“L’URLO DEL ’68”: Baratella e i lodigiani alla Popolare di Lodi


L’urlo del ‘68”, l’esibizione itinerante di Paolo Baratella – artista che molti lodigiani ricordano ancora per una mostra personale allestita al Gelso e per le diverse altre presenze alla galleria di Giovanni Bellinzoni è iniziativa di dichiarato carattere “divulgativo”, promossa nel cinquantenario del ’68 dalla Fondazione Credito Bergamasco e ospitata alla fine del suo percorso alla Fondazione della Popolare Lodi, dove rimarrà fino il 10 febbraio prossimo. Oltre a restituire un ritratto dell’artista e della sua produzione “sessantottina” lancia sprazzi di luce sull’ estetica di quegli anni e slle scelte comunicative in parte d’“importazione” (dai campus statunitensi e dalle università francesi e tedesche).

L’esposizione risulta in robusta misura “integrata” con opere di artisti locali, in primo luogo di Ugo Maffi, il cui senso di ribellione al fascismo e ai poteri si scopre anticipato con “Lamento per Grimau”, una pittura costruita nel 1963 su un manifesto del Pci locale e donata all’Anpi di Lodi, rintracciata in un deposito scolastico al Ponte di Lodi. L’opera esplicita l’istantanea di una linea che l’artista proseguirà per un decennio (fino al 1975), una sorta di cortocircuito tra panorama sociale, rappresentazione e linguaggio. La sezione curata da Mario Quadraroli presta poi attenzione alle tecniche miste e agli oli su carta di Luigi Volpi, già presentati al Circolo Vanoni e intitolati agli ospiti agli ospedali psichiatrici. La rivoluzione culturale maoista si ritrova negli acrilici di Giuliano Mauri in una versione che rimanda a Giangiacomo Spadari, del quale il lodigiano era amico e seguiva con forte interesse il messaggio provocatorio e ideologico. Su un fronte pittoricamente diverso, ma che rivela impegno politico si colloca Mauro Staccioli che in un gruppo di xilo raccoglie i fermenti antiamericani dell’opinione pubblica per la guerra nel Vietnam, tema che abbandonerà a scavalco degli anni ’70, dedicandosi alle opere in cemento. Meno impegnativa l’esperienza di Paolo Costa, orientata più su sottolineature di linguaggio che su rappresentazioni conformate alla protesta, come rivelano un utilizzo della fotografia del 1974 e una “stoffa” del 1977. A sua volta Mario Quadraroli, agisce in un campo di matrice ideologica con immagini che richiamano scambi e contatti con l’attività di gruppi milanesi dediti all’urto e alla rottura.

Alla narrazione locale avrebbe forse giovato un cenno alla linea del Gelso, in cui si ritrovano con Baratella, Ezio Mariani, Spinoccia, Spadari, Mastroianni, De Filippi, Albertini eccetera, le cui immagini hanno fornito contenuti culturali e politici all’ambiente artistico locale.

L’arte di protesta oggi può apparire anacronistica. In verità le differenti espressioni mostrano la spinta a un linguaggio nuovo. Riuscito? Certamente no. Un’arte del ’68 propriamente detta non ci fu. L’arte di quegli anni si resse su un paradosso: il convivere di istanze collettivistiche e iperindividualiste. L’attività di molti artisti che accompagnarono la militanza politica con messaggi e legami al pensiero marxista, maoista e anarchico l’abbandonarono non appena la ribellione, la protesta, le occupazioni si rimpiccolirono. Spogliatisi dell’aura rivoluzionaria si misero a cercare alimento e forza persuasiva nel merito personalistico e nel mercato.

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