Giuseppe Novello, l’ “aucatt” pittore del Convivio Bagutta di Milano


Giuseppe NOVELLO 1Potrà suonare strano, ma può succedere, succede, magari in coincidenza di una ricorrenza o di un anniversario che anche noi lodigiani, sempre un po’ distratti dall’invadente spettacolarizzazione della cultura e dell’arte, si torni a parlare (scrivere) di qualche compaesano un tempo popolare e stimato, poi messo prontamente nell’ombra (non dal proprio campanile, ma dal territorio sì) quale appunto Giuseppe Novello, pittore di buona famiglia come si diceva una volta, o anche borghese quando giunsero tempi ideologizzanti, in realtà per dire la stessa cosa, del quale ricorrono i trent’anni della scomparsa. L’occasione è rinfrancata sta’ volta almeno dalla generosità dei donatori di sangue di Codogno che hanno arricchito la Raccolta Lamberti di due oli del pittore, Nei pressi di Codogno e L’articolo, due impressioni che non sarebbero dispiaciute a Zavattini per la loro possibilità o intenzione di verità, di doverli penetrare per conoscerli meglio.

L’aucatt, come preferiva chiamarlo chi, negli ambienti milanesi e in quelli di casa non era ben disposto a riconoscergli qualità proprie di pittore pur sapendo che Novello era stato allievo dell’Alciati a Brera e aveva arricchito il linguaggio di base col piemontese De Amicis, il milanese Moro e il varesotto De Rocchi; e che l’aveva poi accresciuto in amicizia con Bucci, Vellani Marchi e Steffenini fondatori con lui, Bacchelli e Vergani dello storico “Bagutta”, nei novanta anni di vita ha dipinto molto, dedicandone almeno una settantina a consolidare la consapevolezza della propria vocazione pittorica, tradotta in chiave di naturalismo essenzialmente illustrativo in cui si rinvengono meditati valori compositivi e di tono.
Ha dipinto e disegnato molto il “nipotino” di Antonio Belloni (un altro bravo pittore lodigiano dimenticato), discostandosi solo di rado da una tessitura tonale compatta, di impatto serrato e sintetico, lasciando al destino della storia le forzature polemiche che, a partire dagli anni Cinquanta, presero a inferocire l’ambiente artistico milanese, dove aveva in Foro Buonaparte il proprio studio.
A trent’anni esatti dalla morte, c’è poco da aggiungere alla iconografia di Novello, se non nei significati narrativi della sua pittura. Anche se pare ovvio dover richiamare istituzioni, enti locali, banche e fondazioni solerti nel sostenere e a impachettare mostre di facciata, che un “omaggio” al pittore della Bassa potrebbero almeno immaginarselo.
Novello mise in pittura il mondo della borghesia, quella “perbene”, con le sue tradizioni, ambizioni, tic, costumi, e quella agraria e “fittavola”, con le sue “fedeltà” al sintetismo e al simbolismo della campagna, di cui fu un arguto custode.
Ritratti, interni casalinghi, campi, orti, cascine, rogge, strade, ambienti, personaggi raffigurati in oli, disegni, vignette con le ovvie distinzioni che un pittore di garbo sa evidenziare, catturarono consensi tra i maggiori scrittori e critici del suo tempo: Piovene, Vergani, Valsecchi, Borghese, Montanelli, Bevilacqua, Ojetti, Cavallari, De Grada, Guareschi, Soldati, Biasion, Baldacci, Buzzati, Staiano…che hanno offerto un elenco interminabile di crediti e colte considerazioni (letterarie ed estetiche), a cui hanno fatto sponda firme lodigiane: da Giuseppe De Carli a Emilio Gnocchi, da Pino Pagani a Luigi Albertini, eccetera.
Le mostre di Novello sul territorio si contano su una mano: principali quelle di Codogno (1971) in occasione della benemerenza attribuitagli da quel Comune e l’antologica (1986) al Museo Civico di Lodi presentata da Gian Alberto Dell’Acqua. Morì due anni dopo. La Provincia di Milano gli dedicò una antologica a Palazzo Isimbardi curata da Giuseppe De Carli. L’anno successivo la Pro Loco di Codogno diede alle stampe La nostra Bassa in cui. Mario Monteverdi, critico, storico dell’arte e scrittore traccia una immagine convincente dell’artista, poeta di un mondo “destinato a scomparire tra i fumi, i vapori, i veleni”, di ciò che “abbiamo battezzato progresso”. “La favolosa campagna della Bassa ci svela tutti i suoi segreti attraverso codesto suo interprete che non si limita a raccontarcela, ma ci porta, coi suoi quadri, a possederla in un casto amplesso”.

 

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