Ricordo di Bassano (Nino) Bassi cartellonista, grafico pubblicitario, pittore.


Nino Bassi in uno scatto di Franco Razzini

E’ morto all’età di 93 anni Bassano (Nino) Bassi. Un artista che dirà poco ai lodigiani di oggi, ma che è stato dentro la storia dell’arte cittadina.
Nacque quando erano ancora vivi Archinti, Locatelli, Chizzoli, Antonioli, il 1924, l’ anno dell’assassinio di Giacomo Matteotti, delle opposizioni sull’’Aventino’, della morte di Lenin; di Heinsember-Borg, che inventò la meccanica quantistica, di Tomas Mann, che scrisse la Montagna incantata, di Eluard autore di Mourir de ne pas mourir e del primo Manifesto surrealista.
Bassi amava dire che “qualcosa di quell’anno doveva essergli rimasto dentro, nella sensibilità”.
E’ stato un fruitore di tecniche diverse, più spesso divisioniste, autore di tavolette di figure, preferibilmente femminili, che caricava di particolari liberty, surreali e simbolici, creando correnti d’attrazione che le umanizzavano. Il pointillisme praticato era una maniera. Dietro niente di esoterico. C’era solo l’artista che cercava attraverso l’accostamento di piccoli punti di colore di dare luminosità alla mescolanza ottica. Un “metodo” di porre il colore che Bassi praticò senza troppe rigidità e senza lasciarsi prendere da tentazioni intellettualistiche, spesso giocandolo con sviluppi modulari di linee a vortice o a spirale.
Aveva studio al 34 di via Vistarini 34. Tra libri, quadri, dischi e una vecchia Geloso, tra cartelle di disegni e ritratti di Ungaretti, Montale, Manzù, ha coltivato una pittura affidata a tanti puntini colorati che danno esistenza alle cose. Ultimo di una generazione di artisti-amici: Bassano Bassi, Angelo Monico, Gaetano Bonelli, Natale Vecchietti, Giovanni Vigorelli, Igildo Malaspina, Angelo Roncoroni, Benito Vailetti, Felice Vanelli, Tino Gipponi.
Dipingere era per lui un piacere personale. Dalla XVIII Oldrado del 1996 ha scodellato presenze, presentando opere in cui è sempre pesato un registro sensibile e personale. Preciso, schietto. umano, ha praticato la pittura da isolato. Un po’ autoappartandosi, un po’ perché minimizzato. Non ha mai dichiarato radici teoretiche, una magna charta, una definizione. La “Cornice” di Luigi Medaglia in corso Adda talvolta azzardava metterlo “in vetrina”. Una decina di anni fa, Tino Gipponi gli organizzò una personale, l’unica di una vita. E’ in quella occasione che Bassi scoperse il pubblico e il consenso.
La sua arte parte da lontano, dalla guerra. I primi germogli li mise nella cartellonistica, poi nella grafica pubblicitaria in un clima che uscito dall’autarchia inaugurava una cultura grafica modernamente professionale, tra scuole alternative.
Con l’espansione del mercato scoprì l’illustrazione. La Domenica del Corriere, Walter Molino sono stati i suoi amori.
Illustrare e dipingere sono aspetti di una forma elastica, coltivata per piacere. Si indirizza prima di tutto al singolo, raramente al collettivo della società. Traduce un impulso filologico e un affetto logico al dialogo, all’incontro. La tecnica è un supporto.
Bassi se n’era innamorato e gli è rimasto fedele, si è nutrito di essa come se fosse filosofia, poesia e musica. Ha dimostrato che senza essere originali a tutti i costi si può fare pittura dignitosa, distinta, fuori dai rituali.
Non è da poco, è stata una scelta.

 

 

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