Panorama artistico lodigiano. GIOVANNI AMORIELLO sulle orme di Jean Dubuffet


Scrivere (o dire) di un artista ancora poco noto sul territorio, perché saltuarie sono state sino ad oggi le sue presenze in pubblico, partendo col riferire della sua poetica, c’è l’ incognita che l’ esperienza espressiva dell’artista, da categoria critica, diventi la qualificazione di una tendenza culturale, di un periodo peraltro ormai storicizzato che comprende insieme autori dell’ art action dell’art brut, dell’art autre, da attribuire al suo esercizio creativo una definizione più vasta – di opera aperta –, sia come proposta di un campo di possibilità interpretative, come configurazione di stimoli segnici, dotati di una sostanziale indeterminatezza (benchè al loro interno vi siano sempre tracce di un disegno o di una immagine -volti, occhi, maschere, sberleffi, patterns,sfondi, motivi decorativi) così che il lettore sia indotto a “letture” variabili, sia, invece, come “costellazione” di elementi che si prestano a diverse relazioni reciproche. In tal senso, azzardando di ignorare la presenza dell’ immagine, il risultato espressivo può esser fatto rientrare in una espressione “informale”, dove segno e gesto e colore si collegano a una qualche struttura musicale aperta dalla musica post-weberniana. L’informale grafico/pittorico di Amoriello potrebbe pertanto essere visto come anello di una catena volta a introdurre un certo “movimento” all’interno del disegno. Tuttavia l’artista sembra, per sua stessa dichiarazione, cercare un’altra forma di movimento, al fine di raggiungere at traverso tanti segni grafici giustapposti la rappresentazione della figura, senza che il movimento coinvolga la struttura dell’opera né la natura stessa del segno. Ma queste sono considerazioni nostre e solo    nostre. Che richiamano la ricerca condotta negli anni del dopoguerra da Jean Dubuffet. Fondatore dell’ art brut,autore di un linguaggio molto prossimo a quello dell’artista lodigiano. Amoriello definisce la propria arte con tre attribuzioni: istintiva, antiaccademica, descrittiva. Indicazioni che tolgono dal campo interpretativo alcune delle ipotesi da noi formulate: l’arte di Amoriello non insegue l’informale tout court, ma è “descrittiva”, sia pure di soggetti monotematici; è antiaccademica ma solo perché il segno, con la sua frantumazione e ripetizione introduce elementi di “ambiguità” formale da dare una impressione di animazione interna; è istintiva, perché a parte la citazione “allo stile naif, all’art brut, al gruppo Cobra” – non nelle riproposizioni e nelle intenzioni – da richiamare proprio l’arte di Dubuffet in Prospectus aux amateurs de tout genere (Gallimar, Paris, 1946) là dove afferma: “ Un quadro non si costruisce come una casa, muovendo dai calcoli dell’architetto(…) l’arte deve nascere dalla materia e dal mezzo e deve conservare traccia e della lotta di questi con la materia”. “Il punto di partenza è la superficie da rendere viva”,
Al nostro pittore, che alterna la pittura/grafica al teatro, al giornalismo free-lance, all’insegnamento del disegno ai minori, alla musica e che imprime sulla tela o sul foglio un disegno libero, “lasciato andare al flusso emotivo del momento, calcando o meno la mano sul colore, il segno o la linea, a mano a mano che il rapporto tra supporto, tecnica e mente prende forma”, va riconosciuta una certa abilità, la capacità di rendere attraverso piccoli frammenti segnici atmosfere e suggestioni estetiche, di realizzare decomposizioni di forme e tebere insieme le schegge, di sottrarsi all’indocilità del gesto e portare con se due distinti impulsi, uno verso l’arte l’altro verso l’espressione dell’individuo. Nei risultati non c’è mollezza, ma neppure c’è foga, né brutalità, né insidie. C’è, invece, comunicativa, che talvolta sembra lo avvicini (per montaggio, inquadratura, grafemi) al fumetto. Amoriello cerca nella propria pittura/grafica l’ex novo, le connessioni con la cultura grafica che l’hanno preceduta. Quel che non c’è in essa e chì egli non cerca, sono le tensioni con i problemi dell’oggi, sociali ed esistenziali, mentre c’è la vitalità della materia – segno e colore – libera dai freni della razionalità. E’ un artista da tenere sotto osservazione, che non desidera più tanto seguire, ma essere espresso da un linguaggio che non rende smarriti ma incuriositi.

Aldo Caserini

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