Panorama artistico lodigiano. OLIVIERO FERRI, testimone oculare


Le mostre fotografiche del borghettino Oliviero Ferri non sono semplici esposizioni di immagini di uno dei tanti cultori del click che cerca nello scatto “il bello, il lesto, il brillante, l’ordinato”, per dirla con Philippe Daverio.
Per Ferri (Oliviero come tutti lo riconoscono) la tecnica è un dettaglio importante, ma riguarda il procedimento, conta l’uso che poi se ne fa. Oliviero non la trascura di certo, anzi, ma per far emergere il rapporto con l’immagine, l’informazione, il racconto.
Nelle migliaia di scatti messi insieme in tanti anni di mestiere e di creatività, lo hanno fatto conoscere a tutti qual è: uno che crede profondamente alla fotografia-documentario, che della realtà non si preoccupa di cogliere la finzione ma l’oggettività, la concretezza, sia pure facendola consegnare da una estetica “morbida”.
Anni fa, Ferri rincorreva gente di spettacolo e della moda – i personaggi – regalando di sé una immagine che si consolidò soprattutto tra i suoi colleghi fotografi, diffondendo il pregiudizio che fosse un collaboratore di periodici illustrati e rotocalchi di moda. Quanto non vera lo confermarono la serie di mostre tenute negli anni, che ne hanno rivelato l’altro aspetto della personalità, quella di un reporter che va in giro a cogliere nei villaggi e nelle città una umanità diversa, bambini uomini e donne che hanno nello sguardo e negli atteggiamenti la forza di sconfiggere la propria condizione, facendo esaltare la poesia della silenziosità, dell’insensibilità dietro il neutrale.
Nel repertorio professionale di Ferri c’è di tutto: animali, chiese e castelli, paesaggi, ritratti di artisti e colleghi (Cotugno, Manca, Razzini, Ruolini, Secchi, ecc.), sport… Ci sono i ricordi di cascina, della vita d’oratorio, delle prime mostre di paese, i flashblack e i segni del passato, il fascino dei vecchi mestieri, le donne di paese, gli uomini all’osteria. Dedica una particolare cura a fermare volti umani e caratteri, oltre a momenti persino bizzarri che mettono in luce costumi, culture, condizioni di vita, atteggiamenti ecc. Nelle sue scelta non c’è alcun intellettualismo o ideologismo engagè. Ferri raccolta la strada e la società che la anima in un puzzle quasi infinito, senza apparente soluzione. Tiene insieme paesi, popoli e città (San Domingi, Thailandia, Cuba, Sumatra, Grecia. Kentuchy, Portogallo, Isole Comores, Isole di Bali, Londra, Praga, Amsterdam, Madagascar, Venezia, Orvieto, Piacenza e… Borghetto Lodigiano), facendo emergere, tra le altre cose, un elemento, come la mendicità e la povertà hanno la stesso forza di espressività e di denuncia.
L’insieme che offre la sua fotografia è una visione panoramica di folgorante immediatezza. In alcuni casi persino elegante, da contraddistinguere la capacità operativa e selezionare dalla quotidianità l’ “essenza astratta” attraverso i volti egli habitat.
Oliviero racconta la vita andando in giro per il mondo. Non la guerra, perché la guerra lui non la andrebbe mai a incontrare; oltre tutto imporrebbe una diversa estetica, drammatica, non altamente emotiva e morbida come la sua; vorrebbe per lui dire rinunciare alla fotografia come confessione, alla figura come specchio, al contesto come racconto. Abbandonare quello che nella sua produzione può sembrare (fotograficamente) perfetto, anche se non lo è dal punto di vista della sensibilità, perché tutto in fotografia, come in letteratura, può essere a volte sfuggente, a volte, scivoloso. E in questo Oliviero è attento a non cadere.

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