Stefano Franchi : Cacciatore di parole


Galeotta poesia! O quel che oggi chiamiamo poesia. Per dirla con Bartezzaghi o Eco o Rodari il prodotto di una “scintilla” dell’intelligenza lessicale, un “gioco” estetico-teorico, anche occasionale, che come tale (come gioco) viene ricusato dagli addetti ai lavori: poeti sdegnosi, “verseggiatori” e “fai-da-te”. Ma non smette di incuriosire e catturare adepti.
Lo scorrere della vita ordinaria fa e disfa storie, visioni, sentimenti, filosofie. I “giochi verbali” spesso ne raccolgono i frammenti, danno presenza all’incomprensibile, ci fanno gioire, ridere, sogghignare o anche piangere, magari ritrovare qualche consapevolezza. Ma quale poesia è se oggi con la lingua si fa di tutto, anche acrobazie, le più inverosimili?Lasciatemi divertire” di Palazzeschi è un manifesto: “Tri tri tri, fru fru fru, ihu ihu ihu, uhi uhi uhi! Il poeta si diverte […]Labala/ falala/ falala/…”. Ma poi avverte: poetare così “è un azzardo un po’ forte […],/che ci son professori oggidì/a tutte le porte”. Serve, a noi, come contributo per condurre dentro al discorso un libro (non recente) di poesie senza pensieri o di pensieri senza poesia e qualche intrusione autobiografica. L’autore è un lodigiano. Non suggerisce una nuova poetica, in cui si dice poco e niente in molte strofe e, scherzando raccontando sproloquiando, si dice moltissimo in due versi, in una forma “elastica” di scrittura “. Lo firma Arcuzzo Ubaldo Polli a cui piacciono la percussione o la ripetizione, le idee e le parole sparate in libertà e un certo infantilismo che governa le tecniche del “gioco” e del “messaggio”. Emendato nel nome e nel cognome all’anagrafe del Broletto in Stefano Franchi, classe 1960, geometra, tecnico alla centrale elettrica di Tavazzano, con un percorso d’allenatore di volley e molti altri hobby, compresa la politica.ha raccolto cogli amici del “Via Vai” di Ripalta Cremasca appunti buttati giù con distrazione o inventati durante o “ dopo una bevuta in compagnia” che aiutano a liberar la poesia dai commenti e dalle note, limitando alle atmosfere e al ritmo.“Carpe diem”, afferra l’oggi, il giorno, il presente, il tempo senza pretendere di definire la modernità in poesia o addirittura in cultura.
E se un giorno c’ebbi ragione” è un libretto che raccoglie associazioni sonore, slittamenti verso l’altrove, allumette, esuberanze e caos in un alternarsi jazzistico, infilando lemmi come didascalie. Parole che, come vuole tradizione, si attraggono reciprocamente con la stessa sillaba, la stessa vocale o la ripetizione, secondo il capriccio dell’autore.
Dall’uscita della raccolta è passato tempo, ma rileggere oggi l’assortimento dei testi fa sentire a casa. Intrattiene, sorprende, rallegra, rivela una voce diversa, meno comune. “E se un giorno c’ebbi ragione” scherza anche quando fa sul serio.
La raccolta di Franchi non parla di psicanalisi, E se nel titolo troviamo quel “c’ebbi ragione” che richiama il “cebbi ragione” di freudiana memoria, qui è usato per rifare il verso al toscano d’arti e mestieri. Il libro non ha conosciuto uffici vendite, ma anche senza ha funzionato benissimo: 500 copie andate subito a ruba. E non si pensi sia stato rifilato a lettori ignari. Ora si è in attesa di ristampa (e ritocchi).

 

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