Panorama artistico lodigiano. LUIGI MAIOCCHI, xilografia. Un mondo silente di cui nessuno parla


Luigi Maiocchi (n.1944) partecipa da decenni sulla scena dell’arte lodigiana, dando dimostrazioni esemplari (intendiamo prove di unità nelle sue tirature, solitamente numericamente contenute) – ultime quelle al Museo della Stampa -, dov’era stato coinvolto (con altri incisori locali) da Tino Gipponi che in materia di arte incisoria è forse l’unico critico esperto non solo del lodigiano, ma della Lombardia e forse di una geografia più ampia.
Maiocchi è pittore e incisore, soprattutto xilografo, che opera da anni un po’per diversivo, ma soprattutto per passione o per qualcosa di più. Dire oggi silografo o xilografo si fa presto, se non si spiega tutto il resto, che il linguaggio xilografico non è un semplice prontuario tecnico, manualistico e niente più. Al contrario, come altri linguaggi dell’arte, è una ricapitolazione creativamente di poetiche, di postulati e di concetti collegati.
Poiché in xilografia i tratti non possono essere molto fini né molto variati, all’artista è richiesto di eliminare i particolari più minuti, per rendere l’espressione più sintetica che descrittiva. Nelle mani di un artista come Maiocchi questa necessità di sintesi produce figure di grande evidenza, scene piene di vita o addirittura di aggressività. Dietro (dentro) alla leggibilità c’è però il resto:gli elementi formati a quelli formanti, la fedeltà e il virtuosismo, la tecnica e la qualità, la spontaneità e il rigore, i materiali e gli strumenti, il bianco e nero e il colore, il gusto il coraggio dei contenuti.
Alcune iniziative promosse negli ultimi anni a Lodi denunciavano un indubbio potenziale per ri-accendere l’attenzione del pubblico sulla stampa “a rilievo” (procedura diversa da quella detta “in cavo” – per intenderci: puntasecca, maniera nera, acquaforte, vernice molle, acquatinta -, altrettanto distinta da quella “in piano”, lito, fotolito, clicché-verre e dalla serigrafia. Se siano riuscite allo scopo è da verificare dopo la crisi che ha aggredito il settore grafico.
Sta di fatto che la silografia o intaglio “a risparmio” dei rilievi, rispetto alle altre procedure grafiche va conosciuta per presentare indizi tecnici caratteristici – la pressione, lo spessore dell’inchiostro, le microsbavature, le irregolarità naturali del legno, tarlo, fenditure, nodi, venatura – che a volte sono utilizzati dagli artisti come elementi espressivi. Tutte cose che non sempre si ritrovano in autori recenti, che all’uso del legno sostituiscono materiali alternativi, come il linoleum (più facile da lavorare), PVC, plexiglas, sughero, compensato, gesso, eccetera.
Luigi Maiocchi è un artista fedele allo spirito della “tradizione” , ma applicato alle soluzioni della contemporaneità, con cui ha già dato poche ma eloquenti dimostrazioni di quel che dimostra dagli anni sessanta, dai tempi de Il Segno (fondato insieme a Poletti, Cotugno, Vailati, Geri): abilità, intenzione, passione, soprattutto un pensiero saldo rivolto a rappresentare la sua città, Lodi: intento a architetture e luoghi, a cogliere il rapporto fra gli elementi che danno luce alla sua storia, e a realizzare attraverso l’organizzazione delle forme un rapporto di suggestione e lirismo.
Carattere chiuso, diremmo umorale, è spontaneo considerarlo un artista che opera in solitudine, senza le complicazioni intellettuali che hanno guastato parte dell’arte locale negli ultimi cinquant’anni; non ha mostre personali al proprio attivo, ma solo apparizioni in gruppo. In passato gli era utile una concentrata “visibilità” alla Bottega delle Cornici Arioli, “vetrina” dalla quale è sparito dopo essersi trasferito dalla città bassa, dove aveva lo studio-laboratorio in via Borgo Adda.
Cosa si può aggiungere a quel poco che è stato detto in passato di lui e della sua arte? Negli anni Maiocchi si era fatto apprezzare per l’ interesse dedicato ai luoghi della sua città, di cui sapeva cogliere razioni di poesia attraverso un segno ben proporzionato. Le sporadiche partecipazioni a collettive hanno comunque rivelato materia per qualche attenzione in più, più di quanta non ne avesse ottenuta in passato. Nelle sue xilo prevale una costante di energia concettuale, muscolare e nervosa, che da egli muta in gesti sicuri e converte in tagli, in incavi, in valori grafici,e quindi in immagine.
Figurativo, descrittivo, di profilate durezze, il silografo lodigiano ha finalizzato la propria ricerca al procedimento, a incentivare con l’acquisizione della tecnica l’incisiva immediatezza, con cui fa emergere dal fondo e dall’insieme le lumeggiature più chiare “a chiaroscuro” o “camaieu”.
Materiali e procedimenti sono autentici potenziali della sua creatività. In essi si ritrovano le potenzialità dell’espressione. L’ intravedere è un incentivo a considerazioni meno distratte di un fascino comunicativo restituito dalla materia grafica. Nella sua ricerca non manca la narrazione di stati d’animo. Maiocchi è un figurativo che, propone ciò che vede e sente. Nei fogli (almeno in quelli che si conoscono e non sono molti) emerge la volontà di raccogliere nell’immagine esigenze concettuali ed espressive (di realizzazione, d’effetto, di misura). Le sue xilo potranno apparire ad alcuni fruitori decorative. Quel che è chiaro è che c’è pure altro oltre alla rappresentazione. C’è quasi sempre una qualche succosità che sfugge all’osservazione superficiale. Da cui ricavare il senso di forza dell’illustratore che non si sente subalterno all’immagine descritta.

Aldo Caserini

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