Panorama artistico lodigiano BRUNA WEREEMENCO tra stesure geometriche e spazi di sentimento


 “Il tempo invecchia in fretta”, secondo Tabucchi. Si confonde nell’intrico ingarbugliato del far arte, del vivere e della morte. Non nella pittura di Bruna Weremeenco, non nei suoi soggetti, non nelle sue forma. Non nel linguaggio Qualche impalpabile modifica poteva forse avvertirsi negli ultimi lavori in cui l’artista sembrava avesse mitigato le marcature e le geometrie. Ma forse erano solo semplici sistemazioni. Tant’è che niente obbligava a porsi domande nuove. Anche nella sua ultima personale prima di lasciarci, tutto appariva consolidato: la stabilità della forma, il rapporto tra colore e volume, tra colore e tono, tra tono e disegno. Tutto in linea con le sue primissime esibizioni (lodigiane).Ritratti, nudi, figure umane, cavalli, paesaggi, composizioni floreali, nature morte sono stati i temi da lei prediletti. Affrontati e ripetuti nel corso degli anni attraverso una pittura fatta di spazi regolati da geometriche stesure e integrati dal flusso delle emozioni. In cui prevalevano sempre le figurazioni melanconiche. Conformate al racconto e a costanti evocative e simboliste, di contenuto assolutamente personale. In uno stile affidato all’insistenza dell’ immaginazione: nudi, volti anziani, composizioni, chiese, sogni, cavalli: gli uni e gli altri che rotolano emblematici in una sorta di circolarità con le forme geometrizzate lanciate da prospettive curvilinee che variavano il motivo senza esaurirlo.
Nei suoi lavori non è mai mancata la rappresentazione di stati d’animo. A volte col valore di simbolo. C’è sempre stato un certo piacere poi della composizione e dell’ordine, diversi da quelli dell’accademia. Ma in Bruna Wereemenco l’accademia c’è sempre stata, c’era all’inizio di carriera e c’era alla fine. La si vedeva bene, anche quando risultava complementare. Soprattutto nella figura femminile, che era forza predominante sugli altri soggetti. Il nudo era il denominatore della solidità plastica, la fonte di materia cromatica all’interno delle dinamiche.
Che dire di nuovo della sua attività di pittrice ? A volte scorgevamo nelle stesure  un po’ di Borra o un po’ di Cantatore. I suoi maestri (con De Amicis). Del primo avvertivamo quel che ci ricordava la gravità ( avvertita durante una mostra torinese insieme a Cantatore), il pesare entro spazi e forme chiuse replicate con la medesima intensità, circondate da un alto silenzio; del secondo c’era la stabilità, l’organizzazione delle forme, del colore, degli accenni post-cubisti, il dipingere asciutto.
Il simbolismo lo scorgevamo nelle zonature decorative “des sujets traitées”.  L’invenzione della  forma nasceva invece direttamente dal significato delle immagini. Dall’enfasi che la pittrice metteva nel descrivere corpi in fuga: dalla realtà, dal bisogno, dalla storia, dai cicli biologici, dalle diversioni di equilibri.
La “sensibilità slava” è stato un altro aspetto della sua arte, spesso citato ma non sempre a proposito. Veniva fuori dalle sue memorie. Non in quelle dove la figura era trattata come un bassorilievo e il colore era di atmosfera più lombarda, poggiato alla forma in funzione della forma.  Ma quando, senza andare incontro a ibridazioni pressavano i ricordi autentici, i significati, le nostalgie. Allora si avvertiva lo sforzo di trovare risposta al mistero e all’ inquietudine  che prendono l’individuo nel suo normale colloquio col mondo e con sé stesso.

Aldo Caserini

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