Panorama artistico lodigiano: LUIGI BIANCHINI, la materia e la procedura contano come il pensiero quando raccontano l’universo


Luigi Bianchini è artista, di radici alaudensi, cresciuto sulle sponde del Lambro, in quello che fu nei secolo scorsi feudo prima dei Visconti e poi degli Sforza, fino all’ultimo feudatario il conte Gian Giacomo Morando Bolognini. Da qualche tempo si è trasferito nel pavese e purtroppo si è reso ancor meno visibile sul territorio di casa, nelle pianure dell’Adda e del Po, dopo i consensi raccolti alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Roma. Tralasciando le fasi transitorie o intermedie, volendo titare le somme della sua produzione non si può dire emerga un’unica ricetta. Certo vanno evitati i rischi del minimalismo logorroico, sia quelli piuttosto tronfi che a volte capita di leggere. Meglio stare, se si riesce, sul terreno indicato da Milan Kundera, e catturare quel milionesimo di differenza che trasforma una situazione sommaria e indefinita, in una esperienza che si inserisce e può coprire vicende presenti nel nostro tempo.
Di Bianchini si era scritto anni fa per praticare un linguaggio che coniugava figurazione e visionarietà all’interno dello spazio pittorico. Erano, quelli, tempi in cui l’artista santangiolino si faceva notare prevalentemente negli spazi di architettura d’interni e arredamento ( personalmente lo abbiamo scoperto da Arredamenti Ravera, in corso Umberto a Lodi); poi come scultore intento a tradurre materia e concetto, forma aperta e movimento, a metabolizzare tradizione e attualità in un universo di suggestiva distinzione visiva; quindi, come terza fase, in cui s’è impegnato su un fronte articolato , avvalendosi di strumenti diversi: il pennello, la matita, l’ aerografo, lo scanner, il plotter…
Era tra gli artisti lodigiani, tra i primi, che, figurativo, rifiutava però i percorsi accademici, praticando un cambiamento nei processi costitutivi di opera e di immagine. A cominciare dal metodo operativo con cui la tecnica tradizionale la utilizzava per includere altri linguaggi e dispositivi. I risultati rivelarono subito una attitudine introspettiva, alimentata dal contatto con la filosofia, struttura importante per un linguaggio quale era il suo. In scultura, Bianchini, distinse i lavori in “interventi” e “materiali”, prodotti cioè di tecnica artistica. Procurando risultati di inventività continua, attraverso l’insistente ritrovamento di situazioni significative e simboliche; non cioè una qualche forma di pura conoscenza, ma un rapporto eminentemente prassistico tra percezione, memoria e immaginazione. L’importanza data al materiale era inteso come un tutto vivente con la tecnica, che si caricava attraverso il lavoro di presenza, di emozioni e di pensieri.
Altre mostre hanno rivelato novità che l’hanno fatto riconoscere per essere un artista che – rispetto al quadro territoriale – muove controcorrente, avvalendosi di strumenti diversi: il pennello, la matita, l’ aerografo, lo scanner; imprimendo alla carta una forma che può suggerire l’idea di un paesaggio: di un paesaggio dell’anima, di un orrido, di una visione del mondo, di un modo vedere le cose.
A questi lavori, il “lettore” può attribuire un senso “autobiografico” o di “scoperta” o anche d’evasione. Ma l’opera riflette le facoltà sensoriali dell’autore, in cui può aver giocato la necessità di moltiplicare e scavalcare i termini della propria ricerca.
Bianchini stropiccia infatti preventivamente la carta alla quale applica, non su tutta la superficie il colore. Coi pennelli lo stende su zone che reputa idonee a originare riconoscimenti o a dare fantasticheria o anche solo ordine, equilibrio formale e spaziale. Spesso la carta viene dilavata, lasciata asciugare e ultimata con colori acrilici attraverso l’uso dell’aerografo. Nella fase ultimativa viene incollata su un supporto cartaceo ottenendo effetti di luce e trasparenze che ne costituiscono il seme vitale. La procedura da valore all’arte come tecnica e come spirito. In questo “fare” l’artista non solo afferma una propria sensibilità alla luce e al tonalismo, ma specchia il proprio gusto personale per l’invenzione, la narrazione, il pensiero metafisico.
Quella che compie è una sorta di viaggio (ipotetico) in un mondo metaforico o simbolico, in un paesaggio di “forme”. Portato avanti anche in quadri di dimensione rispettabile, scegliendo lavori che vengono scannerizzati e stampati su tela con metodo plotter. Un successivo intervento investe l’intera superficie di colori acrilici, che diminuiscono o amplificando le tonalità creando aree che danno vigore e “lettura”, e a volte aggiungono “cose”  o le eliminano. Alla fine la superficie viene protetta da una stesura di resina acrilica pura in acqua distillata. Il risultato è a dire poco singolare. Non è mai freddo, mai schiacciato, mai irrisolto.
Nel suo lavoro è la pittura che resta al centro dei suoi interessi. Ma non a caso egli opera anche con il linguaggio della performance e dell’installazione.

Aldo Caserini

 

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