Festival della fotografia etica 2016: CALDON, LELTSCHUK, ANDUJAR,


Foto di Claudia Andujar

Foto di Claudia Andujar

Una immagine di Dmitrij Leitschuk

Una immagine di Dmitrij Leitschuk

Foto della milanese Laura Aggio Caldon

Foto della milanese Laura Aggio Caldon

Dalla prima edizione “Festival della fotografia etica” si distingue per il sostegno a coloro che in tutto il mondo sono impegnati sul fronte dei diritti umani, della difesa delle minoranze, della tutela della salute, dell’istru-zione agli ultimi e della salvaguardia del pianeta.
Al termine di una vasta selezione, gli organizzatori hanno scelto di arricchire i programmi del Festival di quest’anno  dando visibilità a tre importanti progetti promossi da “Unicef Libano”, “Greenpeace Germania” e “Survival International Italia”.
Avvalendosi delle fotografie di Laura Aggio Caldon – una documentarista della provincia milanese diplomata all’Isfci di Roma, nota in particolare per il suo approccio ai temi sociali – Unicef Libano illustrerà “Factory Boys”, un progetto che denuncia la piaga in Libano del lavoro minorile che coinvolge un numero spropositato di bambini siriani rifugiati.
Da parte sua Greenpeace Germania, proporrà “To the last drop,  attraverso la documentazione fotografica delbielorusso, Dmitrij Leltschuk,  noto freelance, laureato all’Università di Amburgo in tecnologie multimediali e autore di numerosi libri di fotografia. Le sue immagini richiamano l’attenzione sugli stili di vita delle popolazioni che vivono nelle zone remote dell’Artide raggiunte dalle aziende petrolifere, che rappresentano spesso l’unica fonte di sostentamento,  ma comportano una serie di problemi di carattere etico, umanitario e ecologico, spesso ignorati dalle popolazioni delle aree ricche.  A sua volta Survival International Italia, con “Custodi della foresta”,  richiamerà l’attenzione sulla lotta delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, in cui l’associazione è impegnata sin dagli anni ’70. La reportistica è quella della fotografa di origine svizzera Claudia Andujar, nota a livello mondiale per avere legato il proprio nome  agli Yanomani. L’osservazione del modo di vita e delle tradizioni di questo popolo è il filo conduttore della sua attività di fotografo e della ricca reportistica realizzata a partire dal 1970 sul Rio delle Amazzoni.

 

 

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