Pierpaolo Curti a Perugia in prospettiva engagée


CURTI PierpaoloMentre era in corso il Festival di Spoleto, Pierpaolo Curti è approdato a Palazzo Collisola dove vi rimarrà tutto settembre, suggerendo le domande di sempre, quelle che lo inseguono da quando ha chiuso con le forme “poveriste”.
Quella di Curti è una pittura di “matrice esistenziale”? O la sua scelta sintetizza una “esperienza interiore”? Rafforza sensazioni o al contrario concetti? Oppure è una pittura in “chiave narrativa”, come possono far intendere spazi ed elementi quando sembrano proiettarsi oltre i confini della scena?
Cosa suggeriscono le forme angolari, allungate, sospese? Una estensione decorativa del quadro? O al pittore interessa inventare forme geometriche arbitrarie?
Davanti ai quadri, le convinzioni che essi suggeriscono possono essere le più diverse e anche il linguaggio, col quale spiegarle, può essere solo il luogo di operazioni simboliche che nella profusione discorsiva non profila mai lo spettro della penuria, perché nulla scambia veramente.
White Corner”, il titolo dato dal curatore Gianluca Marziani, non ha aiutato a superare le oscillazioni semantiche suggerite dal linguaggio simbolico.
I quadri di Curti si possono considerare da diverse angolature. C’è un suo modo lineare, discreto di costruire la pittura; il suo uso di forme angolari, geometriche; le sue composizioni apparentemente in fuga da ogni eccesso di artificio, di movimento, ma una forma levigata in sospensione può fare contraltare a una forma rocciosa. C’è l’elemento del silenzio, che alcuni leggono nella “dimensione di ascolto” e altri di “assenza di dialogo”. Nelle architetture, accanto al silenzio aleggia la risonanza emotiva della solitudine.
Una delle caratteristiche dei lavori di Curti è la semplicità che in certi momenti diviene nudità. Le variazioni e digressioni sono nelle proiezioni. I colori sono “freddi”: azzurri, grigi, neri, bianchi, verdi, la stesura è in campiture lunghe e piatte. Insieme alle geometrie esaltano la essenzialità. Il quadro non si serve di trucchi. Attraverso linee e forme angolari e contrapposte tiene l’interesse dell’osservatore e, più lo si guarda, più appare inafferrabile. Bisogna ammettere insomma che il potere della pittura fugge all’analisi. La semplicità dei lavori, i mezzi espressivi, l’eliminazione delle decorazioni piacevoli possono derivare da un comportamento ascetico, o in alternativa, concettuale.
Non è allora il caso di definire Curti un “pittore d’atmosfere”?  O la forza nominativa della parola dice poco?

 

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