BENITO VAILETTI (1934-2003) oltre la paesaggistica


Il pittore Benito Vailetti in una foto di Franco Razzini

Con Vanelli, Franchi, Vertibile e Bosoni, il pittore Benito Vailetti (1934-2003) – figlio minore del noto Giuseppe (1889-1950) – appartiene al cuore centrale di quegli artisti locali che, nati negli anni ’30, si regalarono alla scena artistica tra gli anni ’60-’70 in un panorama dominato dalle personalità di Monico e, con diversità di modelli, da Migliorini, Antonioli, Maiocchi Bonelli, Vecchietti, Vigorelli, Malaspina ecc.
Scomparso il padre, il sedicenne Benito Vailetti ne fece – da autodidatta -, il suo modello, fino a quando l’occhio gli parve sufficientemente esercitato e la mano sicura da iscriversi ai corsi di nudo a Brera. Si liberò di un bel po’ di trappole (non tutte!) e consapevole della natura soggettiva della creazione artistica operò il salto verso il ritratto e una pittura popolare, fatta di suggestioni e vibrazioni.
Diventò un pittore che sapeva riflettere sul colore, tanto da realizzarlo lui stesso. Fondamentale fu l’esperienza dell’acquerello, condotta più sul motivo e sulla composizione, accelerando “l’occhio” alla pura luce.
Esordì al Museo nel 1964, poi a Rimini alla sede di quel Comune e alla Ars di Milano. A Lodi si presentò più volte al Circolo Filatelico e al “Vanoni” e con Luigi Poletti realizzò il monumento a barcaioli e lavandaie sulle rive dell’Adda. Dei suoi lavori sono ornate case e sedi istituzionali: una quarantina faranno parte della selezione che a partire dall’8 novembre p.v. sarà in mostra alla Bcc Centropadana in una “commemorativa” affidata alla curatela tecnica di Mario Quadraroli, nata da una idea di Santino Giberti e Nino Mancini, estimatori e collezionisti dell’artista che si sono mossi per ricordarne i quindici anni della morte e portare un “aggiornamento” alla sua avventura artistica.
Molti hanno ritenuto il dipingere di Benito Vailetti sulla carta e il cartone un segno di difficoltà. Fu, invece, un segno di progressiva autonomia, di evoluzione, in grado di portare a certi effetti il risultato. Anche se dalla pittura del padre non si stacco mai del tutto nel sodalizio con il fiume e la campagna lodigiana e nell’insistere sulla “emozione lirica” – oscillando tra colorismo brillante, atmosfere, impronte polverose e alchimie di mestiere – si concentrò su ritratti di anziani e bambini e nature morte, cimentandosi oltre che con l’olio e l’acquerello, con il pastello ad olio, e pure con la litografia, raccogliendo apprezzamenti da critici e noti pittori ( Giuseppe Migneco, Gino Moro).
A differenza del fratello Santino che sostituì la sua pittura ” con un linguaggio fuori dalle “visioni interiori”, Benito privilegiò il vero, “la memoria”, la natura, le “cose” (le bottiglie in primo luogo, senza però mai cercare Morandi), lo spleen, il “respiro dell’anima: in chiave prima di convenienza poi di dichiarata diffidenza verso le avanguardie. Negli acquerelli – diceva – voleva creare e non ricalcare.
Nella mostra “I Vailetti”, e prima ancora alla Ars Italica a Milano, al Circolo Vanoni e alla Associazione Monsignor Quartieri i suoi lavori esibirono una pennellata moderna e a un’accortezza di richiamo “raimondiano” (Aldo Raimondi, acquerellista di fama nazionale), svelando abilità nel colore, nell’ intonazione, e anche agilità e freschezza, tutt’altro che pretenziosi.

 

Opere di Benito Vailetti – Bcc.Centropadana, sede di Lodi, corso Roma – Inaugurazione 10 novembre p.v.

 

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