Le ceramiche di Luigi Franchi alla Fondazione Santa Chiara


Lodi: Luigi Franchi durante una premiazione, tra le ultime apparizioni pubbliche di qualche anno fà

Sabato, alle 10,15, alla Fondazione Santa Chiara di Lodi, la famiglia del ceramista lodigiano Luigi Franchi ufficializzerà la donazione all’istituto di un importante gruppo di suoi lavori. La largizione decisa da Anna, Angela, Tanina e Vittorio Franchi, comprende alcuni pezzi unici della raccolta familiare e una serie di piatti dedicati dall’artista a personaggi illustri di Lodi, che troveranno adeguato allestimento in apposite teche collocate nella sala dell’Istituto recentemente restaurata.La decisione dell’ atto donativo è ovviamente finalizzata a ricordare il ruolo avuto per oltre mezzo da Gino Franchi con l’attività di via San Colombano, attività che non si è limitata al semplice rilancio delle forme e dei decori della “Vecchia Lodi” ma ha perfezionato e arricchito le tecniche di preparazione e realizzazione, raffinato le ricette di smalti e vernici, migliorato i tempi e le gradazioni delle cotture, indagato infine le paternità dei decori.

Diplomato a Brera in pittura con Moro e Campestrini e in scultura all’ “Applicata” dello Sforzesco con Cibau e Gasparetti, Franchi iniziò giovanissimo a lavorare la terra ricevendo indirizzo da un critico intelligente e severo: Elda Fezzi. Caratterizzò da subito il suo linguaggio espressivo, manifestando l’aspirazione a farsi riconoscere come un figlio artistico dei Ferretti, e per altri aspetti, dei Coppellotti.
In breve ripropose non solo il taglio artigianale ma la visione artistica delle vecchie fornaci lodigiane del XVII e XVIII secoli. A lui, o principalmente a lui, si deve il ri-espandersi di forme e decori della “Vecchia Lodi”.
Negli anni Sessanta e Settanta e poi via via nei decenni a seguire, dal suo laboratorio uscirono elenchi ricchissimi di oggetti e la tipica zuppiera lodigiana a sezione ellittica, con coperchio leggermente bombato a testuggine dalla presa semplice, coi rossi porpora delle rose e dei garofani e il verde brillante delle foglie prima, e successivamente monocolori.
Franchi non si adagiò sui successi. Perfezionò nuove formule, nuovi colori, nuovi decori, all’italiana e alla francese. Introdusse, di tanto in tanto, innovativi modelli che invasero soprattutto le case della borghesia milanese.
Il forno e l’adozione delle tecnologie applicate, coerentemente con la concezione ch’egli nutriva dell’artigianato artistico, gli garantirono il gran salto: perfezionò la tecnica di cottura strettamente connessa all’uso di alcuni colori, ampliò la varietà dei soggetti e iniziò a cimentarsi nel “gran fuoco” con ambrogette allegoriche, fioriere, lampade, cineserie, grandi fruttiere e vasi, rivelandosi unico per sicurezza compositiva, inventiva e originalità.
Una volta tornato alla “sua” bottega e rimessosi a fare da solo, si impegnò a conservare all’espressività ceramistica non il solo contenuto della utilità ma quello più ampio e impegnativo della sensibilità, della cultura e della ricerca.
Per i collezionisti che avevano particolare attenzione per il valore artistico dell’oggetto seppe realizzare pezzi di alta qualità, selezionati nella terraglia, studiati nel colore e nelle sue proprietà, perfetti nella cottura, gusto della forma e personalità creativa.
Per decenni ha riscritto la storia della ceramica lodigiana sulla traccia di personalissime emozioni. Lo ha fatto con la sensibilità del pittore, bilanciando eleganza e contenuti, e, da vero maestro artigiano, calibrando i colori del gran fuoco.
I lavori che oggi entrano a far parte della Raccolta della Fondazione Santa Chiara sono tutti di caratura artistica. Riassumono bene quella che è stata la sua personale esperienza di artigiano e di artista. Aiuteranno a ricordarlo per l’attività svolta e la cultura specialistica, ma anche per la gioia e il piacere ch’egli provava nel raccontarsi attraverso la ceramica, arte vissuta come un archivio di momenti precisi, come storia ed evoluzione del gusto.

 

 

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