KAMEN’ (n.53): IL TRATTAMENTO CONCETTUALE E LINGUISTICO DELL’INFORMAZIONE IN MAJAKOVSKIJ


Chi fu veramente Vladimir Majakovskij sul quale cui si è appuntata l’attenzione di Amedeo Anelli, destinandogli in Kamen’ (n.53), da poco in libreria, la sezione Letteratura e giornalismo ? Semplicemente un poeta “dal linguaggio connotato”, o più in generale, un intellettuale di esperienze più vaste e non solo artistiche”: polemista controcorrente; cultore della “parola”; lettore smisurato; semplificatore di metafore ardite ; studioso audace dell’informazione nella società, quando non c’erano ancora tv, pc, internet, google, twitter, iPhone e altre diavolerie; ammonitore del rapporto tra medium e messaggio; dissacratore concettuale e linguistico dell’informazione e della propaganda; dell’ osmosi tra informazione e politica. E ancora: fu uomo di apparato, attore e scrittore di teatro, pittore e critico di ostentato anticonformismo… Insomma un personaggio unico nel panorama culturale, da infiammare entusiasmi e sdegni, uno dei pochi che nelle fila del futurismo (non marinettiano) conobbe la sua giovinezza e il suo entusiasmo e in quelle dell’antifuturismo acquisì il modo di raggiungere l’equilibrio della maturità. Dalle traduzioni (dal russo) di due suoi testi dimenticati (Sembrerebbe chiaro…, Gli operai e i contadini non vi capiscono)viene fuori un Majakovskij che è stato al tempo stesso dentro e così fuori della cultura socialista e di quella di risonanza europea. Certo, fu stimato, con relativo successo (anche da noi), quando puntò l’indice della satira sui compromessi della politica in due famose commedie La cimice e Il bagno, scritte dopo aver abbandonato la poesia come strumento di ribellione (La nuvola in calzoni, Il flauto di vertebre, Uomo, La guerra e l’universo) e avere smesso l’impegno al servizio della propaganda. E poi? Poi seguirono polemiche e inquietudini da portarlo al suicidio, su cui calò, immeritatamente, il silenzio. Una “quiete” che in Italia durò fino alla folata di studi degli anni Cinquanta, che riprese durante la contestazione sessantottina e reperì spinta recente dall’editoria.
Negli articoli su Kamen’ Anelli lo restituisce all’attualità attraverso il rapporto sociale e dialogico della parola.
A nessun critico, probabilmente, è mai riuscita l’impresa di staccare Majakovskij dal futurismo (russo) e dal contesto storico che lo aveva generato. Di studiarne cioè la produzione come il libro di un altro, al di fuori di quella straordinaria invenzione percorsa dopo avere incontrato il cubo-futurista Burljuk con il quale redasse Schiaffo al gusto del pubblico, manifesto che rivendica il diritto per i poeti e gli artisti di buttare il vecchiume dall’ imbarcazione della modernità. Per Majakovskij “la parola deve colpire, persuadere, convincere… è mezzo di azione nel mondo per un suo radicale cambiamento”. Ventenne, fondò “Lef”, organo del “Fronte di sinistra delle arti” nel quale confluirono molti rappresentanti delle Avanguardie. Intendere la teorica e la poetica di Majakovskij come un qualcosa di personale quando riflette piuttosto una esigenza di gruppo e un’elaborazione collettiva è senza dubbio angolazione difficile, rischia di lasciar fuori una complessità di dati e apporti. Poiché tale ipotesi non può essere scartata si può solo accoglierla con prudenza, graduandone le luci al fine di scoprire ciò che è di più personale. E’ quanto sceglie Kamen’ con i due interventi che delineano e aggiustano la posizione “contro il passatismo” e sorreggono la convinzione che “la rivoluzione del contenuto” senza una “rivoluzione della forma” si vota al fallimento. Concetti che l’avvento dello stalinismo e la subordinazione di ogni logica del potere politico costrinsero Majakovskij a “un vaglio riflessivo profondo”. E che oggi, chiosa Anelli, “in un contesto di cultura massificata”, trovano riscontri di consistente “attualità”. C’è da leggerli.

 

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