DIONISIO QUERQUES, FRANCO MARCHESI: nostalgia del paesaggio


Un veduta di Venezia del repertorio di Quesques

Un veduta di Venezia del repertorio di Quesques

Nel libero gioco delle pitture, il paesaggio ha perso terreno, s’è isolato, sottratto a influenze e interferenze, ridotto nel suo impiego espressivo a contorno. Non era così qualche decennio fa, quando il genere era ancora “linguaggio” e il paesaggio reggeva all’urto del mutamento dell’arte, sapeva rispondere all’uniformità e si difendeva con il celebrativo, quello descrittivo, quello legato alla memoria e anche quello decorativo. Oggi la pittura di paesaggio non va più, o non più come ieri. Al massimo è espressione di assopimenti espressivi. La stessa critica (con poche eccezioni), lo ha mollata. Se non è astrusa, pochi s’ attardano ancora sugli indirizzi, gli stili, gli scavi della sua strada. Aggettivi che negli anni Sessanta-Settanta ricorrevano frequenti nelle note d’arte – naturalista, urbano, ideale, realista, malinconico, romantico, silenzioso, fresco, eccetera – sono spariti quasi del tutto dalle narrazioni che si possono leggere ancora (poche). E’ una pittura d’ambienti uscita dai discorsi e dagli interessi, ha ripetuto quel che era capitato al lirismo in poesia, uscito frantumato nella fisionomia dalla visione dell’”io”e dei modelli oggettivi di rappresentazione del reale. Oggi se ne parla, ma come problema politico (la tutela); mentre in pittura, d’un sol colpo, s’è trovato inattuale. A parte nelle estemporanee di paese dove ogni concessione è permessa. Da familiare qual era, benché i modi di dipingerlo fossero diversi, è diventato per i più anacronistico.

Una veduta della campagna lodigiana del repertorio di Marchesi

Una veduta della campagna lodigiana del repertorio di Marchesi

Ciò nonostante c’è ancora qualche pittore sensibile che non lo ha mollato, che ancora ritiene valga la pene di dipingerlo. Magari come vuole lui, da artista, dando peso agli equilibri formali, al rapporto tra colore e volume, tra colore e tono, tra tono e disegno, organizzando sulla tela leggerezze o densità, visione e atmosfere, luce ed espressione. Come s’impegnano a fare Franco Marchesi e Dionisio Querques, da qualche giorno alla location Calicantus dell’O.M. dove in sei grandi opere (tre per ciascheduno) recuperano al genere memoria, effetti di enfatizzazione, sedimentazione di emozioni, varianti ambientali e atmosferiche.
Queques e Marchesi sono due pittori di paesaggio, che praticano con onesta ricchezza visiva – quel che una volta non si aveva timore a chiamare “bello” o “carino”- in cui il colore merita lode, il mestiere ha una ragione e una dignità nel concento, la natura si differenzia per cose degne da ricavarne vanti e simpatia. In particolare, Quesques nelle sue opere mostra adeguamento della materia-colore al soggetto, mentre Marchesi offre testimonianza di entusiasmo, entrambi fanno scordare con immagini di Venezia, dell’Adda, della campagna locale, di pescatori alla lenza, l’ispida strada a cui la contemporaneità costringe il genere. Naturalmente lo fanno con differenza di mano nel comporre e nell’elaborare : uno esibendo schematismi e innocenza nella forma, l’altro penetrando nel sentimento vivo della natura –; entrambi fanno recuperare al pubblico delle mostre idee di qualche tempo fa, quando alla riuscita del paesaggio si richiedevano quattro cose: la proporzione, l’integrità, la luminosità e la poesia.

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