FRANCO RAZZINI e UGO MAFFI, I PAESAGGI VISSUTI DUE VOLTE


RAZZINI 2 Scan_Pic0020Attorno ai territori dell’arte e della fotografia, negli ultimi decenni si è discusso parecchio. Almeno quanto attorno ad arte e alchimia, arte e design, arte e tecnologia,ecc. Alla fine, tante dispute non hanno impedito a pittori e fotografi di contribuire allo sviluppo dei linguaggi dell’arte. Oggi un’attenzione esagerata sull’interazione tra pittura e fotografia non avrebbe più senso. Quel che è stato è stato: la pittura ha rinunciato alla propria funzione referenziale mimetica e ai canoni del “rappresentare”, la fotografia ha sovvertito il proprio linguaggio di documentazione e d’archivio, attraverso fotocollage e fotomontaggi, ibridandosi. Localmente è però mancata la consapevolezza di un tale processo di allontanamento dai rispettivi codici accademici o tradizionali da permettere forme di elaborazione soggettiva. Anche se non mancano, basta pensare a Valla,  Secchi, Bocchioli, Orsini, Chinosi ecc. Negli anni Novanta, eloquente è risultata RAZZINI 3 Scan_Pic0020l’esperienza tra Ugo Maffi e Franco Razzini, esponenti di una estetica “nuova”, esplicitata dal pittore, mimetizzata dal fotografo dietro una pratica di “fotografia pura”. In essa la creatività di Razzini conferma che la fotografia non è solo il prodotto della macchina, ma un generatore di forme e di senso, tanto più efficace quanto più realizzato attraverso lo scambio delle identità culturali e dei modi di produzione. In alcuni casi Razzini si è valso delle fotografie scattate nello studio di Ugo Maffi, in altri ha utilizzato immagini del suo portfolio. Quelle ricavate da Maffi colgono non l’ambiente, non l’uomo, non l’amicizia, ma le opere. Quando palavano di pittura e di fotografia Maffi giocava da protagonista, sosteneva che il ruolo ancillare della fotografia rispetto alla pittura, Razzini replicava a modo suo, che una gerarchia era effimera, che la fotografia non era fatta solo di aspetti descrittivi, legati alla memoria e anche RAZZINI 4Scan_Pic0020decorativi. Spesso il confronto si inaspriva e i due per qualche giorno non si vedevano. La parentesi serviva a Razzini per lavorare sopra ai suoi lavori e a quelli di Maffi. Se fino a quel momento si era limitato a fotografare e basta, intendeva usare i negativi suoi e dei quadri dell’amico per dimostrare che la fotografia non era soltanto qualcosa da vedere, precisa e chiara, ma poteva aggiungere dell’altro, dare un’idea diversa, rappresentare un paesaggio più complesso e più ambiguo. I risultati di quelle esperienze Razzini non le ha mai mostrate in giro. Perché non lo convincevano la procedura, i conti fatti con la pellicola, la superficie sensibile, il mestiere, il nucleo attorno al quale aveva preso corpo l’invenzione…? Chilossà. Di fatto, quelle immagini dimostrano la volontà del fotografo di entrare a pieno titolo nel mondo dei pittori. Che non vuole essere solo quello di rendere nel proprio laboratorio un buon negativo in tutto il RAZZINI 5 Scan_Pic0020suo valore, ma di utilizzarlo, come fatto autonomo, come mezzo per arrivare a una immagine “nuova”, creata, che fa dimenticare quanto si deve alla macchina, per trasmettere qualcosa fuori dei canali di consumo normali. Senza concettualismi può anche dire mettere l’accento su un particolare o rinunciarvi. Attribuirsi un potere di decisione che non è altro che una forza in più.

 

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