Panorama artistico lodigiano: Carlo Fratti, i segreti di un’arte magica


Carlo Fratti, santangiolino, ha studiato presso il Liceo Artistico e l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Ha avuto come maestri: Francesco De Rocchi, Toti Scialoja, Rodolfo Aricò, oltre a Filippo Usellini, Luca Crippa, e gli scultori Luciano Minguzzi e Carlo Russo.
Nel 1969 conobbe e frequentò a Roma lo studio di Giorgio Dé Chirico; nel 1970 conobbe e frequentò a Venezia Remo Brindisi; negli anni ’70 ha frequentato corsi estivi presso l’Ecole des Beaux Arts di Parigi. La sua attività artistica si è sviluppata contemporaneamente all’insegnamento. Negli anni tra il 1976 e il 1986 è stato il Direttore del Museo Storico-Artistico del Castello Morando Bololognini di Sant’Angelo Lodigiano su incarico della Regione Lombardia
.Nel 1971 partecipa al suo primo concorso nazionale di pittura vincendo una medaglia d’oro come primo segnalato fra i giovani artisti partecipanti. La giuria del concorso era composta da Mercedes Garberi-Barcillon, divenuta poi famosa per i suoi interventi di restauro sull’Ultima Cena di Leonardo, Carlo Bertelli direttore della Pinacoteca di Brera, ed il famoso pittore Salvatore Fiume. In seguito si è dedicato alla scultura, realizzando opere in legno, terracotta, e bronzo. Sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private in Italia, in Vaticano, in Israele, negli Stati Uniti e in Giappone. Ha esposto in mostre personali e collettive in Italia e in tutta Europa.
Nel 1990 S.S. Papa Giovanni Paolo II gli conferì il cavalierato dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Carlo Fratti è un nome poco noto agli alaudensi. Si sa che noi lodigiani (però non solamente noi) abbiamo la memoria e l’attenzione corta, almeno in fatto di arte. Non ne brillano neppure al di là del Lambro i santagiolini, che a malapena, forse, ricordano che Fratti fu austero direttore storico-artistico al Castello Morando Bolognini negli anni Settanta-Ottanta, Ma quel che interessa qui è che da parte di tutti lo si sia poco seguiot come pittore, scultore, designer, incisore. Anche dopo che aveva ricevuto da Giovanni Paolo II una onorificenza “per meriti culturali e artistici” e una sua opera era stata allocata alla collezione vaticana del Sacro Sepolcro di Gerusalemme.
Artista appartato dunque, non consacrato dalle istituzioni territoriali né dal cosiddetto collezionismo territoriale. Fratti non mandava in giro fotografie dei suoi quadri; aveva in uggia le dissertazioni e le verbosità, diffidava l’affidare la pittura alle parole; diffidava le conventicole e le consuetudini, tutte cose che compensava con un senso della dignità e della ricerca.
Con Fratti era facile intendersi: sugli effetti cercati e raggiunti; le ragioni errabonde o la direzione decisa, gli orizzonti dispiegati dalla tecnica, le influenze cercate e seguite. Per questo non metteva nell’ombra i suoi maestri di Brera: Toti Scialoja, Gianfilippo Usellini, Rodolfo Aricò, Luca Crippa e quelli dei corsi estivi dell’ Ecole des Beaux Arts di Parigi. A volte,anzi,eccedeva nel richimarli. II suo era comunque un curriculum di studio e di apprendimento ricchissimo, che lo aveva fatto uscire dagli schemi comuni. Lo ricordiamo infatti come uomo di cultura artistica, non fatta di nozionismo, in cui convergono consapevolezze e fattori emotivi (creatività, emozioni, identificazioni, proiezioni, desideri, dolori, etc) insieme a cognizioni di forma ed espressione, conoscenza tecnica e fattuale; sostanze di ordine ed esperienza. Nelle pieghe più segrete annidava sentimenti d’entusiasmo come d’opposizione. Quelli che gli suggerirono talvolta di negarsi alla pratica dell’arte, per poi ritrovarsi sullo stesso binario quando meno si poteva immaginare. E questo più di una volta. Fratti si rimetteva in gioco dopo una parentesi e ritrovava il piacere della sua vocazione. L’arte tornava ad essere una delle cose vive della sua quotidianità, un ideale tangibile, quasi fisico. Un modo per dare sviluppo al pensiero, in cui combinava filosofia e storia, religione e riflessione, colore e forma. Il dialogo col prossimo. L’avevamo conosciuto in uno di quei momenti che aveva ripreso a dipingere, a disegnare, a incidere. Sviluppava un’arte “monotematica” ( temi. l’inquisizione, la persecuzione, le torri,,,) con animo difficile. Lo abbiamo lasciato che nella sua pittura prevaleva il rosso e, nel vigore (anche segnico), un certo luminismo. Le sue le opere avrebbero poi fatto conoscere ai locali e ai pavesi un artista fertile d’invenzioni, nutrito di una perfetta conoscenza del disegno, sottratto al naturalismo o all’involgersi nell’effetto facile, dotato di un repertorio di fantasia e di riflessioni intellettuali con coinvolgimenti di attualità. Ci piace qui riandare col pensiero alla sua serie delle Torri perché di esse c’è rimasta in mente la “rivisitazione” che offrivano, in chiave moderna, dell’orgoglio umano, o in alternativa, del simbolo della aspirazione dell’uomo verso l’infinito. Qual era il senso specifico? Quello della dimensione peccaminosa allusiva al motivo della confusione delle lingue e della separazione delle genti generata in seguito al castigo divino? O il risultato di movimenti e ritmi plastici e luminosi, che inseguono forme compatte e vibranti? Una Turris eburnea che avevano una valenza dechirichiana da far andare alle Nostalgie dell’Infinito. A quello che aveva spinto negli anni ’70 l‘artista lodigiano a frequentare lo studio romano del grande pittore, dove, probabilmente, avrà assorbito elementi archetipali all’interno di un sistema temporale immobile, nell’area del fantastico.
Fratti è un artista che sapeva far prevalere il compromesso, quello tra soggetto e regia, storia e simbolo, imponendo nei disegni il dato illustrativo, stilistico e strutturale; e far echeggiare allo stesso tempo il momento fuggevole, sacrale, lirico, Il messaggio.

Aldo Caserini

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One thought on “Panorama artistico lodigiano: Carlo Fratti, i segreti di un’arte magica

  1. paolorinaldi ha detto:

    Sei così bravo che riesci a illuminarmi anche chi proprio non ho mai conosciuto, rendendomelo familiare. Buona serata.

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