Ricordo di Giulio Maiorca (1942-2008)


Dov’è finito Giulio Maiorca? La sua vita s’era conclusa con la decisione di congedarsi, ma la sua pittura? Naturalmente figurativa, realista, di stampo e richiami otto-novecenteschi. Di lui pittore solitario e della sua arte fedele solo a una realtà senza fantasia, ricca delle semplici suggestioni della natura, non si è saputo più nulla. Dal giorno stesso in cui Maiorca aveva deciso di farla finita. Per altri si possono guardare i quadri lasciati. Ma un discorso che ricordi Maiorca (1942-2008) non può partire dai suoi dipinti, dalle sue tavolette di misurata dimensione.. Un po’ perché è passato molto tempo, un po’ perché non si sa dove sono finite, un po’ perché era lui stesso a liberarsene quando s’accorgeva che non incontravano più l’interesse del pubblico, e un po’ anche perché non vi sono né articoli né cataloghi che possano riassumerne il percorso creativo.
Nel dicembre di dieci anni fa, si diede la morte. Da lui cercata con lucida determinazione. Aveva sessantaquattro anni ed era ricoverato da tempo. L’evento psichico non ha spinto a conoscere la sua biografia, ma solo le leggi che a seconda delle varie combinazioni valgono per ogni biografia.
Negli anni Novanta non sapeva più vivere al di fuori di un’altra visione della vita fatta di ombre, di oscurità e di caos. Era un semplice e bravo pittore. Lo attestavano le nature morte e i paesaggi che entravano nelle case lodigiane, fino a quando l’ossessione della non-pittura e del sacrificio non diventarono il tarlò che ne logorarono la mente e l’animo.
Maiocchi si era messo in evidenza nel “Gruppo C14” (con Alex Martinato, Beppe Cremaschi, Teodoro Cotugno, Ennio Bertoletti, Luigi Poletti, Vittorio Vailati, Giuseppe Livraghi, Lino Losi, Angelo Frosio, Mario Quadraroli eccetera) e, successivamente, aveva “giocato” il ruolo della tradizione contro i sostenitori delle avanguardie. Non teneva “personali”. Forse perché la sua pittura esigeva attenzione e tempo prima d’essere congedata (mutuava l’esuberanza della composizione e la densità dei colori); o forse per qualcuno dei suoi “principi”: perché certe mostre, diceva, “stordiscono il pubblico”, “non salvano dalla falsa pittura”; perché sospettava i “ piazzisti della critica” (tutti i virgolettati qui sono suoi) è già questo lo segnavano pittore stravagante.
L’unica sua personale è arrivata in città in “retrospettiva” al Circolo De Lemene dopo cinque anni della sua morte, una mostra insufficiente a confortarne il giudizio. Del suo itinerario – un diario di sentimenti e riflessioni -, dopo quella retrospettiva i lodigiani non hanno più avuto occasione di saperne di più.
Maiorca ha sempre avuto una posizione sottratta all’ambiente artistico cittadino. Per sé rivendicava di dedicarsi alla “bella pittura”, che reggeva su soggetti figurativi improponibili in un periodo soggiogato dalle “nuove tendenze”.
Chi l’ ha conosciuto lo ricorda pittore di equilibrata misura realistica, che guardava e rifletteva atmosfere toscaneggianti di armonia cromatica, deboli di luce, praticando con tocco rorido e denso, riflettendo con discrezione il gusto dei maestri di riferimento.
Tra poco saranno due lustri dal suo commiato. Ci sono follie che non ammettono deroghe. La ragione è che vengono prima delle regole e delle deroghe. Lui ha solo derogato dalle regole di quel qualcosa nato da una fonte opaca e buia, uscendo da una condizione senza uscita vestendo gli abiti sacri della morte, andando verso la ragione, il riposo, l’abbraccio della Misericordia.

 

 

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