di una cerchia di artisti di Brera, quindi assicurò la sua ricerca alla storia dell’arte, di cui non si sapeva molto (e se ne sa ancora poco adesso). Un capitolo scritto da pittori d’accademia e non: il “pittore del silenzio” Chardin, la barocca Fede Galizia, l’ecclesiastico Baschenis, il monaco Juan Cotàn, il copista Carlo Magini -, tutti autori di “nature morte”, che Volpi definiva “vive”, prendendo a prestito Marcel Proust che le considerava un “genere vivo” dovendo sostenere che in arte “non c’è idea che non porti in sé la propria confutazione possibile, come una parola la parola contraria”

In Volpi si possono riconoscere repertori che rimandano a quei pittori i nomi dei quali metteva nei titoli anteponendo  “Alla maniera di…”. Non immaginava certo che nel gruppetto di amici pittori che incontrava quando scendeva a Lodi  ci sarebbe stato chi, spazientito per i richiami a Baschenis si rivolse a lui chiamandolo “Prevaristo”. Non era un soprannome ma una deformazione di “prete Evaristo”, con  cui il prediletto della serie “alla maniera” era stato conosciuto in valle Averara.

Volpi è’ stato uno dei nostri più dotati disegnatori. Niente voli lirici, solo rigore plastico e pratico, e tanto autocontrollo. Che non vuol dire assenza di situazioni e simboli. Nelle sue “stanze” coesistono i silenzi, la solitudine e i dettagli delle poche cose. Non c’è metafisica. Nelle nature morte filtrano invece, a volte, convinzioni e messaggi. Come in Baschenis l’allegoria del tappeto rosso.

Attento, scrupoloso non dipinse solo cucine, ma ambienti, figure e  altro. Soprattutto si autorappresentò. Per un attimo si lasciò “suggerire” da Baschenis di lasciare la vita vegetale, di mollare “silenzi”, “solitudini” e “sospensioni” per raffigurare strumenti musicali. Lo fece, confermandosi un perfettista. Ma non dedicò ai soggetti musicali particolare attaccamento. Fu un gettarsi la solita nocciolina in bocca.

Aldo Caserini

 

 

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