“Alfabeti”, un meta-racconto di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti a San Donato M.


Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

Gianluigi Colin in una foto di Danilo De Marco

“Alfabeti”, la mostra di Gianluigi Colin e Alfredo Rapetti Mogol, inaugurata sabato alla Galleria d’Arte Contemporanea Guidi a Cascina Roma a San Donato Milanese (piazza delle Arti, 2) è una esposizione che i cultori dell’arte contemporanea faranno bene a non trascurare. Non perché Rapetti Mogol è “figlio d’arte” e Colin è l’art director del Corriere della Sera che ha progettato La Lettura, ma perché affrontano tematiche di attualità e d’interesse. Nelle opere tengono insieme scrittura e liquidità, brandelli di colore e carta stampata, foto e scrittura figurata, grafia e pittura, sistematicità e poesia per gli occhi. Danno significato alto alla fusione di forma e contenuto. Parlano di sedimentazione del vedere, del tempo, della memoria. Il loro alfabeto è d’avanguardia. Di un’altra avanguardia. Fino a poco tempo fa ignorata da una modernità troppo frettolosa e distratta.
Colin e Rapetti sviluppano un discorso rigorosamente culturale sui rischi dei “linguaggi troppo brevi e troppo veloci”. Ma nelle sale ci si rende conto anche di come parola e immagine possono crescere insieme, per metafora o per gioco, indipendentemente dal significato. Gli alfabeti dei due artisti non sono l’abbiccì con cui a scuola si insegnava a leggere con ordine e profitto. Estensivamente, l’abbecedario vuole far cogliere il senso e il significato del linguaggio e dell’espressione e la “velocità” con cui si alternano.

Alfredo Rapetti Mogol

Alfredo Rapetti Mogol

Rapetti lo fa attraverso una campionatura di tele e fogli saturi di scritture e di inchiostro trasparente e corsivo, con sovrapposizioni e tecniche diverse. Colin – voce originale e autonoma nel panorama artistico italiano -, mostrando uno “spirito d’archeologo”, prelevando segni, parole e immagini per dare razionalità produttiva alla interpretazione. Il concetto di “composizione” ha una posto centrale nel suo operato.
Già con la mostra di venti anni fa all’Arengario (Presente storico) documentò momenti di tragedia e momenti leggeri, spostando la lente d’ingrandimento sulla “memoria storica”, bussola per districarsi su dove dirigersi. Sessantenne, il podernonese ha una spiccata attenzione per le immagini fotografiche che pulisce, smonta, unisce, evidenzia, stratifica. Una decina d’anni fa propose la “rivisitazione” di una serie di quadri celebri per denunciare la “menzogna” dell’arte. Attraverso la metafora picassiana. Oggi racconta il punto in cui siamo: “persi” a causa della “assuefazione del guardare”. In

Un lavoro di Gianluigi Colin

Un lavoro di Gianluigi Colin

costante relazione con il pubblico Colin sembra concentrato a certificare la memoria individuale e la memoria collettiva attraverso la narrazione del potere, la leggerezza del calcio, i manifesti dei politici, i fatti di costume e la moda (ciclo Liturgie). Nel ciclo Mitografie sono invece le icone e gli eventi del presente ad essere selezionati in quell’oceano che i mezzi di comunicazione di massa esibiscono senza interruzioni ogni giorno.
MOGOL !Rapetti Mogol sperimenta molteplici direzioni: segni, tracce graffiti, coniugati con visualizzazioni mentali e psicologiche possono persino dar forma a una poetica “conciliare”. Il segno – come impronta traccia scrittura -, ha evidenza preponderante, mentre le “stesure” (calligrafie, grafismi e colori) derivano da acetati, inchiostri, legni, carte, tele, cemento. Il carattere è a volte sperimentale, altre volte può essere quello  di un immaginista del secolo scorso. Dal punto di vista visivo le opere scoprono la mobilità delle parole e i mutamenti dei caratteri; mostrano valenze misteriose, poetiche, segniche intriganti. Stanno al crocevia del linguaggio scritto e di quello dipinto, in cui mescolano per motivi didattici sia scritture, sia segni ideografici, sia gesti che segni sillabici. Creano pagine assai vicine alle attività della poesia visiva. Di alcune operazioni è forse inutile cercare il senso. Rapelli si affida più alle “forme delle parole” e al segno per rendere affascinante la rappresentazione personale.

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