Gino Carrera: la pulsione alla vita e al piacere e la pulsione alla morte


La recente mostra al “Soave” a cura dell’associazione culturale Il Dodo, della Pro Loco e del Comune di Codogno di un nucleo di oli e grafiche di Gino Carrera, provenienti dalle collezioni private di Carlo Emilio e Gianteresio Bignami, ha avuto il merito di aver riposizionato l’attenzione su uno dei maggiori artisti alaudensi del dopoguerra, uno dei CARRERA Il ragionierepochi che ha rappresentato il lodigiano in giro per il mondo, e l’unico che ha saputo tenersi legato alle proprie radici contadine e “bassaiole”. L’arte di Carrera ha fatto i conti con queste radici: nodose sino allo spasimo nel recupero delle visioni e dei ricordi; spesso incattivite nelle deformazioni, eppure umanissime; quasi dolci nei timbri di ordine poetico. Sono esse che danno il senso dei suoi quadri, delle sue acqueforti e acquetinte e disegni. Che hanno aggiunto capacità artistica dicotomica: da un lato una grafica dai sapori felliniani; dall’altra una pittura di altissimo livello, di qualità drammatica, di realismo impressionista, e tuttora, poco indagata. Carrera sapeva guardare alle cose, cercare in esse lo spirito che le muoveva. Tino Gipponi individuò questa sua capacità nello scontro tra “Eros e thanatos”. I temi del conflitto dualistico (freudianamente inteso) della pulsione della vita al piacere e della pulsione della morte, non escludono però la presenza di problematiche più ampie. Soprattutto là dove il piacere e il peccato si metamorfizzano, pur senza sparire del tutto. Allora a emergere sono più le lacerazioni del vivere e del quotidiano, dell’io individuale e del delirio collettivo. Prevalgono i temi della vita, dell’amore, della vecchiezza rispetto a quelli della morte. Molti hanno letto inCarrera Gino 2 ciò una storia psicoanalitica. I lavori al Soave hanno confermato certo uno tripudio di straziamenti e di pulsioni, ma anche evidenziato tessiture di linguaggio di chiara derivazione europea. Reminiscenze baconiane, direbbero gli esperti. Carrera amava torturare la forma. Come faceva Bacon, ma con motivazioni diverse. Con intenzione precisa: scontrarsi con la cultura del tempo (che è poi ancora la nostra) che esorcizzava la sofferenza, l’orrore, la vecchiezza del corpo, la solitudine, la povertà e la morte. Insomma, l’umano. Ciò spiega i risultati di un’arte drammatica, specifica e personale. Che costringe a guardare e riguardare ai suoi lavori e a riscoprire prima di ogni altra cosa , la profondità dell’umano.

 

 

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