Gino Carrera: Omaggio di Caprino Veronese


 

Gino Carrera con i galleristi della libreria antiquaria Prandi di Reggio Emili

Il Museo di Caprino Veronese ha inaugurato a fineluglio una antologica di Gino Carrera. L’esposizione, fissata fino al 28 agosto successsivo, è inserita a cura di quel Comune tra l’antica sagra di Santa Cristina e la Fiera di Montebelluna.
Nato a Casalpusterlengo nel 1923, Carrera, dopo aver vissuto sulla propria pelle le tragedie della guerra, si trasferì dopo il matrimonio prima a Milano poi tra il Garda e il Monte Baldo, a Caprino Veronese, un piccolo paese di ottomila abitanti dove trovò forza per associare nella sua pittura un po’ di Bacon e un po’ di Sutherland.
Non scordò mai la ‘sua’ terra. In occasione dei settant’anni festeggiò con una mostra il suo atto di nascita a Casale, dove il Marsagaglia lo aveva incoraggiato alla scelta artistica.
Carrera non fu un pittore qualunque. Oltre che dalle opere lo si coglieva dai discorsi: “Un pittore è un pittore se dentro ha l’anima, altrimenti è solo uno che dipinge”. E’ una delle frasi che raccolsi durante la sua mostra alla Pusterla di Casalpusterlengo. Me ne segnai anche un’altra: “L’artista deve saper scendere dalla superficie nelle profondità umane”. E un’altra ancora: “Il pittore è come il poeta, deve colpire col pennello e i colori : la palude della noia gli dev’essere sconosciuta”. Il lodigiano Carrera è stato senz’altro uno degli artisti di più alto livello che abbiano rappresentato la “sua terra” in giro per il mondo. I cinquant’anni della sua attività artistica gli furono festeggiati a Verona, a Palazzo Forti, alla galleria d’Arte Moderna. Come uno di loro.
Aveva iniziato ad esporre negli anni Cinquanta, dopo i corsi liberi di Brera. Pochi anni dopo era tra i protagonisti della cultura figurativa milanese. Frequentava Scanavino, Tancredi, Reggiani, ecc., coi quali però non si legò né in esperienze né in linguaggio. Non era tipo da rifugiarsi nelle avanguardie. Come evitò “le insidie del realismo, sociale o no”. “Mi preoccupava – confidò – finire sulle strade della semplice bellezza formale e della ripetitività senz’anima”.
Le sofferenze in guerra e quelle in ospedale lo incoraggiarono a stabilirsi sul colle San Michele, a Caprino Veronese, in una chiesetta cinquecentesca ridotta a deposito di arnesi di campagna e pollaio e dai lui riportata alla vita. Realizzò ka sua arte per vie dicotomiche: da un lato la grafica con sapori felliniani gli procurò consensi critici, dall’altra la pittura, di qualità drammatica e di alto livello ma poco indagata.
Interprete del realismo espressionista, negli oli i temi del peccato e della trivialità ( frequenti nelle incisioni) lasciano il campo a problematiche più ampie. Non spariscono del tutto, ma si metamorfizzano. Nei colori dominano più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. A prevalere sono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza e della morte.
Carrera straziava la tavolozza e torturava la forma con l’intenzione di scontrarsi con la cultura del nostro tempo, una cultura che esorcizza la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano.
Ciò spiega perché questa forma di pittura drammatica sia tanto specifica e personale. Carrera ha dato testimonianza di una condizione umana, assumendosi il compito di essergli testimone.

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