Ricordo di Marcello Simonetta il pittorei dei “pretesti”


Chi ha conosciuto almeno un po’ Marcello Simonetta, scomparso all’O:M: di Lodi esattamente un anno fa di questi tempi mentr’era prossimo agli 87 anni, sa che non gli sarebbero dispiaciute le parole di Luigi Cavallo, critico, saggista, “profeta” dell’arte contemporanea, poeta milanese e suo grande amico con cui l’accompagnarono al cimitero di San Bernardo: “Hai concluso la tua tela/sfrangiando il cielo di rosso/ lavorando le piante di nero. / Che sia lieve il passaggio da un colore all’altro/da qui all’altrove/in cui le strade scivolano/sotto di noi/e bisogna percorrere solo la luce”.
Ricerca, rigore, intransigenza, rispetto hanno guidato Marcello Simonetta e lo hanno difeso per la vita intera, senza mai sottrarre alla sua storia d’artista l’empatia, collocando la sua arte , in consonanza prima con l’impressionismo, poi con le figurazioni di Afro, quindi le gestualità di Vedova e l’espressionismo dello spagnolo Antonio Saura eccetera.
Vincitore nel 2011 del premio “Una vita per l’arte” conferitogli in occasione dei trent’anni della Oldrado da Ponte, Simonetta ha offerto la chiave di lettura della sua arte in diverse occasioni locali: alla galleria Oldrado da Ponte, all’Archivio storico di Lodi, all’ex-chiesa di San Cristoforo, alla galleria Guidi di Cascina Roma a San Donato Milanese, eccetera, mostrando in ogni circostanza d’essere pittore estraneo alle arbitrarietà, alle mode, al mareggiare di tanta arte del suo tempo.
Nato nel 1930, con lo studio a Spino d’Adda, apprese da suo padre Maurizio – un artista di grande esperienza distintosi alla Biennale di Venezia -, senso del rigore, dell’impegno e il privilegio della fantasia.
In una struttura semantica ricca di idee, nelle sue opere s’incontrano la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il ricorso marginale ai neri. Un dato solo è ordinario: il ritmo, l’imprevedibilità, lo svelarsi percettivo delle cose. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate”, senza retorica.
All’arte d’impegno politico del dopoguerra si sottrasse gradualmente, per approdare a una sintesi di elementi di

MARCELLO SIMONETTA: Acquaforte (1975)

conclusione che oggi chiamiamo per convenzione astratti, in verità a una pittura empirica (mai comunque in senso riduttivo), fatta di forme, gesto, colore in cui si ritrovano le energie migliori che dagli anni Sessanta in poi indirizzarono la pittura non descrittiva in Lombardia.
Seppe preservare la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non s’incontra la preoccupazione del fare, ma incessante la coerenza del fare. Che intercetta lo sguardo e costringe a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione.
E’ stato e lo ricorderemo oltre che come amico, come il pittore dei “pretesti”.

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