Panorama artistico lodigiano. Ricordo di ANGELO BOSONI


ANGELO BOSONI, Composizione

Venti anni fa se ne andò un altro pezzetto di storia della pittura locale. Angelo Bosoni chiese un ultimo sforzo di discrezione. Come aveva fatto per tutta la vita, tenendo la propria attività artistica discosta dai palcoscenici. Un po’ come suo suocero Silvio Migliorini, Bosoni fu pittore atipico nel panorama locale. Si sottraeva dal fare mostre, rigettava l’idea di costruirsi curriculum e referenze. Per tutta la vita è stato un pittore solitario, più precisamente un “isolato”. Amici ne aveva, anche se bisogna andare indietro agli anni Cinquanta e Sessanta, quando tutti eravamo giovani e noi allora lo si annoverava scherzosamente (insieme a Vanelli e a Perego) tra i “vecchi. Tanto per intenderci a Monico, Bonelli, Vecchietti, Malaspina, Roncoroni, Maiocchi, Bassi, Santino Vailetti, Sordelli una generazione che aveva fatto guscio al Caffè del Broletto detto della Pìssa., Anche in quel gruppo egli ebbe una posizione appartata. Era impiegato di banca, ma a lui importavano due cose: la famiglia e il dipingere. Raggiunta la pensione, vi aggiunse l’andare per mostre. Almeno una volta la settimana ci incontravamo a Milano a rinverdire interessi, curiosità, conoscenze. Poi sul treno del rietro a Lodi misuravamo le rispettive convinzioni, Aveva gli occhi tondi e attenti, chiari e severi, prosciugati come la voce. La parola artista non la gradiva: “E’ inflazionata”, diceva. E scivolava via. Non ha mai inseguito riconoscimenti né cercato rapporti di convivenza con il “potere”. Negli anni Sessanta e Settanta, faceva un po’ rabbia il suo andare alla ricerca (nel paesaggio, nella figura, nelle composizioni) di un perfezionismo resistente. Il tempo si è preso la briga di chiarire: la sua pittura non si risolveva nel descrittivo e nel perfezionismo tecnico. Agli aspetti di linguaggio egli ha accompagnato un rapporto intimo di autoidentità poetica con le “cose” rappresentate. Nei suoi lavori cercava modi di vedere e misurare le cose, di cogliere il paesaggio, di approfondire e interiorizzare la figura umana, di creare rapporti, variazioni ed evocazioni geometriche e di luce. Instancabilmente, per mezzo secolo, ha cercato il rapporto dell’uomo e dell’artista con le cose, il circostante e l’ambiente. Su tutto ciò che dipingeva continuava a meditare e ricercare, ora soffermandosi su equilibri di sapore classico ora spostandosi verso varianti plastiche. Non era un istintivo, un simbolista, neppure uno che seguiva i canovacci della rappresentazione, non ha mai generato prospettive alla rovescia. E’ sempre stato affascinato non dalle facilonerie, ma dalle rigide regole che fanno armonia. Suo riferimento era Pier Della Francesca. Per questo, agli “ismi” di dubbia provenienza preferiva la ricerca della luce. Forma e colore, tono, estensione e ritmo, armonia, quiete e moto sono gli elementi che nei quadri della sua maturità pittorica hanno generato forme che offrono idea di una realtà senza nome, sempre collegata alla vita del sentimento. Ha sempre praticato un’arte “costruita”, una pittura che richiedeva tempo, acquisizione critica, memoria del colore. La novità da lui rappresentata è stata proprio il rigore, l’arricchimento formale portato avanti nella fedeltà ai suoi maestri Migliorini e Maiocchi, nell’efficacia della raffigurazione, il suo non-essere avanguardia, il riflettere in pittura quasi un esercizio di culto naturale. E’ stato un pittore che sapeva scegliere, che sceglieva un oggetto o un paesaggio solo se vi scorgeva i possibili riflessi della forma che voleva creare. Non ha mai improvvisato. Dopo venti anni che se ne è andato possiamo anche dirlo: Bosoni ha costituito una sfida al dilettantismo, al cattivo gusto, alla superficialità. Allievo del suocero per il quale nutriva un sentimento forte di riconoscenza per il “sentimento” della pittura che gli aveva inculcato, Bosoni, ha dipinto motivi che sono ben riconoscibili. Ma dietro di essi c’è un’opera parnassiana di semplificazione e potenziamento del discorso, una ricerca intellettuale non dichiarata. La sua tecnica non va confusa con qualcosa di accademico. Oltretutto egli è stato autodidatta. L’abilità l’ha appresa al cavalletto, lavorando i colori, superando con la capacità quella che chiamiamo convenzione. E’ stato un pittore di temperamento, rimasto fedele negli anni a queste regole, applicato a una figurazione di elegante composizione e di registro attualissimo.

ALDO CASERINI

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