Carlo Zaninelli (1888-1925), NEL SOLCO DEL REALISMO ALLA “Centropadana”


Carlo Zaninelli è stato uno dei protagonisti della storia artistica locale, probabilmente uno dei maggiori pittori del territorio dell’altro secolo, maestro per influenza di un po’ tutti coloro che sono venuti dopo e che in pittura hanno

Carlo Zaninelli: Autoritratto, olio su cartone telato, 38×28 cm.

cercato non un mondo fantastico, ma una ricostruzione emotiva e psicologica da permettere loro di partecipare a quel clima che si andò delineando alla sua morte, intervenuta a 37 anni nel 1925. Grazie all’impegno di Tino Gipponi ora si torna, dopo tanti anni, a parlare di questo pittore, di cui sono state veramente poche le occasioni per approfondirlo: un’antologica nel 1959 al salone dei Notaia e l’ inserimento nel 1980 in “Mezzo secolo di pittura lodigiana”.
Con curiosità e interesse, la mostra affidata alla curatela del critico lodigiano alla sede della Bcc Centropadana  dopo più di mezzo secolo dall’antologica retrospettiva dedicatagli dal Museo civico,  ha ravvivato la conoscenza del lato artistico, aiutando a scoprire quanto nella sua opera aveva in sé un valore di comunicazione, di messaggio, di colloquio, vale a dire il valore di indagine e di comprensione della realtà, condotto attraverso la pittura, e non solo quanta intelligenza e attualità è ancora nelle sue scelte artistiche.
Pur uscendo come il Vajani e lo Spelta dall’Accademia, tenendo le stesse linee maestre, Zaninelli ha sempre creato nelle proprie opere equilibrio e armonia nel senso della visibilità e del formalismo, senza inseguire elementi particolari di choc, mantenendo anzi scelte capaci di procurare suggestioni, da far chiedere se il suo atteggiamento verso il reale fosse più un atteggiamento di tipo poetico o non avesse scopi di tipo attivo, extraestetici.
Le molte opere prodotte compongono un insieme di pagine di sapore diaristico in cui hanno spazio umane tensioni e umori e rari sono i veri felici abbandoni lirici; in cui si è portati a cogliere una ricerca pittorica rivolta all’accordo di almeno tre dimensioni, forse solo temporali, considerando la partecipazione da ragazzo del pittore alla guerra ’15-’18, che ne minò lo spirito e il fisico: il tempo ridotto della esperienza individuale, quello della cultura e civiltà, il tempo della metafisica individuale. L’olio su tavola Teschio (cm38x34) può essere una costante del suo fondere la vita, il reale e il colore, la materia e la poesia e il tempo metafisico dell’essere.
I percorsi introdotti dalle avanguardie storiche dopo cubismo e futurismo verso neoplasticismo, suprematismo, costruttivismo, metafisica, dada, surrealismo non trovarono in Zaninelli spazio da testimoniare. L’artista rimase fedele a una pittura che fu attenta a superare le residualità tardoromantiche, si avvicinò ad approfondire l’immagine senza cedere troppo ai committenti, dando spazio alla spontaneità poetica e sintesi ai richiami della vita, senza virtuosismi decorativi, osservando e connotando sentimenti non ideologici ma di umanità e carattere.
Nella pittura di Zaninelli si affermano creatività e linguaggio individuali, non sempre personalissimi e non sempre estranei ai sistemi dell’accademia che nel 1919, gli permise di vincere a Brera il premio Gavazzi.
Senza le “strazianti sensibilità” di altri artisti, le sue opere mettono a fuoco quel che Angelo Monico riconosceva come “un problema essenziale”: il rapporto fra immagine e forma, fra contenuto ed espressione, contraddicendo chi nella “resa fisionomica e psicologica” dei suoi ritratti vi vedeva percezioni naturalistiche, e nell’utilizzo della densità coloristica qualità, sentimento e stile prossimi al Delacroix, oppure eccedenze post-impressioniste.
Mentre molti artisti del suo tempo cercarono di affidare la loro pittura al gorgo della materia e dei segni, oppure a rappresentazioni emblematiche e romantiche, Zaninelli scelse a struttura portante dei suoi lavori l’immagine diligente e familiare, che esclude sforzi di interpretazione drammatica, elaborando la stesura in impasti pittorici densi di valori espressivi. Usando parole, spostò l’attenzione dal contenuto espositivo, dal soggetto o dalla “cosa”, alla loro trasfigurazione poetica, senza tuttavia eliminare apporti di produzione realistica.
Ciò fa individuare a Gipponi, la presenza nella ritrattistica zaninelliana di “una nuova concezione del ritratto”. Nella presentazione alla mostra il critico ferma l’attenzione oltre che sulla “padronanza disegnativa” e sulla “sensibilità coloristica” di Zaninelli – qualità che in un certo senso hanno assecondato e protetto, a suo dire, l’unità di stile e l’equilibrio formale delle sue composizioni nell’oggettività del vero e della sua trascrizione –, sulla poesia che diventa aggiogante e rivelazione di realtà ignote, strumento che fa avviare un colloquio intimo con l’artista, con il suo mondo segreto. In Zaninelli – è l’osservazione del critico -, più che “l’apparenza delle cose rappresentate è la vita della poesia che aggalla”.

 

 

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