Ricordo di Gaetano Bonelli a venti anni dalla morte


Gaetano Bonelli nel suo studio

Venti Anni fa, esattante nell’aprile 1997, moriva a Lodi Gaetano Bonelli, un artista che congiuntamente a Angelo Monico, Natale Vecchietti, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni,, Santino Vailetti e alle nuove leve Angelo Bosoni ed Enzo Vertibile e allargando lo sguardo al territorio, a Luigi Brambati e Gino Carrera ), ha rappresentato il nucleo centrale di quella generazione che per prima ha imposto la soffitta ad artisti che fino quel momento erano stati i protagonisti di un “giudizio sicuro”, sedimentato dalle convenzioni figurative post-impressioniste e dalla scuola di Brera, rappresentato dai Zaninelli, Belloni, Spelta, Maiocchi, Antonioli, Steffenini, Novello, eccetera.
In vita sono però risultate poche le occasioni (anche per sua scelta), di vedere organizzati saggi dell’arte “sconvolgente” – per la città, naturalmente – di Bonelli. Personalmente ricordiamo una personale di metà anni Ottanta al Salone dei Notai del Museo Civico e dieci anni più tardi una esibizione all’ex-chiesa dell’Angelo a cui fece seguito l’anno dopo una presentazione al Soave di Codogno, tutte e tre firmate da Tino Gipponi che sarà poi anche autore di una biografia critica (“Gaetano Bonelli pittore”, Il Pomerio, 1999, Lodi), disegnata sulla testimonianza tracciata in un catalogo dell’85 per la mostra del Museo Civico e richiamata in “Protagonisti di un’amicizia ideale”( Lodilibri).
Da allora il nome di Bonelli è letteralmente sparito dalle cronache artistiche cittadine, forse troppo prese dalle mostre seriali di un sistema espositivo che anziché aprire gli occhi su qualche buon autore (o contesto) in cui l’arte acquistava vero senso spingevano ad accettare pigramente presentazioni a volte mal fatte, sciatte e approssimative. Da rendere attuale l’ ultimo lavoro bonelliana – “La città che dorme”– e la conseguente accusa di “inerzia culturale” rivolta alla sua città, come fece cogliere Tino Gipponi, al quale va il merito di avere organizzato le uniche personali dell’artista.
A venti anni dalla morte era pertanto lecito attendersi una qualche interpretazione o rilettura della sua arte, che non fu solo quella vignettistica degli Spartaco e Fanfulla che firmavamo per “Rinascimento”.
La vicenda artistica di Bonelli riflette l’avventura e lo spirito degli anni Cinquanta e quelli seguiti. Costituisce un ponte di passaggi che scandiscono i mutamenti nell’essenza dell’arte di quasi un mezzo secolo. Offre non solo una informazione della personalità pittorica dell’artistica, ma fornisce suggerimenti aggiornati a un pubblico locale che allora come oggi regolava l’interesse per la pittura su criteri fondamentalmente da salotto (della nonna), rifiutandosi di fare i conti con le idee, l’evoluzione del gusto e la storia.
L’arte di Bonelli è fatta di andate e ritorni, di echi inquietudini, mozioni e contraddizioni. La produzione va dal figurativo all’astrattismo, dall’espressionismo al simbolismo in unità con procedimenti, tempere, resine, collage, materiali. Ha intenti profondi e a volte oscuri; passa dal colorismo al monocromatismo, dal citazionismo al nomadismo, dallo sperimentalismo al repertorio disegnativo. all’informale, dal “processo” all’immateriale del sogno, al caso. Conosce la variabilità: può apparire rigida, ma a volte anche mobile, soffice, articolata; fa i conti con un environment ricco di manualità e di oggetti, ma offre pure saggi di austerità, a volte di provvisorietà, altre volte adeguati al volto esterno della moda.
E’ tematica in Sinfonie, I pugili, Foot-ball, Le voci di dentro, pronta ad abbeverarsi di nuove informazione, a cogliere felicemente ciò che era in atto, ad abbracciare poetiche che consentivano di penetrare nel nocciolo delle cose e dare versione personale di esse.
In un certo senso Bonelli ha rappresentato in città l’estetica dello choc, praticando una sorta di astruseria del futuro. La si ritrova persino in affreschi, vetrate e terrecotte nelle chiese di Lambrinia di Chignolo Po, Mairago, Rubiano di Credera, Sant’Angelo Lodigiano, Massalengo, Graffignana, Ossago, Santa Maria della Fontana, Sant’Alberto a Lodi. Anche in esse c’è il segno della qualità del “doge” (così gli amici chiamavano Bonelli), un artista mai fermo nel suo incessante sperimentalismo. Purtroppo dimenticato da un “sistema” localmente senza progetti di valenze estetiche e politiche.

 

 

 

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