E’ morto Marcello Simonetta


Marcello Simonetta

E’ morto al Maggiore di Lodi, dov’era ricoverato, il pittore Marcello Simonetta. Da anni risiedeva e aveva studio a Spino d’Adda. Godeva reputazione e stima su tutto il territorio nazionale. Diverse le sue mostre tenute a Lodi e sul territorio (all’Archivio Storico, al San Cristoforo, alla galleria Oldrado, a Cascina Roma a San Donato Milanese, al Bolognini di Sant’Angelo Lodigiano, ecc.).
Collegato a forme di espressività non uniche, espressioniste-astratte e di action painting, delle quali tuttavia non presentava le ossessioni e le arbitrarietà, anzi, ne era completamente avulso, in particolare per quanto concerne le compattazioni, le sovrapposizioni e le intensità che inghiottono linee e spazi.
Agli automatismi gestuali e segnici, all’ ossessione espressiva dell’action painting storica, Simonetta contrapponeva, in una sorta di progress espressionista, la felicità dei blu, l’incalzare dei rossi e dei bianchi, il marginale ricorso ai neri in una struttura semantica non priva di idee e di “pretesti”. Un dato è consueto: il ritmo, lo svelarsi percettivo delle cose, la pulsazione unitaria nelle texture.
Il suo repertorio non ha mai sofferto la ripetitività, l’appiattimento. Ha sempre sorprende per la vivacità, la varietà, la scorrevolezza, l’imprevedibilità. Segni, colori, gesti, graffiti, lacerazioni sono presenze “pensate” che scorrono all’interno del foglio e della tela. Dove non c’è nulla di quella retorica che ha accompagnato tanta pittura della seconda metà del secolo scorso.
Simonetta ha preservato la sua pittura dal feticismo del significante. In essa non c’è la preoccupazione del fare, ma la incessante coerenza del fare. I suoi lavori intercettano lo sguardo e costringono a seguire un percorso ora orfico, ora mentale, ora musicale, ora semplicemente di liberazione. Obbligano con il loro magnetismo a tenere la direzione, a cogliere in essi l’intuizione, l’invenzione, la vitalità, la filosofia.
Le citazioni lo hanno collocato in consonanza o collaterale alla poesia di Mallarmé, alle figurazioni prima di Afro poi alle gestualità di Vedova, persino dello spagnolo, premio Guggenheim”, Saura, finché critici accorti come Russoli, Valsecchi, Cavallo e l’amico pittore Emilio Tadini, conoscendo l’artista e l’uomo, ne corressero il tiro.
Simonetta è stato pittore di “pretesti”. Ultimamente era sembrato sposarsi con quello del narratore, facendo emergere anche la natura intima dell’uomo: spigoloso, sempre impegnato contro il sacro labile della moda. Superati gli ottant’anni ha mostrato con l’innocenza e la grazia del “qui e ora” di vivere con la fiducia e la freschezza creativa di un ventenne.
Caro Marcello, ci mancherai.

 

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