Libri. Il debutto in scrittura del casalino Andrea Faliva. Un libro contro bullismo e razzismo nelle scuole e nello sport


Come scrive lo spezzino Alessandro Zaccuri,  saggista, scrittore, poeta, inviato culturale, giornalista di Agorà, la pagina culturale di Avvenire, autore di Citazioni pericolose, Milano la città di nessuno, Dopo il miracolo,  un romanzo è più della storia che racconta. “Non che la trama non serva, pur non mancando gli scrittori che della trama fanno a meno senza che il lettore neppure se ne accorga: Ma anche quando una storia c’è (ed è magari la storia di una vita) molto dipende dal modo in cu si sceglie di raccontarla” (Agorà, 11 agosto).
C’è dunque chi scrive trascendendo i propri pensieri e si affida al linguaggio e chi  intende offrire qualcosa di più di un semplice enunciato.

Due sono le domande che l’esordio in scrittura del casalino Andrea Faliva – 23enne, universitario alla Bicocca, allenatore della Juventina 2007, giornalista sportivo, relatore della Associazione Donatori Midollo Osseo di Lodi – pone come fondamentali: ”Che cosa?” e “Come?”.
Cosa cerca di dire “Il bel giorno che conobbi Nelson.? ( Dialoghi editore, Viterbo, luglio 2020). A colpire maggiormente è il messaggio. La trama, dapprima sviluppata in modo apparentemente lineare fa poi affiorare riflessioni fondamentali, d’attualità. Lasciati gli accorgimenti retorici dello scrivere l’autore  fa circolare con le esplorazioni le riflessioni, fa emergere la dimensione intellettuale del discorso: un ragionare che scava aspetti che sono a volte indisponenti e rischiosi, spesso aggressivi e violenti, presenti nello sport dei giovanissimi, ma anche nei comportamenti della scuola e della famiglia, considerati spazi protetti, di formazione e crescita, di relazioni sociali e apprendimento,
Il protagonista de “Il bel giorno che conobbi Nelson”  ha nome  “Momo” Un nome che fa subito andare al Momo del libro fantastico per l’infanzia del tedesco Michael Ende che è tanto piaciuto agli adulti. Ma non c’è rapporto. Il personaggio di Faliva è un ragazzo dalla figura verosimilmente reale mentre quello di Ende è una bambina di fantasia, che vive in una città dove ci sono templi dorati, alti palazzi di re e imperatori e grandi mercati,  Momo è un ragazzino di prima media, arrivato dal Senegal in provincia di Bergamo, che dopo avere attraversato col padre il mare e i suoi pericoli in cerca di un “futuro”, una volta iscritto a scuola deve fare i conti con pregiudizi, preclusioni, tabù di coetanei che sembra odino il colore.
Il bullismo  è un fenomeno diffuso nelle scuole, ed è una delle chavi che crea tensioni tra il ragazzino e i compagni; non è la semplice manifestazione di immaturità di una certa età, ma l’affiorare di una forma di dominio, di controllo. Le sue manifestazioni, prima ancora di atteggiamenti di rivalità e competizione, contiene tassonomie razziste di distinzione. Un fenomeno non solo della scuola frequentata da Momo, ma che avviene anche nella pratica sportiva, dove si afferma come demarcazione di confine razziale, fisico ed anche estetico, da  evidenziare la natura costruita e ideologica, tra l’altro manifestata dalla preoccupazione ossessiva alla individuazione dei “clandestini” degli “invasori” degli altri, i “non bianchi”.
La segregazione residenziale e l’ostilità dichiarata a una educazione non differenziata, agiscono a loro volta come fonte di identificazione e mobilitazione politica a favore di chi punta su un riequilibrio delle disuguaglianze e delle pratiche inique.
Sono questi i temi hanno dato spinta ad Andrea Faliva, di mettersi a raccontare “la piaga sociale del razzismo” a scuola, nello sport, in famiglia, in politica, nella società.
Lo scrittore fa intendere come scuola e sport, che i media enfatizziamo come  momenti di unificazione e integrazione, sono in realtà anche momenti di maltrattamento e forme di intimidazione.
I piccoli sono spesso quel che sentono dire in casa dagli adulti, mentre in classe il bullismo all’interno delle classi è fenomeno “silenzioso” praticato subdolamente da accorgersene  a fatti accaduti.
Nel racconto di Faliva è una partitella di calcetto a scoperchiare la natura delle rivalità esistenti tra Momo e Marco leader della scuole. Dall’analisi dei comportamenti lo scrittore fa maturare riflessioni di carattere generale e coinvolgenti: perché anziché invocare lo psicologo non si raccontare ai bambini e ai ragazzi la storia di Nelson Mandela?
Momo e suo padre – dice lo scrittore – non sono “migranti”, ma “uomini e basta”. In un contesto sportivo che lo comprenderà e lo stimolerà, Momo riuscirà alla fine a liberarsi della nostalgia della sua Africa, a farsi trascinare dalla scuola che prima voleva abbandonare e ad arrivare alla laurea. Diventerà avvocato e fonderà una associazione per assistere immigrati ed emarginati. Gli immigrati cesseranno di esistere  come “persone di colore”.
E’ un buon esordio quello di Faliva. Una sorpresa. Per contenuto  e stile di scrittura che rivela capacità di suggerire qualcosa “tra le righe”, di trasmettere un messaggio a livello profondo, visivo e allegorico.
La rappresentazione è in parte polifonica (l’ambiente sportivo, l’ambiente educativo, l’ambiente formativo, l’ambiente sociale), non sensazionale in termini di trovate narrative, ma di solida verosimiglianza psicologica.
Il suo è un libro che si legge con interesse: mette in evidenza le ritualità attraverso le quali il razzismo si avvale delle forme di bullismo per diffondersi. Ad esse contrappone un percorso di formazione all’accoglienza e alla accettazione, ad educare i bambini attraverso fiabe e racconti a comprendere l’importanza dei  valori contenuti nel messaggio di Mandela. Per il quale l’educazione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo[…], e una buona testa e un buon cuore sono sempre una formidabile combinazione. (Aldo Caserini)

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