“Gianni Brera secondo me”, una biografia di Andrea Maietti sul dotto scrittore pavese, cultore di vino e calcio


Che Andrea Maietti e Gianni Brera fossero destinati ad incontrarsi e a diventare amici era nell’ ordine delle cose, non  di un qualche dio greco o romano o del caso, ma della convinzione che il loro scambio epistolare iniziato da tempo andava bene come documento, ma nel contesto che raccoglieva il loro mestiere di scrittori  richiedeva qualcosa di più di  qualche biglietto o missiva con cui si scambiavano  simpatia e opinioni o si facevano sapere trame e intenzioni.  Come hanno dimostrato le vicende che hanno coinvolto Brera in incredibili scontri con i colleghi giornalisti l’ambiente è un ambiente altamente competitivo, percorso da forze non facilmente controllabili, in cui spesso l’adulazione  allumaca, le ambizioni sono pari alle chiacchiere, l’individualismo alimenta le critiche, le vanità le invidie e le velleità.
Fu a casa del rusticano Brera, che aveva rotto (o stava rompendo) con Giovanni Arpino un rapporto prima idilliaco e divenuto tempestoso, che  la relazione di reciprocità operosa  mise  radici. L’amicizia,  convinta  del rispetto e della discrezione tra i due prese cittadinanza, andò oltre il momento ideale e della simpatia  e si proclamò qual è: una ingegnosa invenzione della ingegnosissima natura umana. Mandò  al diavolo quel coboldo invadente che da sempre contrasta i rapporti tra umani e diede il via a una collaborazione che durò finchè Gioânn, dopo una cena Al Sole di Maleo, finì in un letto d’ospedale a Codogno.
Destinati per attributi creativi alla scrittura narrativa, al giornalismo sportivo Brera e Maietti  sancirono sul lago di Pusiano (immissario il Lambro), davanti al tradizionale risotto del luogo e a una generosa barbera, un solidale rapporto di partecipazione artistica e intellettuale guidato dall’ esperienza e dal confronto e il lodigiano si trovò nominato “biografo ufficiale” del “figlio legittimo del Po”.
Quando due scrittori si sono “assaggiati” come loro due nel maneggiare la lingua, riconoscendo gli artifici che entrambi facevano a partire dall’espressione per produrre riverberi nel contenuto ( Maietti che dava eloquenza alla poesia della terra al di qua del Lambro, descrivendola intensa, amabile e persuasiva; Brera, che  al di la del Lambro  affidava a  preziosismi fraseologici (modi di dire, proverbi, citazioni, innovazioni) le povere braide  ( i cassinn )  per far capire il paesaggio della sua Bassa –  ci sono effetti, anche in termini di suono e di significato, che decifrati in campo di esercitazione dell’espressione creativa, finiscono per tradurre anche il sentimento dell’amicizia in uno strumento di ricerca e di controllo. Rafforzandolo con qualche capatina da  Eupilio, alla Quintana di Vidigulfo  o alla Barca di  Cavenago d’Adda.
Per anni, Maietti è stato lo scrittore più vicino a Gianni Brera per visione della letteratura, immersione nel territorio, accompagnamento di stile. Ovviamente non sempre e in tutto influenzato da connessioni breriane. Non può pertanto avere sorpreso che “Gioânnbrerafucarlo Gianni Brera secondo me” di Andrea Maietti (ed. Bolis, copertina, flessibile, prefaz. Luigi Sampietro, pagg.112, Crema, €8)  era entrato tra i finalisti del 57° Bancarella Sport, sottoposto a giudizio di una giuria letteraria nella Città del Libro, alias Pontremoli, dove aveva già ottenuto una statuetta di San Giovanni di Dio, simbolo protettore dei librai, quest’anno assegnato a Pietro Trellini.
Piccola parentesi marginale: le manicolari invenzioni del direttore del Guerin Sportivo fatte di tradizione e scongiuri popolari, ebbero a Lodi un “brerino” con Walter Burinato che sulle pagine dello Sportivo Lodigiano raccontò le partite del Fanfulla con  stile arricchito di parole nuove, “alla Brera” appunto, come : “prestapedatario” (giocare coi piedi senza  la testa), “uccellare” (dar la caccia all’avversario), “incornare” (segnare di testa), “ mollesco della Lombarda” (addolcinato), “smanceroso” (smanioso di apparire), “barchirol” ( che nabdava a fondo la squdra).
La vocazione artistica del Granngiuàn di San Zenone al Po era fertilizzata dalla passione di Brera per il calcio, il ciclismo e il tennis, tre discipline sportive che su di lui  avevano una sorta di richiamo sacro. Recuperavano alla sua prosa fantastica, l’imprevedibilità e l’invenzione; le facevano ritrovare il grottesco e il delizioso, infilavano nella narrazione una struttura mobile, polivalente, allucinatoria. La rendevano una macchina inventiva, dotta e vagamente razzista (oggi si sarebbe detto leghista) e costringeva noi  in tipografia, leggerlo per scoprire le invenzioni che metteva nei resoconti e racconti senza ricalco. “Abatini” fu una parola terribile per tanti anni per noi che scrivevamo di calcio alle prime armi, e che, catturati dalle arditezze, dimenticavamo che dietro all’ originalità stilistica c’era una intelligenza critica aggressiva e ferina che illuminava un linguaggio già per se abbagliante.
Nei libri di Maietti, Brera è una indicazione interna, lo si avverte nelle arabescate dove c’è la cultura rurale, i  costumi di una volta, il dare canto a pagine veloci di pagine estrose, liriche di sentimento lirico, di contemplazioni, testimonianze, umanità, memorie.
Di Brera Maietti ha curato le antologie pubblicate da Longanesi e da Baldini e Castoldi. Nei suoi articoli e libri c’è sempre qualcosa dell’amico: il profumo della terra, l’apparizione angelica di certi caratteri, l’orgoglio“della zolla”. La memoria che fa pari con quella di Gioânnbrerafucarlo scrittore: intatta, meticolosa, appassionata; conosce le astuzie dello scrivere, usa minuzie e piccolezze, ma senza modificare la qualità della rappresentazione, l’attinenza alle cose.
E’ una scrittura che intenerisce. Rispetto la scrittura (un bel po’ più ruvida) di Brera; ha maggior levigatezza, un impasto che quando si rinfresca del dialetto di Cécu Ferrari, racconta quel che ha raccolto nei cortili d’osteria, sull’ uscio di casa, all’ oratorio, sull’ aia o in chiesa, senza dare troppa attenzione all’ ambientazione letteraria.
Come l’ amico – “figlio legittimo del Po” – che sapeva dove raccogliere malinconie, solitudini, confessioni e arricchire il linguaggio con mescolate,  il – “figlio legittimo dell’Adda”  registrato all’ anagrafe meneghina -, col modo semplice e spontaneo della sua espressione linguistica , sa raccogliere e organizzare i brividi raccattati tra un tavolaccio di legno vecchio e quello levigato di marmo. Una ricetta difficile quando una parola italiana ammicca a una parola dialettale. In ciò Maietti, come già l’amico, nei suoi scritti fa cogliere le sfumature, le intensità di movimento, il gusto  delle interpretazioni, le “infiltrazioni” che danno grazia all’ umorismo, e son pronte subito a qualche altro poetico sussulto.

(Aldo Caserini)

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