Panorama artistico lodigiano. Ricordo di Luigi Volpi (1937-2009) , grafico e pittore


 

 

Con la lentezza che è di noi nati prima della guerra, desideriamo ricordare che una decina e più di anni fa si congedava a Lodi il pittore e incisore Luigi Volpi. Nato nel 1937 aveva lasciato sul finire degli anni Cinquanta la città e il quartiere S. Fereolo dove aveva vissuto, per andare a diplomarsi a Modena maestro d’arte e poi trasferirsi a Milano, dove fu, insegnante di tecniche artistiche al Cova. Nei primi anni Novanta decise di trasferirsi prima alla Valbissera di San Colombano al Lambro e, in seguito, al Pratello, a Lodi, lasciato qualche tempo prima dell’ ultimo addio per via XX Settembre. Faceva parte dei ”pochissimi” che avevano suggerito idee alla pittura locale, liberandola da orpelli, prima romantici e poi ideologici; questi ultimi ricevuti in eredità dal Sessantotto, stagione alla quale egli partecipò con intensità. Superato quel ciclo di attivismo militante , lasciò anche il realismo di denuncia. Lo fece semplicemente spostando il discorso dalla storia alla polemica, dal gesso dei contenutismi alla testimonianza della professionalità e della competenza. E’ stato un pittore che ha amato descrivere con armoniosià e minuzia il dato reale. Sarebbe insufficiente però stimarlo solo per l’ineccepibile tecnica e la precisione trascurando il resto. Nel suo linguaggi ha interagito anche la dimensione poetica e concettuale, persino una certa visione filosofica della realtà e della vita, che ci era personalmente parso di dover cogliere nel suo sintetizzare l’armonia totale della natura, le stagioni, il tempo e il suo fluire. Lo ricordiamo come pittore di equilibrio e di riflessione, che ha saputo dotare il proprio sguardo di un cristallino nitore da sembrare a volte inquietante. Circondava le cose di luce, le mettendo in rapporto con un tempo ‘diverso’ e con autori diversi. “Omaggiati”, diceva lui, “indagati”, sostenevamo noi, entrambi tenevamo sempre a distinguerci.
Oggi non avrebbero più senso. Nella sua pittura si avverte la metafora del silenzio e dello sguardo. Le figure hanno posizioni silenziose, pazienti nella loro immobile semplicità. Similmente i paesaggi, in cui riverberano atmosfere sospese e liriche. Diceva che desiderava comporre “cose”. Metteva sul tavolo oggetti diversi -: dalle verdure ai frutti, dalle conchiglie alle anfore -, e dava ad essi una posizione illusionistica. E’ stato, da uomo, un comunardo anarchico in rotta con le formule politiche e partitiche del tempo, e, come artista, ha mantenuto punti di incontro con le formule espressive praticate negli anni ’60 e che pareva l’avvicinassero a certi autori britannici (che imprigionavano figure e stati d’animo), e, più tardi (anni’70), indagato con Fabrizio Merisi, la condizione dei malati negli istituti psichiatrici. Poi si spostò sul “privato”, con una lunga serie di autoritratti, figure femminili, dell’ex-moglie Ida, di gruppi familiari) e prese a strizzar l’occhio ad alcuni esponenti della “Metacosa” (ritratti, figure, interni, cose), fino a conoscere” un ecclesiastico del Seicento di nome Baschenis, e forse anche il monaco spagnolo Juan Cotàn e l’umbro-marchigiano Carlo Magini, tre pittori di straordinarie incredibili nature morte, che nelle nostre conversazioni amava citare. La rigorosità domina i suoi quadri. E’ la stessa dei disegni preparatori. Da vero “maestro d’arte”. Gli elementi di spazio e misura si riconoscono in interi repertori disposti con ordine, pulizia, gioco, ed elevati fuori dei limiti del sensibile; quando l’atmosfera mostra elasticità, ma le legature restano solide, le ambientazioni non scomponibili, gli spessori aderenti. Sono creazioni contemporanee nella sensibilità, nello sguardo e nella luce, e al tempo stesso fondamentalmente perfetti (o se si vuole classiche) nella composizione e nella resa. (Aldo Caserini) Con la lentezza che è di noi nate prima della guerra, desideriamo ricordare che una decina e più di anni fa si congedava a Lodi il pittore e incisore Luigi Volpi. Nato aveva lasciato lasciato la città e il quartiere S.Fereolo dove era nato e sino allora vissuto, sul finire degli anni Cinquanta per andare a diplomarsi a Modena maestro d’arte e poi trasferirsi a Milano, dove fu, fino al pensionamento, insegnante di tecniche artistiche al Cova. Nei primi anni Novanta decise di trasferirsi prima alla Valbissera di San Colombano al Lambro e, in seguito, al Pratello, a Lodi, lasciato qualche tempo prima dell’ ultimo addio per via XX Settembre. Faceva parte dei ”pochissimi” che avevano suggerito idee alla pittura locale, liberandola da orpelli, prima romantici e poi ideologici; questi ultimi ricevuti in eredità dal Sessantotto, stagione alla quale egli partecipò con intensità. Superato quel ciclo di attivismo militante , lasciò anche il realismo di denuncia. Lo fece semplicemente spostando il discorso dalla storia alla polemica, dal gesso dei contenutismi alla testimonianza della professionalità e della competenza. E’ stato un pittore che ha amato descrivere con armoniosià e minuzia il dato reale. Sarebbe insufficiente però stimarlo solo per l’ineccepibile tecnica e la precisione trascurando il resto. Nel suo linguaggi ha interagito anche la dimensione poetica e concettuale, persino una certa visione filosofica della realtà e della vita, che ci era personalmente parso di dover cogliere nel suo sintetizzare l’armonia totale della natura, le stagioni, il tempo e il suo fluire. Lo ricordiamo come pittore di equilibrio e di riflessione, che ha saputo dotare il proprio sguardo di un cristallino nitore da sembrare a volteinquietante. Circondava le cose di luce, le mettendo in rapporto con un tempo ‘diverso’ e con autori diversi. “Omaggiati”, diceva lui, “indagati”, sostenevamo noi, entrambi tenevamo sempre a distinguerci. Oggi non avrebbero più senso. Nella sua pittura si avverte la metafora del silenzio e dello sguardo. Le figure hanno posizioni silenziose, pazienti nella loro immobile semplicità. Similmente i paesaggi, in cui riverberano atmosfere sospese e liriche. Diceva che desiderava comporre “cose”. Metteva sul tavolo oggetti diversi -: dalle verdure ai frutti, dalle conchiglie alle anfore -, e dava ad essi una posizione illusionistica. E’ stato, da uomo, un comunardo anarchico in rotta con le formule politiche e partitiche del tempo, e, come artista, ha mantenuto punti di incontro con le formule espressive praticate negli anni ’60 e che pareva l’avvicinassero a certi autori britannici (che imprigionavano figure e stati d’animo), e, più tardi (anni’70), indagato con Fabrizio Merisi, la condizione dei malati negli istituti psichiatrici. Poi, si spostò sul “privato”, con una lunga serie di autoritratti, figure femminili, dell’ex-moglie Ida, di gruppi familiari) e prese a strizzar l’occhio ad alcuni esponenti della “Metacosa” (ritratti, figure, interni, cose), fino a conoscere” un ecclesiastico del Seicento di nome Baschenis, e forse anche il monaco spagnolo Juan Cotàn e l’umbro-marchigiano Carlo Magini, tre pittori di straordinarie incredibili nature morte, che nelle nostre conversazioni amava citare. La rigorosità domina i suoi quadri. E’ la stessa dei disegni preparatori. Da vero “maestro d’arte”. Gli elementi di spazio e misura si riconoscono in interi repertori disposti con ordine, pulizia, gioco, ed elevati fuori dei limiti del sensibile; quando l’atmosfera mostra elasticità, ma le legature restano solide, le ambientazioni non scomponibili, gli spessori aderenti. Sono creazioni contemporanee nella sensibilità, nello sguardo e nella luce, e al tempo stesso fondamentalmente perfetti (o se si vuole classiche) nella composizione e nella resa. (Aldo Caserini)

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