Attilio Maiocchi pittore sensibile ed esperto a cinquant’anni dalla morte


Tra qualche mese saranno cinquant’anni che Attilio Maiocchi ha terminato il suo percorso di vita. Nella pittura lodigiana ha rappresentato una pagina del Novecento senza le spinte della modernità, rispettosa del passato e scrupolosa e prudente, di caStità formale. Allora in città giravano i nomi di Zaninelli, Vailetti (Giuseppe), Migliorini, Monico, Vecchietti, mentre sul territorio muovevano quelli di Belloni, Novello, Groppi, Carrera, Brambati, Spelta.
Tenendo conto che l’apparato critico delle iniziative a lui dedicate (la retrospettiva del 1969 al Museo Civico di Lodi, curata dalla Società Storica Lodigiana; quella del 1978 al Salone dei Notai della Pro Loco e della Familia Ludesana; quella del 1988 del Circolo San Cristoforo; e quella del 2000 all’ex-chiesa dell’Angelo) hanno fornito rapidissime sintesi delle connessioni della sua pittura, una eventuale nuova “rievocativa” riproporrebbe probabilmente gli stessi problemi di definizione filologica e di semiotica figurativa del pssato.
L’immagine che si ricorda di Maiocchi è di un artista del suo tempo, contagiato dall’esercizio della pittura, e, insieme, dalla meticolosa ricerca della qualità visiva; di un professionista affidabile, che tendeva a dare di sé i due poli di una conoscenza fattiva, pratica della tecnica e la spiritualità del prodotto finale in stretto legame dialettico.
Solo la padronanza del “come si fa” , della materialità dell’opera – ci disse una volta che eravamo con Ugo Maffi nel suo studio di via XX settembre – è in grado di garantire la qualità di quel prodotto intellettuale che è l’opera di pittura.
Come vi è riuscito possono bastare i ritratti e alcuni paesaggi.
Maiocchi fu pittore dalla attività intensissima (ben oltre duecento i ritratti, più vicini ai cinquecento i paesaggi di tutte le dimensioni). Provava gioia nel dipingere e questo spiega il suo frenetico comporre: un’attività partita nel 1919, con l’ingresso a Brera, dopo il militare, ma già praticata da ragazzo, riservandogli più tempo di quanto non dedicasse a far barbe nel negozio del papà.
Degli anni Venti, Trenta e Quaranta, non si conosce molto, o quanto meno si conosce in misura insufficiente e imperfetta: alcune acqueforti degli anni Trenta, qualche ritratto (quello all’Alciati (1927). suo maestro d’ accademia, (1927), un autoritratto giovanile (?), quello da “maturo” (1923), quello della moglie Nilla, il ritratto del padre (1924), quello del “Vecchio” (1927), con cui vinse il premio del ministero alla P. I., quello della suocera (1934), del prof. Lorenzetti (1938), delle figlie Anna e Gabriella bambine, quelli che stanno nella quadreria dell’Ospedale); eppoi, qualche natura morta, qualche paesaggio di Fiera di Primiero, del Lago di Garda, impressioni della laguna veneta, un gruppo di oli localmente importanti come “L’arcata del ponte sull’Adda” (1930) “Mura di Lodi” (1935) , “L’Adda al Geraletto” (1937), “Piazzale della Stazione Ferroviaria” (1936), “La chiesa di San Francesco”, “Il Protiro del Duomo di Lodi”. Un nuovo “omaggio” potrebbe far compiere qualche passo avanti utile A tracciarne la storia pittorica, approfondirne i caratteri e le componenti stilistiche, indagarne i contorni, le tecniche, le influenze, il gusto. Ma servirebbe prima un censimento generale della sua produzione.

 

 

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