Il virus estetico contagiava le mostre di casa prima di Codogno


Una tavola di Javer Rodriguez tratta dalla Storia dellUniverso Marvel[/caption]

Cosa si può aggiungere di nuovo al trauma della recente epidemia? Alla natura terroristica del virus, all’angoscia del contagio che ha fatto riempire pagine e pagine di giornali, irrigiditi nella lettura della dimensione anonima dei numeri, rendendo informi e insignificanti altre parole ?  Forse, c’è da dire  che è risultata in picchiata la cultura: la musica, il cinema, il teatro, la lettura, le mostre, queste ultime per certi aspetti da tempo sclerotizzate dal degrado estetico, senza più messaggi, alimentate costantemente dal conflitto amico-nemico dell’antagonismo e del sottobosco. Una cosa si può dire; Covid 19 ha reso possibile attraverso l’emergenza sociale e sanitaria cancellare dalla scena cittadina di Lodi e dal palcoscenico del territorio le mostre buone (veramente pochissime!) e le esibizioni di manufatti così detti artistici, in realtà senza valore né importanza né interesse. Anche se qualcuno s’è dato gran daffare a passarle per “rappresentazioni artistiche”.

D’altra parte è risaputo: il mondo pullula di sedicenti artisti e falsi critici o presunti intenditori e improvvisati galleristi, pronti a rendere automaticamente artista chi ha messo su tela del colore, anche se è lampante non è bravo, come è il caso del novantacinque per cento di coloro che realizzano forme, pitture, terrecotte, scattano click eccetera. Fortunatamente non ci vuole molto a rendersi conto che non basta riempire lo spazio di una tela per essere veri artisti, capaci di trascendere la comune realtà e di accedere a una dimensione “altra”, come non serve che qualche aspirante delle famiglie sgarbini o daveriotti ci ricami sopra per entrare nell’Olimpo.

L’arte, si dice, è “tante cose”,  tante cose uniche o  tante insieme –  implosive, devastanti, selvagge, trasgressive, oscure o messe a nudo -, si fa con tutto e in mille modi: al pc, dietro un proiettore, con immagini “portate” su tela, sensori fotoelettrici o altro, montando e smontando altri linguaggi, autodefinendosi involuzionisti, poveristi, edonisti, accroccaggianti, artigianali, ristorarti)  senza più sicura possibilità  di ottenere ostentazione (esibizione), oppure in modo unico, celebrativo, al servizio del rito, della tradizione…. Soltanto che la gente sembra si sia stufata di andare alle mostre e trovare solo acqua minerale e stuzzichini del supermercato.

La crisi delle mostre parte da lontano. Era già stata segnalata galoppante una decina di anni fa, mentre le mostre sembrava potessero essere ancora in grado di dare accoglienza a un pubblico eterogeneo, producendo un interesse di tutto rispetto. Poi i buoni nomi sono scomparsi dai calendari, stanchi, forse, di essere ombreggiati da una sessantina di mostre di ar-tristi complici della politica, di questo o quel funzionario, che approfittavano del cattivo gusto, della disinformazione di chi scriveva, della malafede di chi si arrogava organizzatore, per piazzare due dita negli occhi, opere da far vergogna  o quasi. Ed è andata sempre più peggiorando

L’arte è un problema di linguaggi. Non è fatta di idee al servizio di un prodotto (o anche di uno stile), di una tecnica o di una bravura, ma è stilo e tecnica e bravura al servizio delle idee (se si coltivano e si elaborano).

Il linguaggio è lo strumento attraverso il quale l’uomo indica il proprio pensiero e contrassegna la realtà. Vale non soltanto per il linguaggio scritto o parlato ma anche per quello della pittura, della grafica, della scultura, della videoarte, delle installazioni.

La pittura è un robusto sistema emotivo, in grado di suscitare sentimenti non meno di quanto sia in grado di trasmettere informazioni, di incidere sul gusto estetico, di produrre conoscenza e paradossi, di sollevare domande e procurare inquietudini, di vedere associato il proprio contenuto comunicativo a significati simbolici che vanno oltre ai codici puramente convenzionali.  Da noi il suo linguaggio si è imbrogliato da tempo in un groviglio paradossale. Da quando si è dimenticato che il linguaggio dell’arte è un linguaggio mentale e logico ed anche antropologico, vi si inseriscono richiami, citazioni, esperienze diverse e spesso lontane. Non è un semplice “prodotto” in cui si riassumono parametri di suggestionabilità e comunicazione individuati.

Una mostra è perciò sempre un fatto importante. Da valore alle immagini se queste imprimono significati , permette di intrattenere rapporti cogli altri, consente di pensare a noi stessi come individui, di vivificare la memoria integrandola negli orizzonti di senso e di significato e di arricchire culturalmente.

Non è uno spazio per il protagonismo. Richiede vigilanza. Se non scopre i poteri decisivi dell’espressione rischia un terreno insidioso, che lascia indifferente il pubblico e non basta il soccorso della retorica affinché produca  fermento artistico e creativo. Cose ovvie, non ci vuole molto a riconoscerlo.

Aldo Caserini

 

 

 

 

 

 

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