L’OPINIONE. “Violinisti” e stroncature . Esempi classici di bocciature. Ma chi vigila sull’igiene spirituale di tanta produzione casalinga?


Che valore ha oggi la stroncatura in letteratura, pittura, poesia, musica? L’argomento non è nuovo. Su Formesettanta del 23 aprile 2014 avevamo messo per iscritto le nostre opinioni in concomitanza con

ARMAN: Violon e cello, 1975, acrilico su tela

la ristampa  da Bompiani  di un libro di Enzo Golino (“Sottotiro Stroncature”). Oggi segnaliamo che al  dibattito ha portato un autorevole contributo “La Lettura” (n.457,  30 agosto) con un intervento di Alessandro Piperno, romanziere, docente di letteratura a Tor Vergata, autore di un denso articolo (“Caro classico ti stronco…”) in cui affronta il tono scanzonato e impertinente di Iosif Brodskkii verso Orazio, le critiche di Henry James  all’Educazione sentimentale di Flaubert, quelle più brevi di Edmund Wilson a Kafka. All’esame del professor Piperno sono gli autori i classici, a sostegno della tesi che anche un autore classico si possono “fare le pulci”.
Cosa avremmo letto di più se il critico di La Lettura  avesse esaminato di bocciati contemporanei? Fatte nostre le sue premesse e fatti salvi quei saggisti (professionisti e dilettanti)  che si sentono “animati da spirito di servizio” riteniamo non tardiva e polverosa la tentazione di  ripubblicare una nostra noticina sulle “marchette” e le stroncature che non si leggono in casa nostra.

“ Mamma quanti fotografi. Quanti grafici, quanti designers, quanti creativi. Quanti letterati, poeti, musicisti. Tutti, o quasi tutti, pieni di pretese nel raccogliere consenso dal mondo editoriale. Un po’ come i loro cugini pittori e artisti che pensano di nascondere i propri difetti dietro introduzioni a cataloghi che  nessuno legge o a recensioni affettuose. Questo non rispecchia solo le loro mancanze, bensì i difetti di coloro che dovrebbero usare con severità presentazioni e critiche come un’arma ( un antibiotico) e invece si sborniano di aggettivi. E’ altrettanto vale per gli organizzatori, gli ordinatori, i promotori, eccetera.
Volgarmente, tutto ciò si chiama “marchetta”, sia che riguardi i protagonisti di tanta produzione artistica (che a volte non è di livello neppure artigianale), sia i testimoni della loro bontà stilistica e argomentativa, che ne rispecchiano i difetti, cambiati di segno.
Questo combinarsi – preoccupante dal momento che  presenta in modo unitario e intuitivo il nesso tra espressione e comprensione -, è  largamente diffuso tra i produttori di giudizi per l’esigenza che hanno di promuovere e allargare l’offerta anche a un pubblico intellettualmente non esigente. Non sempre ciò trova nei critici (recensori o semplici notisti) l’ obbligatorio rigore   – la severità e libertà di giudizio, oltre il rispetto del lavoro altrui e del pubblico – da non certificare con fantomatici attributi dozzinali praticoni agli altari della storia.
La saggezza popolare un tempo insegnava a diffidare del “successo” e ne metteva in guardia. Un poeta e scrittore inglese (Kipling) lo poneva alla stessa condizione della “disgrazia” e invitava a diffidare di questi “due impostori”. Nella modernità, guidata tirannicamente dai media, il successo è inseguito in maniera esasperata da tutti poggiando, anche là dove un autentico valore esista, su aspetti marginali, caduchi e fuorvianti. Incredibilmente, coloro che avrebbero il compito di ristabilire non una scala di valori ma un certo “bilanciamento” tra la qualità del fare, la novità e la sperimentazione, l’ esperienza e il gusto estetico, l’occhio critico e l’occhio comune, finiscono per essere essi stessi vittime della confusione accettando il dato di fatto che su tutto scenda un fasullo sigillo culturale.
Nel mestiere di cui si parla, prima che all’ efficienza dovrebbe puntare alla correttezza col pubblico. Cominciando con l’emendare la propria funzione da quell’io narcisistico che chiude l’esercizio interpretativo nei limiti della vanità e della esibizione. Il lavoro critico può passare attraverso minuzie. A volte è più utile la lente d’ingrandimento della clava. L’obiettivo non è di prendere in castagna i soliti “pseudo” né di liberare gli umori del Kulturkritik.  Tenere a riposo le corde del proprio violino per le occasioni che veramente contano, non guasta. Aiuta a misurare correttamente piccoli particolari per spronare l’orecchio stilistico, l’occhio o il gusto del fruitore. E permettere al lettore di misurare le distanze percorse dall’autore come dal critico. Può inoltre difendere il ruolo del critico dal rischio di scivolare sul terreno  pubblicitario o dell’ agente promozionale, obbligandolo su quello che fornisce condensati d’informazione ed elementi di valutazione sui quali il lettore potrà misurare accordi o disaccordi.
Oggi il rapporto tra il critico e pubblico, tra critico e autore è inquinato. Manca in tutti i campi e specializzazioni una critica libera, schietta, che sappia andare oltre alla vischiosa e gretta rete dell’interesse, dei favori, delle logiche di corrispondenza. I casi e gli esempi ve li risparmiamo volentieri.
In provincia questa assenza aumenta la fabbrica dell’ incensazione e dell’appiattimento, un male che riduce tutti allo stesso livello, ma abbassa anche l’asticella della conoscenza e il piacere dell’intelligenza e dello stile.
La critica introduttiva o recensiva, esperta o anche di scarso spessore può essere un “condimento”, naturalmente più o meno saporito. Occorre che essa riprenda il suo ruolo attivo: avvicinare l’artista al pubblico, l’opera al tempo, dare un senso alla ricerca di senso, educare alla compresenza di verità differenti nella pluralità delle esperienze e delle coscienze. Per farlo deve riprendersi la sua natura, ritrovare il suo linguaggio, lasciar perdere ripetizioni d’enfasi, abbaglianti clichè, esercizi effimeri, il ricorso alla misura commissionata. (Aldo Caserini)

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