Ricordo di Ivo Giolo (1918 – 2005), pittore e scrittore


Ivo Giolo e UGo MaffiSono dieci anni passati che Ivo Giolo ci ha lasciati. Troppi per rinverdirne la memoria?
Gli anniversari si stagliano spesso su uno sfondo di silenzio, quel silenzio che poi cessa di accompagnare la successione delle parole in quella tipica relazione di contrasto che si stabilisce tra figura e sfondo. Imbavagliato dal silenzio, il ricordo è destinato ad essere sempre più silenzioso, a diffondere quel vuoto che le parole non riescono a riempire.
A Montebelluna Giolo fu ricordato con una mostra voluta dalla moglie Gina Zammichele alla sede della Pro Loco, a Lodi nulla. Oggi lo ricordano solo i pochi che frequentavano con lui il “Nino”, l’“Aquilone”, “Fra Diavolo”, il Salotto Letterario, e che reclamano di non imbavagliare il suo ricordo nel silenzio.
Classe 1918, nato a Rovigo e lodigiano dai primi anni Settanta, Giolo ha diviso i suoi interessi in modo eclettico: è stato musicista, scenografo, poeta, scrittore, giallista, resocontista per “il Cittadino” e per il “Corriere dell’Adda”. Ha fatto parte della città come le strade dove ha vissuto ( viale Milano, via Milite Ignoto, via Borgo Adda). Il suo esordio al “Nazionale” dei fratelli Sichel nel 1980, con una mostra naif. Poi solo insieme agli altri, ai tanti dell’Ada Negri e l’ultima volta alla galleria Oldrado da Ponte. E’ stato un “personaggio”, un signore qualunque sempre tirato a lucido, forse per dire a chi non lo sapeva, che aveva lavorato in Montecatini prima d’essere narratore, violinista, poeta, pittore, aiuto-sceneggiatore, giornalista.
Ha condotto la propria esperienza pittorica fuori da ogni azzardo, in equilibrio sopra i sentimenti, legando i colori alle inquietudini e alla mobilità del suo animo. Più che la tecnica, nelle sue tele era l’anima a raccontarsi. Lo spazio (inventato), qualcosa di più di una semplice superficie colorata, un modo per allargare i cieli, di trasformare i luoghi in sceneggiature. Risultato: una pittura semplice, immediata, intrecciata con gli impulsi e i sentimenti.
Ma c’è un aspetto di Ivo Giolo che è rimasto sempre in ombra e che riguarda la sua attività di scrittore. “Da dove gli venivano le idee?” per i suoi romanzi, si chiese una volta De Vecchi, presentando al Genio Racconti dell’Adda . Probabilmente da sua nonna. quando attendeva il rientro del nonno dall’Austria dov’era a commercializzare cavalli.
Al Salotto confidò: “ Mio nonno aveva grandi baffoni, mia nonna no. Mia nonna raccontava le sue storie, spesso inventate, in serate noiose e interminabili. Le idee gli venivano fuori anche dalla noia. Anch’io ho delle idee solo quando mi annoio. Allora, per vincere la noia, mi metto alla macchina da scrivere e mi passa”.
Per questo i suoi racconti iniziano con “c’era una volta”. Perché tra ciò che era accaduto e il racconto vero e proprio Giolo lasciava passare tempo. Il tempo della noia.
Il fatto che raccontiamo cose passate, non ha a che fare solo con la nostalgia ma con il tempo che un racconto richiede. “Tempo lungo” in veneto significa appunto nostalgia. Ambientati in America i gialli di Giolo hanno una verità personale: sono stati allestiti tra l’Adige e l’Adda .

 

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