Panorama artistico lodigiano. Ricordo di Silvio Migliorini


Ricordare qualcuno lo chiama recupero, riciclaggio, qualcun altro transito, reminiscenza, evocazione e via di seguito. Ma possiamo fare a meno di ricordare coloro che hanno preso parte alla nostra storia ? Alle articolazioni che hanno determinato i sistemi dell’arte, della cultura cittadina e del territorio? O basta solo le costellazioni delle parole, delle parole-idee, per permetterci di leggere quello che abbiamo chiamato l’edificazione dello sviluppo, elaborato forme che oggi appaiono persuasive, convincenti, e solo ieri erano distinzioni,, indefinito’ inafferrabile prima di darsi un volto? Spesso ci viene rimproverato di guardare troppo indietro, di far cenno al passato con un certo piacere, con nostalgia. Riandare all’avvenuto non vuol dire abbandonarsi ai ricordi, tornare indietro, preferire sulla controversia del gusto i “prodotti” /(chiamiamoli così) che reggevano ieri, ignorare che l’uomo, l’artista, è chiamato alla decodificazione, che spesso non coincide con quel che è intervenuto dopo. Sono passati più di sessant’anni (esattamente sessantadue) dalla morte del pittore Silvio Migliorini. Quando se ne è andato ne aveva una settantina e aveva raccolto (o rifiutato) esperienze che la storia dell’arte ci ha abituati a distinguere con nomi e classificazioni diverse: prima canone, poi forma; prima ricerca, poi rottura, prima relazione, oggi individualità… Migliorini non vantava diplomi, accademie, titoli. Credeva nella pittura, credeva nell’uomo, era un bonario, aveva fede. Dopo la sua morte le mostre a Lodi hanno continuato a farsi e ad essere inaugurate. Senza Migliorini che aveva praticato la pittura con estrema delicatezza e controllo. La tecnica l’aveva appresa praticamente da solo: con fatica e testardaggine, a forza di cercare, di osservare, di pensare e ripensare. Non l’ha afferrata, come molti pensano (per sentito dire), dal suo amico Carlo Zaninelli, col quale divise per qualche tempo lo studio in Serravalle prima di trasferirsi in via Cavour. Da lui ha solo acquisito quanto gli era servito al mestiere. Per personalizzare la pittura, approfondirla, raffinarla è arrivato dopo. Ed è poi quello che ha trasferito ad Angelo Monico, Luigi Bonelli e Natale Vecchietti e al suo futuro genero Angelo Bosoni. Le sue opere sono finite in America, ma a Lodi sono poche quelle che lo ricordano. Migliorini non era smanioso di mostrarsi, pensava a lavorare. Non perché snobbasse la città, ma perché, mi disse quella volta che il figlio Livio mi portò da lui nel suo studio in via XX Settembre, “una mostra sa di postumo”. Sua Ricordare qualcuno lo chiama recupero, riciclaggio, qualcun altro transito, reminiscenza, evocazione e via di seguito. Ma possiamo fare a meno di ricordare coloro che hanno preso parte alla nostra storia ? Alle articolazioni che hanno determinato i sistemi dell’arte, della cultura cittadina e del territorio? O basta solo le costellazioni delle parole, delle parole-idee, per permetterci di leggere quello che abbiamo chiamato l’edificazione dello sviluppo, elaborato forme che oggi appaiono persuasive, convincenti, e solo ieri erano distinzioni,, indefinito’ inafferrabile prima di darsi un volto? Spesso ci viene rimproverato di guardare troppo indietro, di far cenno al passato con un certo piacere, con nostalgia. Riandare all’avvenuto non vuol dire abbandonari ai ricordi, tornare indietro, preferire sulla controversia del gusto i “prodotti” /(chiamiamoli così) che reggevano ieri, ignorare che l’uomo, l’artista, è chiamato alla decodificazione, che spesso non coincide con quel che è intervenuto dopo. Sono passati più di sessant’anni (esattamente sessantadue) dalla morte del pittore Silvio Migliorini. Quando se ne è andato ne aveva una settantina e aveva raccolto (o rifiutato) esperienze che la storia dell’arte ci ha abituati a distinguere con nomi e classificazioni diverse: prima canone, poi forma; prima ricerca, poi rottura, prima relazione, oggi individualità… Migliorini non vantava diplomi, accademie, titoli. Credeva nella pittura, credeva nell’uomo, era un bonario, aveva fede. Dopo la sua morte le mostre a Lodi hanno continuato a farsi e ad essere inaugurate. Senza Migliorini che aveva praticato la pittura con estrema delicatezza e controllo. La tecnica l’aveva appresa praticamente da solo: con fatica e testardaggine, a forza di cercare, di osservare, di pensare e ripensare. Non l’ha afferrata, come molti pensano (per sentito dire), dal suo amico Carlo Zaninelli, col quale divise per qualche tempo lo studio in Serravalle prima di trasferirsi in via Cavour. Da lui ha SOLO acquisito quanto gli era servito al mestiere. Per personalizzare la pittura, approfondirla, raffinarla è arrivato dopo. Ed è poi quello che ha trasferito ad Angelo Monico, Luigi Bonelli e Natale Vecchietti e al suo futuro genero Angelo Bosoni. Le sue opere sono finite in America, ma a Lodi sono poche quelle che lo ricordano. Migliorini non era smanioso di mostrarsi, pensava a lavorare. Non perché snobbasse la città, ma perché, mi disse quella volta che il figlio Livio mi portò da lui nel suo studio in via XX Settembre, “una mostra sa di postumo”. Sua moglie, Maria Bassini, fermando i ferri della maglia sussurrò un discreto “l’è per la vergògna” (per timidezza), al quale l’artista fece seguire un richiamo: “Mariulin!”. Nonostante i risultati (“disegno, chiarezza, armonia, colorito, grazia, proporzione”, D. Mistrorigo) Lodi non gli ha mai costruito una antologica. Non risulta siano state molte le occasioni che i lodigiani hanno avuto per vedere i suoi lavori, forse solo un paio di occasioni: nel 1980 al Museo Civico, nel contesto della collettiva “Mezzo secolo di pittura lodigiana”, curata da Tino Gipponi, e “Ottocento-Novecento:arte a Lodi tra due secoli”, a cura di Sergio Rebora. Semplici apparizioni. Eppure Migliorini è stato pittore dotato, “senza abusi”, “sereno e composto” diceva Angelo Monico, suo allievo. In certi tratti della sua pittura si indovina il piacevole romanticismo lombardo, qua e la discretamente imbevuto di impressionismo. Non era un solitario, amava la compagnia, il teatro dialettale, le macchiette. Non costruiva la pittura sulle teorie, sulle idee, ma disegnando e dipingendo, gli unici modi per applicare la vocazione. Natale Vecchietti, un’altro dei suoi allievi insieme a Gaetano Bonelli, vi vedeva “diversità tecniche che attraggono”. Sulla sua figura e la sua arte non è rimasto granché di scritto. Lui non si preoccupava di inseguire il marketing. Qualche traccia lo hanno lasciato l’allievo Angelo Monico che lo ha visto (non per tecnica, ma ispirazione) “continuatore della pittura religiosa del nostro Mosè Bianchi”; don Luciano Quartieri che dieci anni dopo la sua morte vi ravvisò “un che di soprannaturale” che emanava dalla sua pittura sacra; Angelo Novasconi vide nei suoi Santi i “simboli di una coscienza tranquilla, raccolta e serena nella Fede”. Anche noi ne avevamo scritto sollecitati da Angelo Bosoni, il quale, pur essendosi aperta una nuova fase della pittura – nutriva per il suocero una ammirazione franca e convinta. Tra gli appunti abbiamo un appunto di quel che ci disse Attilio Maiocchi:“ Un pittore che ha sempre detto qualcosa ma a bassa voce, parlando più a sé che agli altri”. Si portò addosso la targhetta di “ pittore dei preti”, perché affrescava chiese (Arcagna, Villavesco, San Martino in Strada, Roveredo di Guà ecc.), perché aveva dipinto scene sacre (“Invocazione”, “San Francesco”, “Cristo”, in Seminario, Santa Cabrini, nella chiesetta della Gatta, ecc.) ed era stato insegnante di disegno al Collegio San Francesco. In realtà ha variato molto. Nel repertorio ha spaziato dai ritratti (si ricordano quelli del fratello del cardinal Rossi, del vescovo mons. Scalabrini, del vescovo di Chicago, mons. Dubray, di suor Teresa, di don Grossi, dei conti Barni di Roncadello, della figlia, della moglie, l’autoritratto ecc.), ai paesaggi, alle nature morte ai fiori con cui ha portato nelle case note intense e di grande equilibrio. Quel che le giovani generazioni non dovrebbe dimenticare è che fu l’unico degli artisti lodigiani ad avere tentato il puntinismo. Forse basterebbe questa sua apertura a far cadere tanti pregiudizi e a dare un nuovo ordine di classifica a questo artista che meriterebbe ben maggiore attenzione e approfondimento. Aldo Caserinimoglie, Maria Bassini, fermando i ferri della maglia sussurrò un discreto “l’è per la vergògna” (per timidezza), al quale l’artista fece seguire un richiamo: “Mariulin!”. Nonostante i risultati (“disegno, chiarezza, armonia, colorito, grazia, proporzione”, D. Mistrorigo) Lodi non gli ha mai costruito una antologica. Non risulta siano state molte le occasioni che i lodigiani hanno avuto per vedere i suoi lavori, forse solo un paio di occasioni: nel 1980 al Museo Civico, nel contesto della collettiva “Mezzo secolo di pittura lodigiana”, curata da Tino Gipponi, e “Ottocento-Novecento:arte a Lodi tra due secoli”, a cura di Sergio Rebora. Semplici apparizioni. Eppure Migliorini è stato pittore dotato, “senza abusi”, “sereno e composto” diceva Angelo Monico, suo allievo. In certi tratti della sua pittura si indovina il piacevole romanticismo lombardo, qua e la discretamente imbevuto di impressionismo. Non era un solitario, amava la compagnia, il teatro dialettale, le macchiette. Non costruiva la pittura sulle teorie, sulle idee, ma disegnando e dipingendo, gli unici modi per applicare la vocazione. Natale Vecchietti, un’altro dei suoi allievi insieme a Gaetano Bonelli, vi vedeva “diversità tecniche che attraggono”. Sulla sua figura e la sua arte non è rimasto granché di scritto. Lui non si preoccupava di inseguire il marketing. Qualche traccia lo hanno lasciato l’allievo Angelo Monico che lo ha visto (non per tecnica, ma ispirazione) “continuatore della pittura religiosa del nostro Mosè Bianchi”; don Luciano Quartieri che dieci anni dopo la sua morte vi ravvisò “un che di soprannaturale” che emanava dalla sua pittura sacra; Angelo Novasconi vide nei suoi Santi i “simboli di una coscienza tranquilla, raccolta e serena nella Fede”. Anche noi ne avevamo scritto sollecitati da Angelo Bosoni, il quale, pur essendosi aperta una nuova fase della pittura – nutriva per il suocero una ammirazione franca e convinta. Tra gli appunti abbiamo un appunto di quel che ci disse Attilio Maiocchi:“ Un pittore che ha sempre detto qualcosa ma a bassa voce, parlando più a sé che agli altri”. Si portò addosso la targhetta di “ pittore dei preti”, perché affrescava chiese (Arcagna, Villavesco, San Martino in Strada, Roveredo di Guà ecc.), perché aveva dipinto scene sacre (“Invocazione”, “San Francesco”, “Cristo”, in Seminario, Santa Cabrini, nella chiesetta della Gatta, ecc.) ed era stato insegnante di disegno al Collegio San Francesco. In realtà ha variato molto. Nel Ricordare qualcuno lo chiama recupero, riciclaggio, qualcun altro transito, reminiscenza, evocazione e via di seguito. Ma possiamo fare a meno di ricordare coloro che hanno preso parte alla nostra storia ? Alle articolazioni che hanno determinato i sistemi dell’arte, della cultura cittadina e del territorio? O basta solo le costellazioni delle parole, delle parole-idee, per permetterci di leggere quello che abbiamo chiamato l’edificazione dello sviluppo, elaborato forme che oggi appaiono persuasive, convincenti, e solo ieri erano distinzioni,, indefinito’ inafferrabile prima di darsi un volto? Spesso ci viene rimproverato di guardare troppo indietro, di far cenno al passato con un certo piacere, con nostalgia. Riandare all’avvenuto non vuol dire abbandonari ai ricordi, tornare indietro, preferire sulla controversia del gusto i “prodotti” /(chiamiamoli così) che reggevano ieri, ignorare che l’uomo, l’artista, è chiamato alla decodificazione, che spesso non coincide con quel che è intervenuto dopo. Sono passati più di sessant’anni (esattamente sessantadue) dalla morte del pittore Silvio Migliorini. Quando se ne è andato ne aveva una settantina e aveva raccolto (o rifiutato) esperienze che la storia dell’arte ci ha abituati a distinguere con nomi e classificazioni diverse: prima canone, poi forma; prima ricerca, poi rottura, prima relazione, oggi individualità… Migliorini non vantava diplomi, accademie, titoli. Credeva nella pittura, credeva nell’uomo, era un bonario, aveva fede. Dopo la sua morte le mostre a Lodi hanno continuato a farsi e ad essere inaugurate. Senza Migliorini che aveva praticato la pittura con estrema delicatezza e controllo. La tecnica l’aveva appresa praticamente da solo: con fatica e testardaggine, a forza di cercare, di osservare, di pensare e ripensare. Non l’ha afferrata, come molti pensano (per sentito dire), dal suo amico Carlo Zaninelli, col quale divise per qualche tempo lo studio in Serravalle prima di trasferirsi in via Cavour. Da lui ha SOLO acquisito quanto gli era servito al mestiere. Per personalizzare la pittura, approfondirla, raffinarla è arrivato dopo. Ed è poi quello che ha trasferito ad Angelo Monico, Luigi Bonelli e Natale Vecchietti e al suo futuro genero Angelo Bosoni. Le sue opere sono finite in America, ma a Lodi sono poche quelle che lo ricordano. Migliorini non era smanioso di mostrarsi, pensava a lavorare. Non perché snobbasse la città, ma perché, mi disse quella volta che il figlio Livio mi portò da lui nel suo studio in via XX Settembre, “una mostra sa di postumo”. Sua moglie, Maria Bassini, fermando i ferri della maglia sussurrò un discreto “l’è per la vergògna” (per timidezza), al quale l’artista fece seguire un richiamo: “Mariulin!”. Nonostante i risultati (“disegno, chiarezza, armonia, colorito, grazia, proporzione”, D. Mistrorigo) Lodi non gli ha mai costruito una antologica. Non risulta siano state molte le occasioni che i lodigiani hanno avuto per vedere i suoi lavori, forse solo un paio di occasioni: nel 1980 al Museo Civico, nel contesto della collettiva “Mezzo secolo di pittura lodigiana”, curata da Tino Gipponi, e “Ottocento-Novecento:arte a Lodi tra due secoli”, a cura di Sergio Rebora. Semplici apparizioni. Eppure Migliorini è stato pittore dotato, “senza abusi”, “sereno e composto” diceva Angelo Monico, suo allievo. In certi tratti della sua pittura si indovina il piacevole romanticismo lombardo, qua e la discretamente imbevuto di impressionismo. Non era un solitario, amava la compagnia, il teatro dialettale, le macchiette. Non costruiva la pittura sulle teorie, sulle idee, ma disegnando e dipingendo, gli unici modi per applicare la vocazione. Natale Vecchietti, un’altro dei suoi allievi insieme a Gaetano Bonelli, vi vedeva “diversità tecniche che attraggono”. Sulla sua figura e la sua arte non è rimasto granché di scritto. Lui non si preoccupava di inseguire il marketing. Qualche traccia lo hanno lasciato l’allievo Angelo Monico che lo ha visto (non per tecnica, ma ispirazione) “continuatore della pittura religiosa del nostro Mosè Bianchi”; don Luciano Quartieri che dieci anni dopo la sua morte vi ravvisò “un che di soprannaturale” che emanava dalla sua pittura sacra; Angelo Novasconi vide nei suoi Santi i “simboli di una coscienza tranquilla, raccolta e serena nella Fede”. Anche noi ne avevamo scritto sollecitati da Angelo Bosoni, il quale, pur essendosi aperta una nuova fase della pittura – nutriva per il suocero una ammirazione franca e convinta. Tra gli appunti abbiamo un appunto di quel che ci disse Attilio Maiocchi:“ Un pittore che ha sempre detto qualcosa ma a bassa voce, parlando più a sé che agli altri”. Si portò addosso la targhetta di “ pittore dei preti”, perché affrescava chiese (Arcagna, Villavesco, San Martino in Strada, Roveredo di Guà ecc.), perché aveva dipinto scene sacre (“Invocazione”, “San Francesco”, “Cristo”, in Seminario, Santa Cabrini, nella chiesetta della Gatta, ecc.) ed era stato insegnante di disegno al Collegio San Francesco. In realtà ha variato molto. Nel repertorio ha spaziato dai ritratti (si ricordano quelli del fratello del cardinal Rossi, del vescovo mons. Scalabrini, del vescovo di Chicago, mons. Dubray, di suor Teresa, di don Grossi, dei conti Barni di Roncadello, della figlia, della moglie, l’autoritratto ecc.), ai paesaggi, alle nature morte ai fiori con cui ha portato nelle case note intense e di grande equilibrio. Quel che le giovani generazioni non dovrebbe dimenticare è che fu l’unico degli artisti lodigiani ad avere tentato il puntinismo. Forse basterebbe questa sua apertura a far cadere tanti pregiudizi e a dare un nuovo ordine di classifica a questo artista che meriterebbe ben maggiore attenzione e approfondimento. Aldo Caserini

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