Libri: DARIO MONDINI, il primo romanzo: “Diario di un perdente di successo”


Ci sia permesso in apertura di recensione una divagazione. Al di la della illustrazione che un debuttante narratore può dare di essere divenuto scrittore, magari sforzandosi di trovare  parole che diano una immagine  significativa della propria scelta, se non è uno spaccone o vanaglorioso, le sue spiegazioni sono da approvare.  Anche se c’è  un quadro  di contesto, che vi  si sovrappone.
Perché oggi tutti vogliono scrivere? Salta agli occhi di tutti che i virtuosi del pennello – le arti visive e figurali – sono letteralmente spariti dalle cronache locali e prima ancora dagli interessi  della gente, liquidati come espressione del genius loci lungo l’asse della via Emilia e sostituiti da flotte di scrittori giovani, dai laureati ai baristi, impazienti di pubblicare una loro fatica letteraria. Inviano alle case editrici manoscritti che nessuno legge costringendoli a ripiegare su editori a pagamento o all’e-book ecc. Questo per dire che oggi tutti vogliono essere pubblicati, avere visibilità, farsi conoscere. Sennonché a leggere i giornali, a fare da coordinata avversa,  che cosa troviamo? Che siamo il paese europeo che legge di meno, dove il mercato dei libri langue da anni, crescono i volumi  nei remainders, chiudono le librerie, le biblioteche soffrono la scarsità di frequentazione. Al contrario, le camere di commercio rilevano la crescita di editrici a pagamento, la costituzione di un mercato parallelo, l’incremento delle scuole di scrittura, la distribuzione di libri che passa attraverso la promozione  del giornalismo culturale e la critica letteraria . Dunque?  “Al solito non avete capito nulla” ci direbbe il signor Carpendras della ex Fiera Letteraria. Ed è vero. L’unica cosa che abbiamo capito è che in giro c’è una gran voglia di scrivere e che nell’ ultimo anno rilevato (2018) i libri degli esordienti scrittori hanno conosciuto un autentico formidabile boom.

Perché abbiamo divagato con questo pistolotto? Non  certo per scoraggiare Dario Mondini, un esordiente scrittore di casa nostra che un paio di anni fa ha realizzato “Storia di un perdente di successo”,  pubblicato da Europa Edizioni, un libro che si fa leggere, scritto da un esordiente che sa scrivere, capace di coinvolgere il lettore.

Quarantaduenne, di Cerro al Lambro, laureato in Scienze politiche, data entry in una multinazionale oltre a Diario di un perdente di successo  ha pubblicato on line  Giustizia internazionale e Khmen  rossi  a cura del Centro Studi per la Pace; si interessa di storia contemporanea, ha partecipato al Pisa Book Festival, da giovanissimo ha sognato il football  per poi ripiegare sul tennis da tavolo agonistico.

Diario di un perdente di successo è un romanzo in prima persona, autobiografico, in cui si intrecciano  situazioni sentimentali e professionali, le cadute, gli “sviamenti”, le risalite tra un pullulante di personaggi in cui non mancano neppure le prese di posizioni contro il sistema politico, sociale, ordinamentale. In tutto duecento pagine intense da  leggere come  un diario, dove  catturano le buone pagine e le riflessioni di pensiero, in cui si avverte chiara la passione dello scrivere, resa attenta e pronta allo scatto d’ironia. Poiché nessuno è indenne da influenze e ascendenze, anche Mondini non lo è. Il suo romanzo appartiene a una letteratura diffusa e popolare, veloce, che si alimenta con la ricchezza dell’immaginario. Lo ha progettato in una serata di pioggia (è quello che dice), con risultati che  portano a vedere o a comprendere qualcosa di singolare, non a giudicare. Una giustificazione che lo rende sufficiente. C’è solo qualche abbandono sentimentale e di partecipazione emotiva  che agisce da deconcentrazione. Narrare si fonda su una certa “distanza”. Questa distanza è per definizione impersonale. E non sempre a Mondini riesce mantenerla. Imparerà, andando avanti, che in un libro per apparirci come arte, l’autore deve limitare l’intervento sentimentale, la partecipazione emotiva. Il livello e la manipolazione di questa “distanza”, le sue convenzioni sono quelle che possono contribuire a migliorare lo stile. Il suo libro non è comunque un romanzo per musi lunghi, ma per chi sa sorridere. Regala tasselli di realtà e tasselli d’invenzione e una scrittura che si distingue per l’uso delle parole, che contestualmente esprimono il loro significato proprio e immediato, ma a volte rimandano a ciò che è più profondo di ciò che possono indicare.

Per riagganciare a chiusura la disgressione d’apertura, lasciamo a Mondini tirare le conclusioni. In una intervista gli era stato domandato: Cosa consiglierebbe a un aspirante scrittore? Risposta:  “… di non fidarsi dei blogger ed influencer cosiddetti “marchettari” che in cambio di somme sostanziose promettono di farvi scalare le classifiche delle vendite. … di non montarsi la testa di fronte alle prime recensioni positive. E’ sempre meglio una sincera critica costruttiva della false adulazioni”. In quale campo è è finito, lui lo ha compreso. Ma qui c’è il merito anche di Alessia Serafini, che ha curato la prefazione del libro e  indagato il magmatico mondo della stampa e della promozione editoriale cogliendo dopo una tribolata  ricerca “l’attimo fuggente”. (Aldo Caserini)

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